È innegabile che Death Stranding senza la musica di Low Roar non sarebbe stato lo stesso gioco, ecco perché.
Quando si produce un film o un videogioco, per adeguare il prodotto agli standard di mercato, si commissiona la realizzazione di una colonna sonora a uno o più artisti. Quello delle Original Soundtrack è un terreno ostico anche per gli appassionati di musica; poiché molto spesso di tratta di composizioni riempitive, pensate unicamente per accompagnare e sostenere le immagini. Nel caso dell’ultima fatica artistica di Hideo Kojima, assistiamo a un fenomeno diverso dalle consuetudini. Nonostante sia presente anche in questo caso una OST, firmata Ludvig Forssell, Kojima ha deciso di inserire in Death Stranding i lavori di Low Roar, in particolare tracce contenute nei primi album e in ross. (Tonequake Records, 2019) uscito al lancio del gioco. Una mossa controcorrente che si è rivelata tutt’altro che sbagliata.
Un mondo in conflitto
Low Roar è il progetto solista dello statunitense Ryan Karazija. Artista che dal 2010 ad oggi ha vissuto in diversi paesi europei, tra i quali l’Islanda è di certo la culla della sua visione artistica. L’album di debutto Low Roar (Tonequake Records, 2010) e il successivo 0 (Tonequake Records, 2014) sono caratterizzati da una sapiente miscela di ambienti elettronici, chitarra acustica e l’intima voce narrante di Karazija. Anche in Low Roar ritroviamo un tema particolarmente caro alle produzioni Indie, ovvero lo struggle, il conflitto interiore, in tutte le sue sfaccettature e declinazioni. Nobody Else e I’ll Keep Coming sfoggiano delle lente ritmiche ambientali formate da percussioni asciutte e campionamenti. Mentre la tracce Low Roar e Puzzle possono essere considerate il manifesto dell’espressione stilistica dell’artista: un ruggito soffocato, attraverso il quale i sentimenti espressi sembrano disciogliersi in un solitario e melanconico paesaggio di nebbia.
Collisioni artistiche
Come lo stesso Hideo Kojima racconta in Death Stranding attraverso un brillante escamoutage (queste informazioni sono infatti contenute in file di dati che il giocatore recupera durante l’avventura) l’incontro con la musica di Low Roar ha il sapore della serendipità. L’autore nipponico si trovava in Islanda per un viaggio di piacere e sentì 0 in riproduzione in un negozio di dischi. L’idea di inserire Low Roar nel suo prossimo gioco fu chiara ben prima che il lavoro fosse ultimato. Anzi si potrebbe affermare il contrario: Low Roar ha avuto un’importanza fondamentale nel plasmare il sentimento che successivamente Kojima avrebbe inserito in Death Stranding.
Impossibile da parte di Kojima nel trattenersi ad inserire non una, ma ben 15/20 tracce di Low Roar nel gioco. La solitudine, il conflitto interiore, il dolore, ma anche la speranza sono certamente tasselli essenziali nella narrazione di Kojima. I momenti di gioco accompagnati dalla musica di Low Roar diventano così il cardine dell’esperienza. Parentesi contemplative, di riflessione e ascolto, fondamentali per addentrarsi nell’intimità della vicenda. L’obbiettivo di Kojima è quello di trascinare il suo pubblico al di fuori dell’esperienza di gioco per andare a scoprire gli elementi che compongono la sua opera. Questo può essere considerato un esempio concreto di che cosa intenda Kojima per ‘collegamento’, ovvero la chiave di volta che regge insieme Death Stranding; un incontro tra persone distanti che possa creare una sinergia tale da produrre altri ganci, altri appigli, altri collegamenti, in un mondo in dissoluzione.
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