Fabbrica delle mogli capitalista

La fabbrica delle mogli e l’eugenetica patriarco-capitalista

Pellicola del 1975 diretta da Bryan Forbes e tratta da un romanzo di tre anni prima, La fabbrica delle mogli offre una critica alla androcratica società contemporanea dei consumi. Se una visione attuale mostra un’obsolescenza teorica, dall’altro lato essa porta alla luce come, a distanza di cinquant’anni, gli obiettivi della “seconda ondata femminista” ancora non siano stati completamente raggiunti.

Opposti narrativo-stilistici

Scostando la patina satirica della commedia, a tratti banale, l’opera presenta una struttura stilistica multisfaccettata, culminando nel mistero e nella tragedia con frequenti tinte di terrore. Questa palette di generi sfumati tra loro simboleggia la complessità della società e invita allo sguardo decostruttivo della stessa. Il parossismo cromatico e paradisiaco della prima parte del film diventa l’argomentazione, per assurdo, per leggerne la portata critica. Una critica culturale che, nella seconda parte, emerge da un realismo che è paradossalmente narrato in forma fantascientifica. La frivolezza della commedia rispecchia dunque la superficialità delle donne rappresentate e della loro concezione da parte degli uomini del sobborgo. Essa è condensata nella prima battuta di Walter Eberhard (il marito dei coniugi protagonisti) nella nuova comunità: «Cucina bene tanto quanto è bella.»

Fabbrica delle mogli capitalista

Focalizzandosi sulla trama, infatti, appare come un lavoro mediocre, con intreccio scontato e prevedibile. L’importanza sta pertanto nella sfera concettuale e analitica. La superficialità del racconto è anch’essa sintomo di una tendenza culturale. La trama de La fabbrica delle mogli è pretesto per mostrare il modello capitalista, consumista e sessista su cui è plasmata la borghesia naïf, fino a smascherarlo. È infatti grazie alla povertà narrativa che la focalizzazione dello spettatore è spostata dapprima sul significato sociale e in seguito sulla decostruzione dell’esasperata patina pastello del metaracconto.

Fabbrica delle mogli capitalista

La comunità di Stepford

A riprova dell’importanza culturale del romanzo di Ira Levin (filosofo e linguista), la locuzione Stepford wife è diventata oggi proverbiale. Usata per indicare mogli volutamente o inconsciamente succubi del matrimonio, servili e conformi alle aspettative di genere. Allo stesso modo, nel film, le donne che si trasferiscono a Stepford, indipendenti e intellettuali, inizialmente si mostrano scettiche nei confronti del luogo e sospettose nei confronti degli uomini della comunità. In seguito manifesteranno una sottomissione a questi ultimi e interesse soltanto per lavori domestici e prodotti culinari.

«Se ho… se ho torto sono una pazza e se ho ragione… è ancora peggio!»

A Stepford domina inoltre un circolo maschile, esclusivo e riservato, i cui discorsi non escono mai dai salotti in cui sono consumati. I soci sono le menti della comunità (gli abitanti, ovvero tutti i mariti) e dettano le sorti della cittadina del Connecticut. Avvolti in un alone di mistero o come in una farsa («“comitato per i nuovi progetti…”» dice sarcasticamente Joanna Eberhard al termine di un appuntamento a cui ha avuto l’onore di assistere) per nascondere le reali iniziative dell’associazione.
Joanna, fotografa con ambizioni emancipatrici, fa da subito amicizia con Bobbie, sfrontata ed eccentrica femminista. Immediatamente collaborano per «risvegliare la solidarietà delle donne», con l’intenzione di reclutarle per creare un movimento opposto alla «più importante associazione sessualmente arcaica a Stepford».

Fabbrica delle mogli capitalista
«Se avessi libertà di scelta, potrei fregarmene altamente di fare la Bella addormentata nel bosco»

Tuttavia le donne, ignare delle cause profonde e troppo occupate a svolgere mansioni domestiche o materne, non daranno seguito alla pertinace coppia. I loro propositi vedranno il tramonto nonostante l’utilizzo di strategie ricattatore («Senso degli affari. Quello che ha fatto grande questo paese»), le stesse del sistema che vogliono abbattere.

«Voglio… che da qualche parte un giorno qualcuno guardi una mia foto e dica: “Ehi, ma questa mi sembra un’Ingles!” Ingles era il mio nome da ragazza. Ecco, voglio diventare qualcuno»

L’invasione degli ultracorpi e la descrizione sociologica

Forte dell’aspetto terrorifico della fantascienza della seconda metà del secolo, questa pellicola richiama sia nella forma che nel contenuto L’invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956). I doppi, i replicanti sostituiscono gli abitanti di una cittadina statunitense eliminando gli originali.

Insieme al paragone cinematografico, è anche bene considerare una rilettura dell’introduzione a cura di Carlo Freccero alla versione italiana de La società dello spettacolo di Guy Debord (Baldini&Castoldi, Milano, 1997). Secondo Freccero, attraverso una silenziosa invasione delle immagini (brand), i prodotti di consumo (oggetti) si sono “impadroniti delle nostre vite, dei nostri corpi”.

La stessa “patina” di cui si parlava all’inizio, oltre a descrivere lo scintillio del suburbio americano, richiama la teoria sociologica di Grant McCracken. Gli agi e le ricchezze di una famiglia, per McCracken, sono strumenti di affermazione del potere rispetto alle altre (per esempio quando, durante una lite, Walter rimprovera la moglie dicendo che i suoi figli «hanno l’aria di essere assistiti dal comune»). La conservazione del potere in una cultura patriarcale impone quindi la creazione di automi femminili che non interagiscano nelle attività maschili. Vuote di ogni emozione o volontà, altro non sono che ultracorpi in gusci vuoti.

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La sessualizzazione della società

La satira è fin da subito allusiva e, qualche volta, esplicita. La scelta di giochi di parole e malizie testimonia una sessualizzazione della società, conditio sine qua non della società stessa, ma con sapori osé probabilmente accusatori, seppur senz‘altro contraddittori.
Walter Eberhart, durante un discorso con la moglie, testimone delle palpate nel giardino dei vicini, dice che vorrebbe «“inaugurare” ogni stanza prima di finire di pagare il mutuo». Eppure quando il figlio aveva visto un newyorkese trasportare per strada una bambola gonfiabile («Sai, papà, ho visto un uomo che portava una signora nuda»), egli risponde che proprio per tali ragioni si stanno trasferendo a Stepford. La moralità è quindi difesa solo nel pubblico, come una facciata da rispettare e curare socialmente.

La dialettica femminile non si fa invece scrupoli: forte del femminismo degli anni ’70, riferimenti allusivi ed esplicitazioni sono ammesse, come rivendicazioni di una libertà sessuale che prima abbatte le etichette linguistico-formali per poi sconfinare nella sfera del pratico.

Fabbrica delle mogli capitalista
«Un campione! Il campione dei campioni! Non sono nessuna! Tu sei il mio padrone!»

Simbolo apicale della mascolinità imperante è la scena dell’irruzione in casa Cornell da parte di Joanna e Bobbie. Giunte in casa senza bussare, sentono dal pianterreno i gemiti e le parole della moglie del farmacista durante un rapporto. Saranno così testimoni dell’ammissione di possesso da parte della donna e dell’accettazione della predominanza maschile nel sesso.

Conclusioni

La valenza politico-sociale de La fabbrica delle mogli consiste proprio nella denuncia del ruolo esclusivamente riproduttivo della donna nel mondo capitalista. Laddove i mariti partecipano alla produzione materiale e intellettuale, le mogli contribuiscono alla riproduzione sociale, garantendo alla macchina capitalista un continuo ricircolo economico e consumistico attraverso le generazioni.

Arte ed emozioni sono bandite a Stepford poiché la carica rivoluzionaria della sensibilità potrebbe svelare la diabolica pervasività del sistema vigente, minandone le fondamenta. In un periodo in cui ancora si credeva che alcune caratteristiche psicologiche fossero proprie della donna, innate e biologicamente determinate, la figura femminile era la rappresentazione del pericolo del sovvertimento dello status quo capitalista. Oggi sappiamo che questi aspetti non hanno una caratterizzazione sessuale, ma ancora sono gli elementi utili alla critica e alla rivoluzione.



Approfondimenti

Capitalismo e violenza contro le donne (Federici Silvia, Not/Nero on Culture)

Extra

Rosa di nuova generazione: blu per le bambine e millennial pink (Cicles Magazine)