Mitologia Hi-Tech

Un confronto acceso con l’Odissea di Christopher Nolan, tra epica, genere e le ombre del presente.

Edera Scheire

In questa torrida estate di guerre è uscito un film sulla guerra. L’attesissimo Odissea di Christopher Nolan ha conquistato i botteghini, ha riempito le fresche sale dei cinema del mondo. Dimenticatevi però le piane soleggiate, la solennità di Troy e i volti perfettamente abbelliti nei kolossal dei classici di Hollywood; il film di Nolan è un’esperienza claustrofobica, un cupo rivivere gli irrisolti di una civiltà. Il regista di Westminster – al quale dedicammo il primo numero della rivista – si muove nel torbido, concede alcuni spunti per riflettere sul presente e il domani, riuscendo a dar forma all’articolarsi delle trame del mito nel presente, o viceversa.

In questo oscillare tra il futuro e l’antichità la pellicola si confronta con la nostra epoca e i suoi conflitti, ed anche con le fragilità che perseguitano gli Uomini che li chiamano, li propagandano e li portano avanti senza pietà, uscendone forse un po’ miope. Da una parte colma un vuoto figurativo, mettendo al primo posto le figure al potere, dall’altra come una visione fugace, forse troppo potente da sostenere, compaiono e scompaiono figure femminili (alle quali, come è stato fatto notare, sono dedicati una manciata di minuti e frame) e il loro potere incontrollabile, la magia, lo specchio del rimosso maschile.

Ed ecco che, in questo acceso confronto con il classico, o che dir si voglia con l’eziologia della civiltà occidentale, insomma, quando Nolan padroneggia e utilizza le migliori armi della sua poetica, assorto nel contemplare la crisi e dare voce ai suoi dubbi esistenziali, eccolo reiterare le stesse violenze che la sua storia si sforza a tutti i costi di allontanare. Il caso dello sfruttamento dei territori delle popolazioni che abitano nel Sahara Occidentale, in Marocco, non permette al cineasta di fare quel passo in avanti per emanciparsi da visionario colonialista.

In definitiva, tra accuse di “wokismo” e possibile lustro del Cinema per qualche tecno-miliardario che propaganda ideologie reazionarie, Nolan rimane ben lontano dall’escogitare una lettura del testo di Omero capace di emanciparci collettivamente da un modello violento, predatorio e tossico di civiltà. Come le anime perdute in cerca di un ritorno a casa da Troia, egli rimane incastrato nel suo stesso inganno. Il tempo si è capovolto su se stesso, facendo emergere i traumi e i rimossi, così come le catene che passivamente ci avviluppano nel nostro sfitto quotidiano capitalista. Non è un giudizio sul valore cinematografico dell’opera – che anzi, nella sua potenza visiva, merita di essere vista. È piuttosto, per usare la lente di Slavoj Žižek, una lettura sintomale: più un film è formalmente riuscito, più vale la pena chiedersi quale ideologia lo stia rendendo così seducente.

L’antichità nel futuro

Il cavallo è stato portato all’interno delle mura di Troia. Ha inizio il grande inganno, il tradimento del patto con gli Déi che si racconta gettò il mondo in un’epoca buia. Dall’alto delle mura, Ulisse lascia cadere una torcia verso il basso: nell’oscurità, vede comparire l’esercito, pronto a colpire una volta che le porte saranno spalancate. Il sipario si squarcia all’apertura del cancello, si staglia tra la polvere e la luce del fuoco il temibile Agamennone.

Cosa si nasconde sotto la possente armatura? Tra i fasci di luce si intravedono le fragilità che lo animano, la sete di potere, il disprezzo per la vita che lo caratterizzano. Con un design hi-tech che rimanda direttamente al suo celebre e tormentato Batman Begins (2005), Nolan sbiadisce il confine tra elmo e maschera, tra il tempo delle radici passate e la visione di futuro della nostra civiltà, tra il rimosso e il desiderio.

E se caliamo quest’opera di Nolan come griglia interpretativa del mondo contemporaneo, per far luce sul palcoscenico geopolitico in cui si muovono i tecno-fascisti di oggi, vengono alla mente le parole della filosofa e saggista Susan Sontag nel suo saggio Fascinating Fascism (1975): l’estetica del potere autoritario non si impone mai con la sola forza, ma seduce, trasformando la dominazione in spettacolo e l’obbedienza in desiderio. È la logica che Sontag individua nell’estetica nazista: i corpi perfetti, le geometrie di massa, la sottomissione resa desiderabile. Stesso meccanismo anima l’armatura di Agamennone – non semplice corazza, ma messa in scena del dominio, costruita per essere ammirata prima ancora che temuta. Oggi come ieri, i novelli signori della guerra giocano a spartirsi le ceneri del mondo che essi stessi distruggono.

Se pensiamo a personaggi come Peter Thiel, Curtis Yarvin e Alex Karp, i principali rappresentanti di questa ideologia reazionaria nata nella Silicon Valley, non possiamo che provare un senso di inquietudine: averli osservati muoversi sotto traccia per anni ci permette oggi di comprendere quanto siano pericolosi, e quanto lo fossero le loro intenzioni fin dall’inizio. Si pensi al software di intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa Palantir, alle macchinazioni di Elon Musk nel campo della politica statunitense, all’idea che gli stati debbano funzionare come enormi aziende al soldo di qualche impresario. Con al centro l’idea che le tecnologie debbano prima di tutto essere asservite al settore strategico-militare, procedono nell’accelerata erosione dei diritti umani.

Il discusso manifesto in 22 punti di Karp ne è un chiaro esempio. La domanda, scrive, non è se verranno costruite armi basate sull’intelligenza artificiale, “ma chi le costruirà e per quale scopo”: gli avversari, aggiunge, non si fermeranno a dibattiti teatrali sull’opportunità di procedere. La giustificazione è la presenza di un nemico da distruggere, implacabile, eppure immaginario. La paura per i Popoli del Mare dell’Odissea, che porteranno destabilizzazione nel Mediterraneo, si specchia oggi nella xenofobia e nei deliri sull’invasione da parte dei popoli migranti; basti pensare al recente, tragico caso di Ceuta e alle pressioni esercitate sul governo del Marocco dall’amministrazione Trump.

Il ripresentarsi della narrazione mitologica nel qui ed ora non è casuale. Il mito canta il rapimento di Elena. Ma dietro l’epica, come suggerisce oggi l’archeologia, si intravede lo stesso movente di sempre: il controllo di uno stretto, di una rotta commerciale, di un passaggio strategico tra due mari. Ieri lo stretto dei Dardanelli, migliaia di anni dopo lo stretto di Hormuz.

La fame predatoria degli uomini egemoni, ancora una volta in preda alle proprie visioni e paure, con il potere economico, tecnologico e mediatico nelle loro mani, in competizione sullo scacchiere globale – nel Mediterraneo del medioevo ellenico come nel contesto più ampio del mondo globalizzato, sprofondato quest’ultimo, quasi per incanto, in un oscuro interregno tecno-feudale.

Il femminile ingovernabile

Come si è anticipato Nolan dedica poco spazio alle figure femminili, le quali compaiono quasi sempre sospese e di contorno, come apparizioni fugaci. Eppure, in questo timido mostrarsi, i gesti e le parole di queste donne consumate dal potere maschile sono la chiave per comprendere il grande rimosso nel film di Nolan. Penelope resiste alle pressioni dei pretendenti tessendo e disfacendo il sudario di Laerte ogni notte, Clitemnestra ottiene vendetta contro l’assassino di sua figlia; entrambe sono condannate a sopravvivere con l’inganno. “In un tempo di apparente magia…” recita l’incipit programmatico del film; quella magia esiste come rimosso del potere sovversivo femminile. La scena di Circe è in questo senso emblematica, sicuramente la più riuscita dell’opera.

Gli uomini irrompono nella casa della strega per saziare i propri appetiti. In un attimo si ritrovano in balia di un incantesimo di trasfigurazione. Circe inizia ad accarezzarli dolcemente, a stringere i loro volti tra le mani, a spremere le carni fino a farne uscire la loro vera forma: i soldati sono diventati maiali sotto i nostri occhi. Il grande apparato tecnologico IMAX, chiamato altrove (The Prestige, 2006) a smascherare ogni incanto come pura apparenza, qui si inceppa: il sortilegio non viene contenuto, viene mostrato – e proprio in questo mostrarsi scardina la stessa poetica che dovrebbe imbrigliarlo. Ciò che non si può rimuovere del tutto è la consapevolezza che Circe ha ragione: gli uomini di Ulisse sono porci, pronti a depredare e violentare non appena si presenta l’occasione.

Resta, sullo sfondo, l’immagine di Ulisse stesso – non il condottiero, ma l’uomo anestetizzato tra le braccia di Calipso, mansueto sotto l’effetto del fiore di loto, incapace di tornare a casa perché tornare significherebbe guardare in faccia ciò che egli ha causato, ammettere le proprie colpe. Ed ecco che le apparizioni della dea Atena e il suo etereo sguardo trovano un aggancio alla realtà materiale nel momento in cui Ulisse decide di affrontare il ricordo: non scorderà mai il volto della sacerdotessa della dea uccisa a sangue freddo dai suoi soldati, in quel di Troia. Il grande rimosso della violenza e lo sfruttamento si specchiano in Agamennone, nei tecno-monarchi di oggi, in un’intera civiltà che preferisce un dolce oblio alla responsabilità.

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