High Score – Il videogioco come opera ipertestuale

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Come per il cinema, nato nel 1895, il videogioco è una di quegli artefatti culturali di cui si può decretare l’esatto anno di nascita. Era il 1947, quando qualche eclettico ingegnere decise di usare i primi prototipi di computer per un’attività decisamente diversa dallo spionaggio internazionale: il gioco. High Score (Netflix, 2020) racconta l’avventura dei designer, programmatori e narratori di storie che hanno cambiato radicalmente la cultura di una civiltà. Ma il videogioco non è solamente un losco prodotto dell’industria: fin dalle sue prime stringhe di codice, è il prototipo di un nuovo modo di concepire e fruire le opere letterarie e artistiche. A partire da High Score è possibile articolare un discorso sul videogioco inteso come un potente medium ipertestuale.

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Il ruolo della musica di Low Roar in Death Stranding

Quando si produce un film o un videogioco, per adeguare il prodotto agli standard di mercato, si commissiona la realizzazione di una colonna sonora a uno o più artisti. Quello delle Original Soundtrack è un terreno ostico anche per gli appassionati di musica; poiché molto spesso di tratta di composizioni riempitive, pensate unicamente per accompagnare e sostenere le immagini. Nel caso dell’ultima fatica artistica di Hideo Kojima, assistiamo a un fenomeno diverso dalle consuetudini. Nonostante sia presente anche in questo caso una OST, firmata Ludvig Forssell, Kojima ha deciso di inserire in Death Stranding i lavori di Low Roar, in particolare tracce contenute nei primi album e in ross. (Tonequake Records, 2019) uscito al lancio del gioco. Una mossa controcorrente che si è rivelata tutt’altro che sbagliata.

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