L’eterno ritorno del giocabile

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Outer wilds è un videogioco che trasforma la morte in dinamica arcade per spingerci avanti nell’esplorazione dei nostri sentimenti.

Jacopo Sanna

Ogni giorno ci svegliamo al sorgere del sole e lo osserviamo muoversi nel cielo ad una velocità regolare fino al tramonto; e quando la luce fa spazio alla notte la stessa ciclicità si ripresenta nel moto delle stelle e delle galassie. Perché gli oggetti si muovono sempre allo stesso modo? È possibile cambiare il corso di questi eventi?

Outer wilds, videogioco sviluppato da Mobius Digital e uscito nel 2019, si apre con un risveglio; un risveglio brusco in campeggio, in una pineta di notte e affianco ad un falò acceso, mentre un essere blu con 4 occhi abbrustolisce un marshmallow. Poco più avanti c’è una torre di lancio costruita secondo dubbie norme antincendio e in cima ad essa un’astronave, che sembra tenuta assieme da nastro adesivo e rottami, ma funzionante e pronta al lancio. Dove stiamo poggiando i piedi non è la Terra e questo non è il sistema solare, ma sentiamo comunque il bisogno di partire, per raggiungere un cielo stellato e un universo da scoprire.

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Un Teporiano | frame di Outer wilds

“Che senso avrebbe scoprire nuove frontiere e ammirare sublimi paesaggi se non in compagnia di qualcuno con cui condividere lo spettacolo?

Quest’avventura in prima persona è innanzitutto incentrata sull’esplorazione, e noi videogiocatori assumiamo le sembianze di un giovane Teporiano (ecco come si chiama l’alieno quattr’occhi) all’inizio della sua carriera da astronauta. Siamo in un villaggio di Cuore Legnoso, pianeta d’origine e molto simile alla terra, dove la propedeutica interazione con gli abitanti e la visita al museo ci aiutano a conoscere le basi delle meccaniche di gioco e la sua atmosfera, ma anche ciò che si conosce del mondo immaginato e  qualche nozione di fisica di base! Dopo questo corso accelerato per pionieri spaziali ci vengono forniti i codici di lancio per la nostra nave e possiamo allacciare le cinture: sta a noi scegliere se ripercorrere i passi di chi ci ha preceduto o invece partire verso luoghi più lontani dove nessuno è mai arrivato. 


Essenziale per il viaggio è saper padroneggiare il sistema di guida della nave, nella pratica molto arcade e spassosa, ma non privo di momenti che richiedono precisione e pazienza; elementi che regalano, quando meno ce lo si aspetta, azioni rocambolesche e ricche di adrenalina. Equipaggiati di tuta spaziale e sonda scout (uno strumento per scattare fotografie, utilissimo per comprendere l’ambiente circostante)  siamo quindi volti all’esplorazione del nostro piccolo sistema solare, costruito a misura di giocatore, in cui le proporzioni uniscono il grande e il piccolo in maniera perfetta. I pianeti, estremamente densi di dettagli, si mostrano immensi e inamovibili dal loro moto di rivoluzione, impossibile non sentirsi insignificanti, ma al contempo meravigliati, mentre una sensazione di brividi, vertigini e mistero accompagneranno tutta l’esperienza.

L’astronave è leggera e difficile da controllare | frame di Outer wilds

Atterrando sul suolo di questi pianeti e proseguendo a piedi questo piccolo universo ci svela subito la sua natura inospitale e spesso ostile: le strade diventano inaccessibili, il clima e la geologia diventano nemici che pongono un freno all’avventura, ma non si tratta di muri invisibili. Nel lavoro di Mobius Digital tra level design e narrazione c’è perfetta sovrapposizione, e ciò che sembra un limite invalicabile è in realtà un enigma ambientale di cui ancora non conosciamo soluzione. Per aiutarci potremo chiedere ai nostri colleghi Teporiani, sparsi negli angoli del sistema. Con il segnaloscopio captiamo la loro musica che risuona nello spazio profondo quasi a comporre un’orchestra cosmica, per ricordarci sempre che non siamo soli nelle nostre paure. Che senso avrebbe scoprire nuove frontiere e ammirare sublimi paesaggi  se non in compagnia di qualcuno con cui condividere lo spettacolo? 

“Ad ogni giocata si impara sempre di più e tutte le nostre intuizioni si aggiungono al nostro inventario di conoscenze, per risolvere pian piano tutti gli enigmi.

Queste stesse emozioni per l’entusiasmo della conoscenza e il brivido della scoperta forse erano sentite anche dai Nomài, civiltà ormai da tempo perduta, i cui resti riecheggiano come fantasmi in questo piccolo angolo dell’universo. In ogni pianeta si possono ancora ammirare le loro ingegnose architetture e tecnologie ancora in piedi e funzionanti dopo centinaia di migliaia di anni. I loro scritti ancora leggibili, di fatto appunti e conversazioni di tutti i giorni, ricostruiscono le vicende, le domande filosofiche e scientifiche che si ponevano, le loro considerazioni personali ed esistenziali, turbati come noi a trovare un senso e un posto in questa vita in cui ci sentiamo chiamati ad agire. È l’empatia per questa civiltà fossilizzata che ci aiuta ad unire i puntini, leggendo tra le righe queste persone che avevano una comprensione più profonda dell’ambiente circostante e delle sue dinamiche. Mentre aggiungiamo sempre più tasselli al puzzle cosmico, un inevitabile evento catastrofico introduce la meccanica di gameplay chiave e il fulcro narrativo di tutta l’opera. 

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Veduta dall’iperspazio | frame di Outer wilds

Dopo 22 minuti la nostra stella esplode in una spettacolare supernova, disintegrando tutto al suo passaggio compresi noi stessi, vanificando i nostri piani. Ma non è la fine, è l’inizio di un ciclo in cui tutto torna alle condizioni di partenza ad eccezione dei nostri ricordi, un loop che ricomincia ogni volta sopraggiunta la morte. In Outer Wilds si muore spesso, che sia per la sopracitata supernova, polverizzati dal calore, per un passo falso su un canyon o perché si è rimasti senza ossigeno nel vuoto gelo dello spazio. Eppure, togliendo ogni frustrazione da game over che un videogioco può portare, la morte assume il ruolo narrativo di guida. Ad ogni giocata si impara sempre di più e tutte le nostre intuizioni si aggiungono al nostro inventario di conoscenze, per risolvere pian piano tutti gli enigmi. 

Non è un caso che questo sia un gioco molto apprezzato dalla critica. Di fatto questa potrebbe benissimo essere l’evoluzione naturale di un genere che purtroppo è in crisi dagli anni 2000, le avventure grafiche punta e clicca, genere riesumato nel 2012 con The Walking Dead di Telltale Games, azienda di sviluppo tristemente fallita nel 2019. Così come in The Secret of Monkey Island (LacasArts, 1990) Guybrush Threepwood per conseguire il suo sogno di diventare un pirata aggiunge gli oggetti più strambi e svariati al suo inventario, elementi necessari per risolvere i più svariati enigmi, in Outer wilds il tutto si condensa in un computer di bordo che crea per noi una mappa concettuale man mano che le verità si svelano.

Ma se il nostro amico pirata ha un obiettivo chiaro in mente, noi Teporiani non abbiamo certezze e sempre più domande. Che senso ha continuare se le nostre sorti sono inevitabili e se per scoprire lo scibile dell’universo non basterebbe una vita intera, ma che dico, migliaia di vite? Outer Wilds ci suggerisce che forse la risposta non sta alla fine del viaggio, ma nel modo in cui ci siamo impegnati per raggiungerla.

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Premere X per allacciare le cinture | frame di Outer wilds

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