Il retrogaming non esiste

5'

Il mondo del retrogaming nasce e muore nelle logiche di consumo che lo regolano e anche la riscoperta e conservazione dei vecchi titoli può essere un problema da non sottovalutare. 

Jacopo Sanna

Ad oggi nella tua vita da consumatorə videoludico viene data una scelta: digital delivery o retrocompatibilità; non esistono molte altre soluzioni in questo nuovo contemporaneo digitale. Ma forse sei unə consumatorə della generazione 90 e millennial e hai modo di opporti: sei pienə di videogiochi in formato fisico, vecchi giochi delle scorse generazioni ad attenderti nello scatolone delle cianfrusaglie impolverate. Saresti comunque ben individuato dalle industrie videoludiche come consumatore retrogamer, ma puoi permetterti una maggiore dissidenza. Nella tua vecchia libreria passi in rassegna Halo, GTA IV, Fallout 2, insieme ad altri grandi classici, e se eri un lettore vorace di riviste videoludiche, sai che come inserto potevi ricevere titoli ben più vecchi; forse alcuni di quei giochi non li hai mai nemmeno spacchettati. 

Nascosto in una vecchia busta piena di cavi e controller, balza all’occhio Age of Pirates: Caribbean Tales, mai provato. Sembra un mix fighissimo di battaglie navali, vita da pirati e duelli a colpi di sciabola nei mari dei Caraibi. Lo infili nel pc, e anche se è Windows 10, ti affidi alla capacità del computer di leggere qualsiasi cosa. Infatti si installa, ma prima di procedere ti viene richiesta un’ultima formalità, comune per i tempi dell’uscita del titolo: “riavvia il pc”. Alla riaccensione, ti trovi paralizzato e incredulo davanti a un bellissimo blue screen of death.

retrogaming
Collezione di giochi per PC. Attualmente alcuni di essi sono inutilizzabili

La dissidenza è stata ripagata con una completa formattazione del pc, perché ciò che si nascondeva in quel cd del 2006 era una vecchia mina inesplosa di una battaglia combattuta tempo fa, in una guerra che continua tutt’ora. In quegli anni la lotta alla pirateria informatica era aggressiva e senza frontiere di decenza, e non stupisce che un programma come StarForce Copy Protection System abbia riscosso tanto successo in molte case sviluppatrici (Ubisoft tra le maggiori fruitrici). Questo programma aveva la funzione di proteggere e gestire i diritti d’autore, impedendo ai videogiocatori il libero accesso ai file, scongiurando quindi azioni di copia non autorizzata. Per come sono strutturati questi tipi di programmi, spesso condividono molte similarità con i malware e StarForce Copy Protection System interferisce in maniera grave con i nuovi sistemi operativi, segnando anche la vita del PC.

È stato più che sfrontato provare a installare un videogioco dopo la sua data di scadenza, fissata dall’illustrissimo dipartimento del triumvirato ludico, Sony, Microsoft, Nintendo. Oggi Age of Pirates ha cambiato nome in Sea Dogs: Caribbean Tales (Akella, 2006) ed è disponibile su GoG e Steam (due servizi di digital delivery), ma ha scampato veramente la sua dipartita? L’obsolescenza programmata riguarda purtroppo tutti i videogiochi, la tecnologia corre e lascia tutto l’universo digitale del passato alle spalle, in uno stato di abbandono.

retrogaming
Quello dei vecchi giochi e console è un mercato in crescita da anni | Flickr

Ci sono molte ragioni per cui un videogioco muore. Con il susseguirsi di nuovi sistemi operativi, nuove console, i programmi del passato spesso non sono più leggibili. Da sempre, deliberatamente, da parte di Sony,  per la Playstation viene negata la retrocompatibilità e solo ultimamente su Playstation 5 è disponibile un catalogo ben selezionato di titoli della scorsa generazione; perché l’unica logica è l’andamento del mercato, come indirizzarlo e come sfruttarlo. Se un videogioco ha fatto la sua storia, ma per i consumatori di oggi non è possibile fruirne, si guadagna il primo posto per il dimenticatoio.

Inoltre, le case produttrici che assumono questo paradigma non saranno mai veramente custodi dei loro prodotti. 

Prendendo in esempio una serie survival horror iconica come Silent Hill di Konami, di cui esistono nove capitoli principali e una serie di spin-off, l’uscita nel 2012 di Silent Hill HD Collection (che di collection ha ben poco) suscita reazioni tragicomiche. Il primo capitolo è assente e nella raccolta ci sono solo Silent hill 2 e 3. Da playstation 2 si passa alla 3 con una rimasterizzazione in HD, mostrando problemi grafici che snaturano le atmosfere della produzione originale: la claustrofobica nebbia è tagliata e si presentano mancanze di dettagli negli oggetti comuni, nonché eliminati effetti di fuori fuoco.

Questi problemi nel portare un vecchio software faccia a faccia con le tecnologie più recenti trovano una spiegazione nelle dichiarazioni di Konami, che ammise di aver perso il codice sorgente dei 2 videogiochi, perché già allora tutto era ragionato per non durare: “una volta concluso lo sviluppo, non c’è più bisogno di utilizzare quei dati nel futuro”. E il primo capitolo dunque? Forse è lì in attesa per una rimasterizzazione, oppure perché no, un remake ancora più accattivante per adattare il titolo ad una generazione indefinita.

I videogiochi pensati principalmente per il multigiocatore online di 10-20 anni fa ci danno un’idea di ciò che il futuro riserva per i titoli di oggi. Basta farsi una partita a un vecchio Battlefield per rendersi conto che il numero di persone giocanti è esiguo rispetto alla data di uscita, i quali hanno ormai lasciato server e server vuoti con poche eccezioni. Entrando in uno di questi ghost server ci si trova in una mappa di gioco intonsa, ogni veicolo e torretta sono pronti per l’utilizzo, ma in giro non c’è nessuno e l’unica azione possibile è l’esplorazione di una landa di pixel desolata ed inquietante, dove riecheggiano i ricordi delle vecchie partite passate e gli spettri delle emozioni mai provate da chi non ha mai toccato quel gioco fino ad ora. Le produzioni AAA (cioè ad alto tasso di finanziamenti) sono risparmiate ancora per un po’ dall’oblio, ma i lavori delle case più piccole risentono la completa desertificazione digitale. 

retrogaming
Un esempio di server di gioco completamente vuoto in Battlefield 2 | EA/DICE

DEFCON di Introversion Software (2006) è uno strategico in tempo reale, in cui il multigiocatore è essenziale per l’esperienza: immergendosi nel punto di vista di un presidente o signore della guerra che osserva con freddezza il mondo da un tavolo di guerra, ogni giocatore prende il controllo di uno dei macroblocchi geopolitici, dal nord-america alla russia. Successivamente si predispongono le proprie risorse militari con l’obiettivo di raggiungere la superiorità navale e aerea. Il giocatore può stringere alleanze e studiare le altre superpotenze, ma alla fine qualcuno lancerà il primo missile termonucleare e la terza guerra mondiale avrà inizio. Con la quasi totale assenza di giocatori nei server però, DEFCON perde molto della visione artistica e dei messaggi retorici degli sviluppatori. 

Giusto qualche anno fa, un videogioco come Halo: Combat Evolved aveva server completamente vuoti, ma con una mirata remastered di tutta la saga, tutto si ripopola. Tuttavia il problema non è risolto, prima o poi arriverà una nuova generazione e il titolo affievolirà di nuovo, magari per sempre. Le soluzioni che fino ad adesso tutte le aziende videoludiche hanno perseguito sono aggiungere altre situazioni problematiche agli evidenti difetti della tecnologia odierna, che si trascina dalla sua nascita. Trovate commerciali come la Playstation Classic e il Nintendo Classic Mini fanno riassaporare la muffa della cantina, e per quanto lodevole siano i lavori di programmatori freelance che sviluppano emulatori di vecchie console, per dilazionare la data di morte di molti videogiochi del passato, il loro operato è sempre al limite della legalità finendo per essere spesso ostacolati e sfruttati, rovinando il risultato finale.

Quella del retrogaming è una questione aperta ancora in discussione e palesemente non si è ancora trovata una metodologia ottimale per archiviare e preservare i videogiochi, sia del passato che di oggi. Ma forse per potersi immaginare un futuro più responsabile in tal senso, bisogna rifiutare ogni tendenza consumistica, svelando poi quello che è in realtà un segreto di Pulcinella: il retrogaming è un’invenzione aziendale che segue solo logiche di mercato.

Solo quando i videogiocatori saranno spogliati dalle etichette di consumo i videogiochi saranno considerati veri prodotti d’arte, guadagnandosi il diritto di essere conservati e studiati.

Hai letto: Il retrogaming non esiste