Quando tutto diventa nero

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Dal pensiero antico alle produzioni culturali recenti il pessimismo filosofico ci mostra il terribile vicolo cieco in cui necessariamente la ragione s’incaglia. 

Pauldavid Ligorio

C’è una premessa che non riusciremo a scrollarci di dosso per molto tempo: con il Covid la realtà è cambiata, niente sarà più come prima e dovremo abituarci a confrontarci con tante conseguenze nefaste. Ma in un contesto più ampio il virus è solo l’ultimo nella lunga lista di problemi da risolvere: le disparità sociali, lo sfruttamento del lavoro, il collasso climatico e l’esaurimento delle risorse, sempre più repentino. Insomma, ogni giorno ci svegliamo con la consapevolezza che il bicchiere è mezzo vuoto e si svuoterà presto del tutto. Pensare che le cose andranno male è dunque piuttosto normale di questi tempi e, senza dubbio, ora più che mai, il detto “non sono pessimista, sono realista” sembra acquisire un valore inaspettato.

Il pessimismo, la pecora nera della storia della filosofia, negli ultimi anni è tornato prepotentemente in voga grazie al lavoro di appassionati e ricercatori indipendenti che hanno saputo sistematizzare un pensiero che, a differenza di una corrente storicamente ben definita, sembra ripresentarsi ciclicamente e in maniera sporadica, cambiando le sue vesti ma non gli assunti e le conclusioni a cui giunge. Fin da Eraclito il pessimismo si confronta con l’idea che ogni cosa avrà una fine: il mondo, in quanto mutevole, passa dall’essere al non essere e viceversa. Che cosa significa? Che ogni essere vivente è destinato a morire e che l’universo stesso, prima o poi, svanirà nel nulla. 

Nei momenti difficili l’umano tende a darsi delle spiegazioni razionali per superare le difficoltà. Se però i fattori di crisi superano la quantità di soluzioni che riusciamo a elaborare ecco che la disperazione può mettere all’angolo. È all’incirca la situazione vissuta da moltə durante i mesi di lockdown e seguenti, durante i quali non è un caso che siano aumentati esponenzialmente i casi di depressione, ipocondria e disagi mentali simili. All’improvviso è caduta ogni certezza, l’umano è stato riposto al suo grado zero, a dover fare i conti con la propria finitudine, e ogni significato si è dissolto per lasciare spazio a un profondo senso di vuoto. Ma, in taluni casi, questa assenza ha permesso una sorta di presa di coscienza di problemi e difficoltà – che già esistevano prima della pandemia – di cui si era inconsapevoli o che venivano tacitamente ottenebrati.

pessimismo filosofico
Il protagonista del film Il Buco Goreng (Ivàn Massagué) | Netflix

Basti pensare all’uscita di un film come Il Buco (2020) che sarebbe rimasta probabilmente sullo sfondo della normale programmazione Netflix se non ci fosse stato il lockdown. In una prigione verticale di massima sicurezza una piattaforma mobile distribuisce cibo e bevande dal piano più alto a quello più basso, favorendo i primi e condannando gli ultimi al cannibalismo. La metafora di un’umanità rinchiusa, vincolata da regole coercitive, strutturata su rigide gerarchie di potere ed esposta alla precarietà è risultata palese anche ad un pubblico non propriamente abituato a ragionare di questioni esistenziali. Questa lettura del film, per quanto legata anche a dinamiche di clickbait, ha un carattere squisitamente disvelatorio e mostra le potenzialità sottese a un pensiero votato alla negatività. 

Il connubio tra stato di depressione e capacità di addentare la realtà è ampiamente discusso da Colin Feltham nel suo libro Depressive Realism: Interdisciplinary Perspective (2017), un’opera che emancipa il concetto di depressione dall’esclusivo ambito medico, traslando il termine dalla psicologia alla filosofia, per descrive un mindset più generale con cui osservare la realtà. Secondo l’autore si può intendere con realismo depressivo “una visione generale dell’esistenza umana come essenzialmente negativa”. Nella prospettiva di Feltham il pessimismo è solo una delle tante modalità in cui il realista depresso configura la sua visione del mondo; infatti anche la melanconia, il tedio della vita, il nichilismo e tante altre rientrerebbero sotto questo ombrello. 

Proprio come quando il protagonista di Essi Vivono (1988) indossa gli occhiali magici che gli permettono di riconoscere il dominio alieno, lo sguardo del realista depresso è capace di addentrarsi nelle fosche pieghe del quotidiano, ingegnandosi per mostrarne gli aspetti inaccettabili o disdicevoli. Il filosofo Timothy Morton, probabilmente la persona più preoccupata al mondo per il collasso climatico, può essere un esempio di questa prospettiva: egli sostiene che quando piove non sta semplicemente piovendo; un temporale o una gelata non sono eventi casuali, sono dei piccoli effetti di un processo molto più grande e devastante, ovvero il riscaldamento globale. Ora sapete come rispondere al prossimo commento di circostanza sul meteo.

Dal momento che accettiamo di dirci la pura verità, dobbiamo anche accettare che ne soffriremo. Come sostiene il filosofo inglese Ray Brassier nell’introduzione al suo celebre Nihil Unbound: Enlightment and extinction (2007), dal momento che l’umano trova nella razionalità la fonte del suo agire nel mondo e lo strumento per illuminare il proprio cammino, si deve accettare il nichilismo come corollario al realismo, ovvero alla convinzione che esista una realtà indipendentemente da una mente che la osserva. Perché se decidiamo che esiste una realtà là fuori ad aspettarci, dobbiamo anche accettare che questa sia terribile. Secondo Brassier la scienza e la filosofia moderna hanno dimostrato che le grandi narrazioni con cui raccontiamo la storia umana non sono altro che tentativi di arginare il crollo della diga; in altre parole gli Stati-Nazione, Dio e l’antropocentrismo non sarebbero altro che maschere poste di fronte alla mancanza totale di un’effettiva sensatezza.

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Lo scienziato pazzo Rick (sulla destra) e il suo nipote sfigato Morty | Adult Swim

Ora, proviamo a tornare sul divano su cui stavamo guardando Netflix. Se osserviamo con attenzione potremmo notare che buona parte della cultura pop degli ultimi anni è profondamente intrisa di idee e concetti non proprio accettati largamente da tuttə. Ad intercettare questa tendenza sono Andrea Cassini e Claudio Kulesco che con Blackened. Frontiere del pessimismo nel XXI secolo (Aguaplano, 2021) mostrano come molte produzioni di film e serie TV apprezzate da una vasta platea appartengono alla galassia del pessimismo.

C’è una scena di Rick and Morty in cui un alieno nasce, cresce e muore in pochissimi secondi, durante una rocambolesca corsa per sfuggire da altrettanti alieni killer. Il mostrare questa effimera corsa verso il nulla, questo rigurgito senziente verso la propria morte, è solo uno dei tanti tragicomici accadimenti che popolano la serie creata da Roland e Harmon. Secondo gli autori di Blackened, il grande successo di questo tipo di prodotti culturali sta nella capacità di rimuovere qualsivoglia tipo di filtro e spiattellare in faccia allə spettatorə le brutture dell’esistenza, senza preoccuparsi troppo di urtare la sensibilità del proprio pubblico. Ma non basta, l’esigenza di ascoltare storie senza mezzi termini è, a questo punto, considerabile una tendenza generale, specchio di un profondo disincantamento.

Una delle opere analizzate attraverso le lenti del pessimismo è NieR: Automata (2018), videogioco sviluppato da Yoko Taro, che racconta la storia di un’umanità ormai scomparsa, attraverso le gesta di robot costruiti con un unico scopo: proteggere e servire proprio l’essere umano. Poiché condannati a non poter portare a compimento il proprio ruolo e costretti a reinventarsi, questi robot sono dei “relitti di un’epoca dimenticata, senza più alcun appiglio sul presente”. Il videogiocatore non solo deve confrontarsi con un’esperienza di gioco ostica, ma anche porsi dei quesiti profondi, suggeriti dal gioco stesso, al fine di comprendere il senso della narrazione. Eppure in NieR: Automata “la ricerca di un significato è una corsa cieca, che si risolve in un ciclo di distruzione”, fatto dovuto alla struttura circolare ed eternamente ricorrente dell’opera. 

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Una delle robot protagoniste di NieR: Automata | Platinum Games

Quanto tempo abbiamo passato a rimuginare nella solitudine, accompagnati dal ronzio di convinzioni inossidabili? Nel tentativo di fornire un quadro generale su un campo vasto e articolato come il pessimismo filosofico si arriva a scontrarsi con un’aporia, un vicolo cieco della ragione. Forse è proprio la capacità di porsi domande, di iper-razionalizzare le cose del mondo e calcolare i pro e i contro degli accadimenti nelle nostre vite, che spingono l’umano a non trovare un senso adeguato. La razionalità, quando vince sulla parte più emotiva, superstiziosa e magica della mente, leviga e opacizza le superfici delle idee al punto da renderle così brillanti da farci sprofondare nel baratro del terrore. Ma non preoccuparti, forse tutto questo è solo un brutto sogno. 

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