Brutte idee sul lavoro culturale

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La soluzione all’impossibilità di costruirsi una carriera nell’industria culturale e ragionare di filosofia per davvero è gettare la spugna e smettere di lavorare. 

Pauldavid Ligorio

Una delle frasi più fastidiose che qualsiasi studente di filosofia si sente spesso ripetere è che, attualmente, intraprendere un percorso universitario in quel campo non dà alcuna possibilità di trovare lavoro. Opinione che però va spesso a braccetto con quella secondo cui  le aziende sono alla ricerca di personalità intraprendenti, dinamiche, dalle spiccate capacità cognitive, insomma un profilo all’interno del quale ogni studente di filosofia deve sperare di rientrare. Che buona notizia! Ma, dal momento che le aziende tendenzialmente hanno come obiettivo generare profitti, ci si chiede: cosa c’entra la filosofia in tutto questo? Nulla, assolutamente nulla. Compilare scartoffie in ufficio o progettare vincenti campagne di marketing sono attività molto lontane dal fare filosofia. Viene da chiedersi: se davvero il destino di chi decide di studiare filosofia è finire per svolgere mansioni molto diverse dalla filosofia, perché gli atenei dovrebbero tenere aperti questi corsi di studio? Non c’è investimento nella ricerca, se non molto misero ed esclusivamente in ambito accademico, dunque che senso ha effettivamente buttare via tutto quel tempo?

Sono domande difficili a cui dare risposta. Attraverso piccole ma costanti pressioni, moltə si fanno convincere che davvero la filosofia “non serve a niente” e altri discorsi simili da sangue alle orecchie. Una risposta classica è sempre valida: è vero, la filosofia non serve a niente ed è questo il grande vantaggio che ha rispetto ad altre discipline, poiché richiede di immergersi completamente in un lavoro di immaginazione sperimentale impareggiabile. Forse è proprio questo il punto: la filosofia, quella fatta come si deve, fa paura, e a ragion veduta. In ossequio alla logica del nostro fantomatico interlocutore, lə studente ideale (e idealizzatə) di filosofia dovrebbe semplicemente svolgere un compitino, studiare quei 4/5 classici, frequentare una ventina di corsi e semplicemente accontentarsi di sistemarsi come fanno tutte le persone “cum grano salis” (chi vuole intendere, intenda). Siamo molto distanti dalla realtà. Certo, in alcuni casi c’è chi è costretto ad arrendersi, ma di solito i soggetti che si aggirano tra i corridoi di questi dipartimenti di studi non mollano l’osso tanto facilmente. Il risultato paradossale di scegliere una facoltà come filosofia è questo: ad un certo punto quella realtà in cui ci si dovrebbe incasellare inizia a stare stretta, molto stretta. È molto comodo dunque, da parte delle istituzioni, far cassa sulla formazione di dissidentə e poi sbattere loro la porta in faccia.

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Jacques Derrida, uno dei pensatori più eclettici del ‘900, in una vecchia intervista lamentava del carattere abusante della mentalità americana nelle accademie. Quando il filosofo ebbe modo di fare ricerca negli Stati Uniti sperimentò in prima persona l’atteggiamento iper competitivo richiesto da professori e studenti: il pensatore fu invitato a sviluppare e produrre pensiero, come se l’Università fosse una fabbrica – “Elaborate!” – e la vita degli studiosi un set cinematografico – “Action!”.
L’idea è che non si possa stare fermi e l’intimazione a “stare sul pezzo” era già evidente allora; in Italia non è stato fatto altro che importare coattamente l’esempio americano. Anche oggi infatti una delle soft skill che certe aziende richiedono per l’inserimento di nuovi membri in “un brillante team di giovani intraprendenti” è la cosiddetta “apertura mentale”. Che cosa significa? Di certo non ricercatori che stanno scrivendo una tesi sperimentale sulla geo-filosofia oscura, quanto piuttosto persone disposte ad accettare una serie di regole e dispositivi di comportamento, per stare buone, obbedire agli ordini ed eseguire compiti nella maniera più performante possibile. È molto comodo dunque, da parte delle istituzioni, far cassa sulla formazione di dissidentə e poi sbattere loro la porta in faccia. Chi ha le forze per sottrarsi a questo tipo di meccanismi lo faccia senza pensarci due volte! 

Ma dunque che cosa dovrebbe fare un buon filosofo? Una vaga idea me la sono fatta: semplicemente non lavorare. O meglio, lottare per poter continuare a pensare, scrivere e creare nuove idee, ma per davvero, non per dar di conto a un capo ufficio rompicoglioni. È arduo, me ne rendo conto. Lo spettro della delusione è dietro l’angolo ogni giorno, soprattutto quando ci si accorge che, anche nel settore dell’impresa culturale, si creano dinamiche non facili da evitare. La competizione spietata è una malattia che può carpire anche il più convinto editore anti-capitalista, o il rampante “imprenditore di se stesso”, o meglio dire imprendicario (da imprendicariato, ndr) sulla via della liberazione dalle pene terrene o dall’autopublishing. 

Non c’è da stupirsi che enormi dubbi inizino a diventare, per così dire, di routine: non sarà forse che gli sforzi richiesti siano del tutto vani? E non stupisce neppure che sempre più persone decidano di gettare la spugna, se non costrette dalla depressione, talvolta guidate da motivazioni politiche. È un fenomeno d’altronde in crescita negli ultimi anni quello delle cosiddette Grandi Dimissioni (Great Resignation): se le aspettative che si hanno sul lavoro non vengono realizzate o mantenute forse l’unica scelta possibile è scegliere di non lavorare, con buona pace degli stacanovisti. Iniziare a considerare il lavoro come fonte della schiavitù e non di libertà è il primo passo per evitare di essere mangiati vivi dallo stress e i burnout, ad oggi dovuti principalmente al calo degli stipendi, la totale reperibilità a qualsiasi ora del giorno e lo smart working.

Per quanto il fenomeno negli Stati Uniti stia crescendo d’intensità è anche vero che siamo ben lontanə da una rivoluzione verso la società senza lavoro auspicata da Paul Lafargue nel suo celebre pamphlet Il diritto all’ozio, del 1880. Le motivazioni di queste dimissioni di massa sembrano orientarsi verso una richiesta di condizioni di lavoro migliori, dunque, in fin dei conti, risultano temporanee e in vista di poter timbrare di nuovo il cartellino, nella speranza che un nuovo lavoro possa lenire le pene di quello vecchio. Scriveva sarcastico Lafargue: “Lavorate, lavorate, proletari, per far più grandi la fortuna sociale e le vostre miserie individuali, lavorate, lavorate affinché, divenendo più poveri, abbiate ancor più ragioni per lavorare ed essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalistica.”

Don Ivan Punchatz (1936-2009)

La produzione culturale è un’industria, esattamente come tutte le altre; ma non lo si afferma per ristabilire una qualche forma di valore negato all’ambito. È per sottolineare che anche la matrice delle idee rischia di essere viziata dalle logiche della sopravvivenza. Quantə autorə pubblicano libri ogni giorno sperando legittimamente di mettersi in tasca qualche soldo? Giornalistə e redattorə, un’intera classe competente. Chi apre e gestisce riviste, chi scrive articoli senza retribuzione, chi punta sul merchandising, tazze e magliette per autofinanziarsi. Il clima è di estrema competizione, una bolgia di precari e prosumer.

Si dice spesso che il sapere con il denaro non dovrebbe avere nulla a che fare, che la riflessione ha bisogno di tempo, lunghi momenti di introspezione e dialogo. Eppure come si fa a scrivere con la preoccupazione di dover pagare un affitto o la prossima bolletta? Forse è necessario rimettere tutto in discussione, anche le convinzioni più radicate in noi sul lavoro come unica soluzione per vivere; forse è il caso di fermarsi e pensare.

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