Libera di correre. ritratto di una generazione in fiamme

Un flusso di pensiero per una società senza binari, il caustico ritratto di una generazione che deve combattere contro un sistema che non riesce più a stare al passo coi tempi.

Andrea Bruno Millais

Due ragazze si rincorrono sulla scogliera di un mare azzurro come rincorrono i sogni che non potranno realizzare, a causa di una società che non riconoscerà mai, insieme alla loro omosessualità, la loro libertà di scelta. La prima si chiama Heloise e corre verso il mare aperto, con la parvenza di un’intenzione: buttarsi dagli scogli. La seconda la insegue temendo per il gesto della giovane, la massima espressione di libertà concessale dalla vita fino a quel momento. È una delle scene più belle di Ritratto della giovane in fiamme (Céline Sciamma, 2019), un film che potremmo definire come un quadro in movimento, che racconta una storia completamente al femminile nella quale l’unione è l’unico modo per sopravvivere al peso di una vita segnata da dogmi irrazionali, che guidano comportamenti socialmente imposti. Ma siamo liberi di correre oggi?

In un mondo in cui la battaglia per i diritti civili è così sotto i riflettori non possiamo che esserne certi: alcuni argomenti sono stati lentamente accettati, e siamo ben lontani da matrimoni combinati e da tutto ciò che vediamo in un film ambientato nel XVIII secolo. Eppure, a trent’anni ci troviamo in balia di un bilancio imprevisto e l’anacronistica idea di futuro propostaci dai nostri genitori ci disorienta. Siamo cresciuti con lo schema diploma – lavoro – famiglia. Una generazione segnata, ormai, anche dalla piaga indelebile del Covid, senza certezze né prospettive. Eppure, anche se completamente schiacciati dal peso delle aspettative che la generazione precedente ha nei nostri confronti, non riusciamo ad ottenere empatia sul fatto che siamo la prima generazione dal dopoguerra a non avere alcun tipo di certezza. La rivendicazione dei diritti civili è certamente uno dei temi centrali di una società che sta radicalmente cambiando circa i temi familiari. Stiamo man mano riconoscendo di fatto le coppie omosessuali e stiamo imparando per la prima volta nella storia a conoscere nuovi orientamenti sessuali, nuove libertà, nuove identità di genere. È un momento importantissimo per la società del futuro. Il lavoro è ancora tanto da fare, la strada per la parità effettiva è ancora lunga e tortuosa, ma sicuramente la macchina si è messa in moto. Tra queste pagine si sta parlando del termine Queer, ma che cosa significa? È curiosa la relazione, insita in questa parola, che associa la stranezza all’omosessualità. Eppure, chi mai non potrebbe definirsi queer in un’epoca dominata dalla stranezza?

La nostra generazione è strana ed eccentrica di per sé. Siamo pionieri nell’utilizzo delle nuove tecnologie, dell’internet of things e dei social network, che ci hanno guidato in un nuovo sistema alla base delle relazioni sociali. È vero, in qualche modo siamo più uniti, ma allo stesso tempo anche più soli. È vero, siamo sessualmente liberi, ma incastrati in un’eccessiva chiusura emotiva, verso un mondo che corre troppo veloce, dove sembra mancarci il tempo per godere delle nostre emozioni. La lotta per la parità di genere, per il riconoscimento di una novità (tale solo perchè da sempre repressa), non è solo una questione di labels, ma del bisogno di un’intera generazione di essere riconosciuta per la sfida che la realtà le ha posto: un mondo confuso, dove chi è capace di riconoscersi è salvo. Con Ritratto della giovane in fiamme, Céline Sciamma ci mostra il dolore di due persone che hanno imparato a riconoscersi l’una nell’altra, ma che, a causa di condizioni storiche contingenti, sono costrette a reprimere completamente la loro personalità. Attraverso questa magistrale rappresentazione abbiamo la possibilità di empatizzare con le protagoniste e di rivendicare noi stessi, in un’umanità che non può più far finta che la vita degli individui debba essere prescritta sulla base di stantii preconcetti. Perché al di là delle etichette siamo persone di carne e desiderio, che sperano di poter sopravvivere, in una società che ci ha insegnato che la frustrazione genera odio. Non abbiamo bisogno di darci un nome per riconoscerci. Abbiamo bisogno di autodeterminarci, di valori più solidi di semplici schemi a cui siamo stati abituati da una certa educazione. Profondamente fallimentare, se privata di un contesto socio-economico che si ostina a reiterarne passivamente i meccanismi. È un passo in avanti che va ben oltre il riconoscimento delle unioni omosessuali, si tratta di mettere in discussione il ruolo predominante della famiglia stessa. Vogliamo essere liberi di non voler riprodurci, o di non volere matrimoni solo perché i nostri genitori ci vogliono vedere sistemati. Natura altro non è che un’idea che ci facciamo delle cose e del mondo. È troppo comodo definire naturali soltanto i comportamenti tradizionali dei nostri genitori. Ed è molto più completa una definizione di natura che riesca ad aprirsi a ciò che semplicemente esiste, a prescindere dalla nostra volontà.

Abbiamo smesso di appartenere ai nostri genitori, perché abbiamo visto la delusione sui volti di madri e padri che hanno inseguito i sogni dei nostri nonni. Noi, senza un tessuto sociale che ci garantisca le loro stesse condizioni, rischiamo di finire peggio. Abbiamo scoperto che la felicità non è dettata da schemi sociali, ma non sappiamo come dirlo senza ferire chi in quegli schemi ci ha benevolmente creduto. Siamo i primi a sperimentare questa consapevolezza, anche grazie ai mezzi tecnologici che ci collegano ad altri individui che esperiscono la stessa condizione di frustrazione. Persi tra le tante aspettative che falliscono di fronte alla precarietà in cui siamo stati catapultati. Pensandoci bene, forse la queerness è una delle caratteristiche che ogni generazione ha sempre notato – e spesso biasimato – in quelle successive.

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