Sex (dis)education

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Nelle scuole italiane e non solo l’educazione sessuale è ancora un tabù e c’è una serie Netflix che prova a combattere la cosa.

Michela Sgobbo

Hai sedici anni, ti stai approcciando al mondo, a te stesso, alla tua sessualità. Hai sedici anni e vivi la confusione dovuta alle tempeste fisiologiche che stanno investendo il tuo corpo. E questa confusione ti rende fragile, insicurə, spaventatə, vulnerabile. Hai sedici anni e cerchi risposte nelle figure di riferimento a te più prossime: i tuoi genitori. Adulti, quando presenti, impegnati per la maggior parte del tempo ad arrancare in vite insoddisfatte e complicate, figure disfunzionali che non ti comprendono poiché sprovviste a loro volta dei mezzi necessari per farlo. Di fronte a queste mancanze inizi a cercare risposte nell’ambiente scolastico ma anche qui fatichi a trovarne, allora ti confronti con i tuoi coetanei e insieme cercate il modo per auto educarvi alle relazioni, all’affettività, al sesso. 

Tutto questo ci viene raccontato in tre stagioni (con una quarta già annunciata) dalla serie tv Netflix Sex  Education: un gruppo di adolescenti di un liceo inglese che quotidianamente affronta, a suo modo, temi come la scoperta del proprio corpo, delle relazioni, del bullismo, delle discriminazioni, della violenza di genere. Adolescenti senza punti di riferimento che iniziano a costruire da autodidatti una personale educazione sessuale, laddove il gap educativo diventa un peso più grande delle insicurezze legate alla pubertà stessa, tanto da arrivare a far ribattezzare l’istituto come “La Scuola del Sesso”. 

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La scrittrice e terapista sessuale Jean Milburn (Gillian Anderson) in Sex Education | Netflix

A volte sui generis, spesso in maniera edulcorata, Sex Education ci racconta quanto ancora sia difficile nella  società odierna sdoganare certi argomenti, soprattutto negli universi formativi adolescenziali e il nostro  paese ne è spesso l’esempio. Se le adolescenti degli anni ’90 guardavano, quasi di nascosto e in seconda serata, le avventure affettive e sessuali, estremamente pop, di Carrie Bradshaw & Company, lə adolescenti di oggi godono di offerte on demand più adeguate e sempre disponibili alla visione, spesso però senza averne i giusti strumenti per comprenderle. Un’evoluzione forse meramente tecnologica più che formativa, quando con buona probabilità certi muri – negli ambienti scolastici in particolar modo – non sono stati ancora abbattuti. 

Educare alla sessualità oggi in Italia appare un tabù quasi quanto l’argomento in sé. Sembra non si voglia  comprendere che il modo migliore per tenere lə giovani al sicuro è proprio quello di infondergli conoscenza, di fornire loro strumenti che permettano di affrontare con maturità e consapevolezza ciò che inevitabilmente incontreranno. Nel nostro paese i programmi scolastici sono sprovvisti, nella maggior parte dei casi, di attività formative atte ad informare in maniera adeguata su temi come la contraccezione, le malattie sessualmente trasmissibili, la conoscenza del proprio corpo. Nelle nostre città fanno più scalpore manifesti pubblicitari raffiguranti delle vulve, accusati di immoralità e di  ipersessualizzazione, quando a far discutere dovrebbe essere la mancanza di una norma che preveda la trattazione approfondita di certi argomenti in classe, attenta alle identità e ai diversi orientamenti sessuali, che possa educare a comprendere e a comprendersi in un momento così delicato della scoperta di se stessi. 

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La pubblicità Viva la Vulva | Nuvenia

L’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria nelle scuole, un vuoto che genera distorsioni e che demanda il più delle volte la trattazione dell’argomento ad enti terzi, spesso inappropriati nell’affrontare certi temi in maniera corretta. In altri paesi europei si seguono invece programmi di “Educazione Sessuale Onnicomprensiva”, come previsto dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In diversi casi questo approccio sta facendo riscontrare un minor tasso di gravidanze precoci tra le giovani donne. 

E dove non c’è adeguata istruzione facilmente supplisce in maniera indiscriminata la pornografia, esponendo ragazzə, anche in età pre adolescenziale, a materiali facilmente reperibile in rete senza che esista alcuna conoscenza in materia pornografica o sessuale in generale. 

Ancora una volta infondere la conoscenza spaventa, quando divulgare e rendere fruibili certi argomenti renderebbe liberə, donerebbe consapevolezza nelle scelte. Come Albert Einstein ci insegna: “Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare per risolvere i problemi causati dal vecchio modo di pensare”. “Un nuovo modo di pensare”: un impegno e un augurio per la nostra società.

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