Il disegno di legge Zan è sospeso ma ripulire i danni delle discriminazioni razziste, sessiste e abiliste rimane un lavoro faticoso, non riconosciuto e tantomeno retribuito che lə attivistə continueranno a fare.
La discussione intorno al disegno di legge Zan delle ultime settimane ha offerto l’occasione per riflettere pubblicamente non solo in materia di discriminazioni (di genere, orientamento sessuale, disabilità…) ma sul concetto stesso di identità. Abbiamo assistito a dibattiti tra parlamentari, tra partiti, tra testate giornalistiche che hanno coinvolto tesi e opinioni tra le più svariate, si sono alzate voci dal panorama scientifico in ambito di biologia, antropologia, studi sociali, psicologia, filosofia, oltre a chi (attivista o meno) ha espresso le sue posizioni su internet e attraverso i social media mainstream.
Se escludiamo molte delle posizioni che, goffamente e con una certa violenza, negano tout court la necessità di questa legge, la situazione apparirebbe salubremente democratica e di un certo spessore intellettuale. Definire l’identità di genere è senz’altro il nodo più arduo da sciogliere per poter vincere le resistenze all’approvazione di una legge che punta a proteggerla da discriminazioni e violenze.
Nel mondo della politica molti soggetti si sono espressi muovendo dai propri personali principi o dalle proprie credenze, alcunə hanno espresso scetticismo o totale indifferenza verso studi e ricerche che da decenni provano a rispondere ai grandi quesiti sul genere, ostentando incredulità di fronte all’ipotesi che la realtà non sia tutta divisa in M/F.
Una tendenza che trabocca dai palazzi del potere e partecipa dell’immaginario collettivo italiano, laddove l’opinione pubblica – alla stregua di altre questioni – oscilla tra la superficialità e la superstizione. A chi spetterebbe dunque l’oneroso compito di istruire gli addetti al lavoro legislativo circa le tematiche di genere, se loro stessi non si impegnano a farlo? Il lavoro scientifico, in ambiti accademici o militanti, pare ancora in larga parte sconosciuto nel dibattito politico.
La diffusione di determinate teorie e contenuti, che passa attraverso pubblicazioni, blog, articoli, performance e manifestazioni, incontra un solido muro di strutture preconcette che ne compromettono la comprensione. Di conseguenza, si rende necessario un lavoro di diffusione capillare attraverso pratiche, discorsi e comportamenti quotidiani di cui molte persone si fanno carico, in una estenuante lotta personale, al prezzo del proprio tempo e della propria serenità (e sempre nella ostinata mancanza di riconoscimento dei propri diritti!).
Cenerentole…
Nell’agosto del 2015 l’attivista nera Aph Ko lanciava dal suo blog Aphro-ism (poi divenuto un libro) un appello alle persone nere affinché la smettano di ripulire i pasticci intellettuali dei bianchi online. Un testo illuminante che ha risignificato un concetto molto utile, quello della “Cenerentola” intellettuale. La studiosa notava come moltə attivistə nerə impiegassero buona parte del loro tempo a rispondere a domande, provocatorie o no, da parte di persone bianche quali “e allora puoi insegnarmi come non essere razzista?”.
Insomma, come se coloro che agiscono il privilegio bianco non fossero nemmeno in grado di distinguere autonomamente cosa è razzista e cosa no, e necessitassero di essere edotte sulla questione da chi non solo la sa più lunga, ma ha vissuto la violenza razzista nella propria esperienza personale. Quasi che le persone non bianche non sopportassero già il loro estenuante lavoro di decostruzione del razzismo interiorizzato, la lotta per riappropriarsi delle loro esistenze in un sistema post-coloniale.

Aph Ko sostiene che fare da tutor ai propri oppressori sia un vero e proprio lavoro gratuito, che costa uno sforzo che si dà per scontato nell’attivismo nero e che arriva a generare fenomeni come la “sindrome da stanchezza da discussione razziale” e che, soprattutto, non è affatto dovuto. Se sei un soggetto razzializzato sei automaticamente un’esperta di razzismo: se non vuoi essere discriminata, esclusa e violata, spiega ai bianchi che cosa stanno sbagliando. Cenerentola! Cenerentola! C’è da spolverare!
Il patriarcato, come il colonialismo, è una struttura potente che agisce attraverso dinamiche molto sottili ed estremamente violente. Il femminismo intersezionale ha messo in luce un fronte comune alle lotte, individuando le stratificazioni dell’oppressione sulle identità minorizzate. Il processo stesso di “minorizzazione” di certe soggettività non è casuale, si inserisce bensì in una rete di norme e condizionamenti che traggono forza dall’innesco stesso delle lotte.
Se le istituzioni si ammantano di un’inclusività posticcia (vedi rainbow washing, pink washing, etc…) è solo perché in questo modo possono fatturare con la faccia pulita, mentre lasciano il lavoro sporco e non pagato a chi combatte ogni giorno sul campo. Non serve a nulla che Zara distribuisca shopping bag arcobaleno durante il mese del pride se poi le omosessuali che fanno acquisti da Zara vengono molestate o picchiate per strada. Insomma, il ragionamento di Aph Ko sulle discussioni razziali si presta egregiamente anche per i discorsi sul genere.
Esistono stuoli di autorə e influencer sui social network che si prodigano per scrivere post per maschi cisgender eterosessuali, per produrre video e infografiche educative sul femminismo rivolte agli uomini, addirittura per produrre contenuti sul privilegio maschile e la sua decostruzione. Il tutto ovviamente gratis e con annesse estenuanti discussioni, soprattutto online, che molto spesso si tramutano in insulti e minacce da parte di coloro che si voleva educare.
Questo tipo di pratiche dall’intento educativo consistono in un vero e proprio lavoro di cura non salariato, esattamente come il lavoro delle mamme che generano e allevano i figli mentre cercano di non perdere il lavoro e di tenere la casa pulita e splendente. Cenerentolaaa!
Il lavoro culturale e divulgativo necessario per scardinare modelli oppressivi è condotto con competenza, rabbia e passione, il giusto riconoscimento consisterebbe quantomeno nel colmare le lacune che persistono nel discorso legislativo.
… e streghe!
Siamo stanche di fare le maestre del gender, le maestre di transfemminismo, le maestre di antirazzismo. Questo lavoro porta via tempo ed energie che andrebbero incanalate nella creazione di nuovi mondi, mondi vitali e liberati. È un gioco al ribasso, un gioco per sottrazione, in cui chi è privilegiatə viene istruito su cosa non deve fare anziché misurare in se stessə la norma patriarcale e coloniale che lo precede. Cenerentola getta la spugna di fronte allo sporco ostinato solo quando un bel principe decide di prenderla in sposa.

Preferiamo immaginare e riscrivere una Cenerentola sfacciata e arrabbiata che si rifiuta di ripulire i pasticci altrui senza guadagnarci nulla. Una Cenerentola che non corre a destra e a manca quando le viene ordinato ma che molla tutto e parte per un viaggio in autostop intorno al mondo senza la paura di essere stuprata e uccisa. La sguattera e la maestrina sono figure molto rassicuranti, figure innocue che stanno al loro posto e lavorano sodo.
È necessario smontare e fare esplodere questi archetipi, figli del patriarcato, in cui anche lə studiosə e lə attivistə femministə, LGBT+ e queer vengono in qualche modo intrappolatə. Si rischia altrimenti di patire l’ennesimo e l’ultimo dei soprusi, ovvero quello di agire una rabbia addomesticata e di protestare solo entro le norme stabilite.
La scrittrice Jude Ellison Sady Doyle nel suo saggio Il mostruoso femminile (2021, Tlon) discute ampiamente un altro archetipo, quello della strega, che si pone agli antipodi rispetto a quello della mamma o della moglie (e della vergine e della brava casalinga, etc…). Un lavoro simile e altrettanto brillante era stato fatto dalla filosofa Silvia Federici in Calibano e la strega (2015, Mimesis). Per definizione la strega è una donna, possibilmente vecchia e mostruosa, quando non diabolicamente seducente, che vive e opera ai margini della società.

Non solo: la strega, dalla sua posizione marginale, è saggia, esperta e capace di “far accadere le cose”. La strega si manifesta di notte e nell’oscurità, si unisce carnalmente al diavolo, rapisce i bambini per mangiarli, oppure fa abortire le donne. La strega conosce segreti irrivelabili da cui deriva il suo potere, che è magico. Se traduciamo le simbologie attivate dalla figura della strega nel paradigma patriarcale, ne emerge sostanzialmente la paura verso le donne che “fanno cose”, la paura verso le donne che parlano, che lavorano, che si arrabbiano, che si scoprono, che fanno “quello che vogliono”.
Se si fa un torto ad una strega ci si aspetta vendette o maledizioni. Insomma, la strega non offre spiegazioni su come essere trattata, pretende un rispettoso timore, un ossequio al suo pericoloso potere. È facile vedere come la storia scritta degli uomini abbia prodotto un mostro simile, giacché esso giustifica l’indicibile violenza che da secoli è agita contro le donne e le soggettività che traboccano l’idea canonica femminilità.
Una legge come la Zan, che protegge e tutela mostri e streghe, dovrebbe essere scritta dalle streghe stesse, oppure non essere proprio scritta. Che è esattamente quello che sta accadendo. Chi desidera discutere e legiferare sull’agency e sulla sicurezza delle soggettività non conformi al paradigma patriarco-capitalista, dovrebbe prima di tutto decostruire il paradigma che ha dentro di sé.
Non può essere un lavoro a senso unico, deve invece rendere onore alla reale etimologia della parola “educazione”: dal latino e-duco, ovvero “condurre fuori”, estrarre l’apprendimento da se stessi. Questo sapere non vi verrà consegnato su richiesta da nessuno, men che meno da coloro che sono state vittime dell’oppressione, ma giungerà alla fine di un percorso iniziatico che dovrete fare da soli.
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