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Gucci – La moda che prima modella, poi distrugge e reinventa

Il caso della modella di Gucci Armine Harutyunyan, finita nella gogna mediatica perché considerata brutta dal mondo della moda e dall’opinione pubblica. Un punto di vista alternativo.

L’estate è finita. Gradualmente torniamo alla normalità, alla routine, all’inverno, al freddo dei pensieri di una società fortemente rattristita da un anno devastante che, inevitabilmente, lascerà postumi molto forti a una generazione. Allora cambiamo prospettiva: tiriamo un sospiro di sollievo e domani, anziché aspettare il bus e fissare il computer, ci svegliamo con calma e nel tragitto casa-lavoro la nostra attenzione viene catturata da un un post a proposito di una giovane modella Gucci gettata alla gogna mediatica. “Carne fresca” pensiamo, e mentre sentiamo già solletico alla cintura in pelle qualcosa ci ferma. O abbiamo cliccato sulla notizia sbagliata o il giornale ha sbagliato a caricare la foto. La modella è brutta. Un caso che ci dimostra come la moda prima costruisce, poi distrugge e reinventa.

Armine Harutyunyan

E invece no. Nessun errore. L’ultima vittima della gogna mediatica quotidiana è Armine Harutyunyan, 23 anni, modella di origine armena. La notizia, ovviamente, si è tirata dietro una serie infinita di polemiche. Perché una ragazza così “non convenzionale” (falsificando di molto la media dei commenti sempre più pacati che figurano sui social network) è stata scelta da Gucci come modella per la Fashion Week di Parigi? Si sono, ovviamente, sprecati i commenti sessisti, il body shaming più gratuito e l’ormai solito e stantio odio immotivato del web.

Chi è un/una modello/a

Partiamo dalle basi: per avvicinarci al concetto di “modello” che ci serve analizzare andiamo al punto 1G della definizione che ci offre Treccani, la quale definisce con uso figurato una “persona o cosa ritenuta perfetta e degna di servire d’esempio e d’essere imitata”. Ma per definire ulteriormente il campo di dibattito ci occorre anche una definizione per la parola “perfetto”.

Perfetto è “detto di ciò che è fatto nel migliore dei modi possibili, tale che nel suo genere non si possa immaginare niente di meglio”. Notiamo dunque come nessuna delle due parole prese in analisi abbia a che fare esplicitamente con il concetto di bellezza. 

Certo, il confine è labile. Ma lo è perché siamo portati ad associare la perfezione, anche estetica, con la presunta bellezza oggettiva (se di oggettività si può parlare in termini di bellezza). 

Società e bellezza

È qui che troviamo il primo gap nel nostro modo di decifrare il mondo. Il rapporto con l’apparenza è eccessivamente viziato da un dogma completamente inventato per il quale la perfezione estetica equivale alla bellezza in termini oggettivi. Ciò che non abbiamo ancora capito è che la suddetta perfezione estetica, sulla quale si basa l’intera moda e non solo, non è data dalla bellezza di chi la rappresenta. 

Ciò che rende forte l’impatto visivo, soprattutto se parliamo di Gucci, è l’esperienza creata intorno a chi porta con sé tutto il concetto espresso da ciò che gli è stato costruito intorno.

Prendiamo in analisi per un breve momento un quadro come la Venere di Botticelli. Possiamo notare come l’immortalità sublime del quadro non sia data soltanto dalle sembianze di Venere, bensì dal modo in cui il soggetto è rappresentato, dalla composizione del quadro stesso, dal contesto in cui è circoscritto e dal contenuto della sua rappresentazione. Tutti questi elementi deviano dal soggetto rappresentato, ma ne completano (e ne esaltano) i caratteri, rappresentando per lo spettatore un’esperienza visiva priva di difetti. Eccola, dunque, la perfezione. 

La bellezza dell’originalità

Se definissimo l’originalità come un insieme di cose non comuni che sorprendono chi non si è mai accorto della loro esistenza, ecco che ognuno di noi può diventare modello di qualcosa. Questo a patto che qualcuno (se non sappiamo farlo noi stessi), ci costruisca intorno una realtà che ci esalti e ci innalzi a icona per qualcun altro.

La retorica contenuta nella frase “ogni essere umano è unico al mondo” è stantia ma ha un fondo di verità. Ognuno di noi ha dettagli, se non unici, condivisi con una piccola percentuale mondiale di altre persone che detengono certe caratteristiche (che molto probabilmente non sarebbero comunque perfettamente uguali, restringendo di parecchio la percentuale). Se ogni essere umano fosse esaltato per una sua caratteristica originale, ecco che chiunque potrebbe diventare modello per qualcosa. 

Ecco perché Armine Harutyunyan sfila per Gucci, ed ecco perché Gucci più volte ha scelto bellezze non convenzionali per le sue sfilate, associandole a performance ancora meno convenzionali. (Prendiamo, ad esempio, la Milano Fashion Week 2018, per la quale l’azienda scelse di far sfilare i modelli e le modelle con le proprie teste mozzate, pallide e inespressive, tra le mani). 

La convenzionalità della bellezza

Perché, parlando di bellezza, contestiamo la scelta di un’azienda che, insieme ad altri grandi marchi, ha reso quest’ultima canonica, generando ora in noi un senso di sgomento?

È strano come d’un tratto non ci si fidi più delle scelte dello stesso sistema che ci ha portato a desiderare di essere o di avere i modelli (includendo ora anche attori, musicisti e chiunque faccia parte del così detto jet-set) che vediamo al cinema, alle cerimonie, in TV o più recentemente sui social network. 

Mettiamo il caso che, per qualche strano motivo, ci trovassimo agli albori di un mondo che pone l’estetica alla base di molte cose, e che tra le prime top model ci sia Armine Harutyunyan. Cosa succederebbe se dopo decenni di assuefazione ad una bellezza armena, d’improvviso, Gucci impazzisse e scegliesse di far sfilare una giovanissima Nicole Kidman? 

In conclusione

Nessuno di noi ha mai scelto o suggerito ai grandi marchi chi o cosa fosse perfetto per rappresentare un determinato canone. Siamo sempre stati noi a subire le scelte imposteci da un sistema patinato ed impeccabile che, senza che ce ne rendessimo conto, è riuscito a convincerci di poter assomigliare ad una percentuale quasi inesistente della popolazione mondiale.

Né Gucci, né altri grandi stilisti si occupano di fare beneficenza o campagne di sensibilizzazione quando si tratta di vendere. È business, è marketing, è il “non è importante che se ne parli bene o male, basta che se ne parli”.

Ciò che fa sorridere è che l’illusione di un abbassamento dei canoni di bellezza faccia sì che chi ha sempre perso in partenza paragonandosi a Naomi Campbell possa ora provare ad avvicinarsi ad Armine Harutyunyan.

Sinceramente, quale delle due parti sbaglia a rispondersi sull’efficacia della scelta? 


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