Cosa farsene del femminismo tossico

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Quando leggiamo o sentiamo l’espressione “femminismo tossico”, la prima domanda che dovremmo farci è: quale femminismo?

Giulia Sopegno
Pauldavid Ligorio

Nel 2020 il dibattito interno ad alcuni temi relativi alle questioni di genere è emerso con forza dirompente, incendiando gli animi e le convinzioni di moltə. In particolare su YouTube si è generato un dibattito dai toni violenti a seguito delle posizioni espresse da Marco Crepaldi, psicologo ed esperto del fenomeno Hikikomori, il quale ha iniziato ad aprire lo spiraglio su tematiche ritenute controverse: la questione degli Incel in primis, termine in voga nella galassia alt-right e nella maschiosfera di internet, e tutto ciò che ruota attorno ai problemi riconosciuti o generati dai maschi. Un po’ per eccessiva autoriflessività e un po’ per ingenuità rispetto ai movimenti femministi, Crepaldi è incappato in diverse shitstorm quando ha iniziato a parlare di “misoginia al contrario” (misandria: l’odio delle donne verso gli uomini), di teorie obsolete sul patriarcato e di femminismo tossico, che hanno portato alcunə a pensare al suo canale come ad una forma di legittimazione a comportamenti misogini e maschilisti

L’uso dell’espressione “femminismo tossico” in particolare ha iniziato ad attirare parecchia attenzione, tanto da essere accolto aprioristicamente da altri personaggi del mondo di YouTube, bravi nel loro lavoro, ma non particolarmente brillanti nel trattare le questioni di genere e il femminismo. Si sta ovviamente parlando del trio del Cerbero Podcast e del divulgatore culturale Rick DuFer. La questione è letteralmente esplosa quando il quotidiano Domani ha pubblicato questo pezzo in cui la blogger Marta De Vivo intervista gli streamer in questione. L’articolo è di per sé ben curato e i concetti espressi facilmente condivisibili, ma c’è un passaggio che ha generato la reazione, anche violenta, di moltə: “Noi parliamo spesso di questi argomenti, la semplificazione ormai ha preso una deriva incredibile, pensiamo al femminismo tossico o ad altre estremizzazioni. Noi pensiamo che sia giusto trovare un equilibrio, non è tutto bianco o nero.” 

In breve tempo la polemica si è espansa a macchia d’olio, tanto da costringere il direttore del quotidiano Stefano Feltri a rettificare l’articolo, posizionandosi decisamente a sfavore della comunità di youtuber. È chiaro come Domani si sia ritrovato in mezzo a una guerra in maniera ingenua, ma il distanziamento preso sulla questione può essere utile per elaborare una prospettiva più ampia. La decisione di Feltri di estromettere dal dizionario del giornale la locuzione “femminismo tossico” può generare due posizioni divergenti: da una parte si potrebbe accusare il direttore di mascherare la realtà, oscurando un tema che è già sulla bocca di moltə; dall’altra, riconoscere la scelta intenzionale di problematizzare una terminologia non neutra, ambigua e potenzialmente delegittimante di tutto il dibattito intorno al femminismo. 

femminismo tossico
Marco Crepaldi (sulla destra) ospite a Cerbero Podcast | frame video – YouTube

La scrittrice Angela Nagle si occupa di queste tematiche nel suo Contro la vostra realtà (LUISS, 2018), un breve saggio in cui ricostruisce le principali guerre online nel secondo decennio dei 2000, l’insorgere dell’alt-right e del fenomeno Incel; Nagle ritiene che questi fenomeni nascano come reazione al femminismo e all’emergere delle identity politics in certe comunità online, in particolare “Tumblr è stata una delle principali piattaforme attraverso le quali è emersa una complessa sensibilità politica ed estetica, che ha sviluppato un proprio stile e vocabolario – in tal senso è stato il rovescio speculare a sinistra di quello che 4chan è stato per la destra.” La sensazione che esistano due schieramenti netti, e dunque un attivismo femminista liberal online e una comunità di uomini risentiti, è ciò che fenomeni come quelli descritti in precedenza suscitano. Ma siamo certə che le due categorie esauriscano la totalità della realtà sociale? 

Il paradosso del Cerbero Podcast sta nel riconoscere che la realtà è complessa e che la semplificazione è poco utile al ragionamento, eppure decide consapevolmente di tagliare con l’accetta il discorso femminista, compiacendosi degli aspetti problematici, con il fine di denunciare ciò che non piace e attaccare ciò che non si vuole comprendere: in parole povere, autodifesa e risentimento. Il discorso femminista è resiliente e capace di indagare anche le prerogative che possono minacciarlo; l’obiettivo di questo articolo è compiere una disamina generale eppure piuttosto specifica di ciò che si potrebbe intendere per femminismo tossico, e di come risemantizzare questo aborto linguistico per disinnescare la bomba e generare ulteriore complessità. 

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Femminismo [sost. masch.] = movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella rivoluzione francese; nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico (ammissione a tutte le occupazioni), giuridico (piena uguaglianza di diritti civili) e politico (ammissione all’elettorato e all’eleggibilità), auspica un mutamento radicale della società e del rapporto uomo-donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne.

Tossico [agg.] = velenoso, dannoso, nocivo.

Pharmakos [dal gr. φαρμακός, sost. masch.] = nell’antropologia del mondo antico, individuo su cui viene ritualmente condensato il male di una comunità e la cui espulsione dalla comunità stessa riporta ad una condizione di pace (vedi anche “capro espiatorio”). Vox media: vocabolo dal significato doppio e speculare; in questo caso, sia veleno che rimedio.

Termini, teoria, logica

Dovremmo essere tutti femministi titolava Chimamanda Ngozi Adichie (Einaudi, 2015), affermata attivista e autrice originaria della Nigeria. Nello stesso anno, in Argentina, dopo il femminicidio della quattordicenne Chiara Paez (l’ultimo di una lunghissima serie), nasce il movimento femminista misto Ni Una Menos, una reazione organizzata di protesta contro tutte le forme di violenza maschile sulle donne sudamericane. In pochi mesi le mobilitazioni si estendono a Uruguay, Cile, Perù, Paraguay, Bolivia, El Salvador, Guatemala, Messico, Brasile e nel 2016 giungono in Spagna, toccando l’Europa. L’8 marzo 2017, il movimento, di portata ormai internazionale, indice il primo Sciopero Globale delle donne, che oggi ricorre per la quinta volta, anche in Italia.

Dopo le prime avvisaglie degli anni ’90 negli USA (con la corrente politica e punk riot grrrl, e la nascita della relativa fanzine), la parabola del cosiddetto “femminismo della terza ondata”, inizierebbe all’incirca così. Vi sono montagne di letteratura sulla storia dei femminismi e, ancora più complesso, sulle teorie su cui essi si fondano, sarebbe perciò impensabile riassumerle in poche righe, ma basti questo: il femminismo è un fenomeno politico e sociale storicamente situato. Da più di un secolo i movimenti femministi lottano per la rivendicazione di diritti da sempre negati alle donne. Da più di un secolo, tali rivendicazioni si trovano di fronte a ostinate e fisiologiche resistenze ai cambiamenti radicali che le donne cercano di ottenere (e, talvolta, ottengono).

Copetina del primo Riot Grrrl ‘zine, Luglio 1991.

Quando oggi leggiamo espressioni ossimoriche quali “femminismo tossico”, dobbiamo tenere presente il quadro appena descritto. Inoltre, vi sono alcune doverose precisazioni che la questione merita, soprattutto in virtù delle graduali e fondamentali conquiste che dobbiamo ai femminismi storici sul piano dei diritti. Questo modo di esprimersi fonda una dicotomia riduttiva e potenzialmente pericolosa. Se da un lato esiste un femminismo “tossico”, dall’altra, si suppone ne esista uno “buono”, in cui le donne lottano contro l’oppressione in maniera del tutto pacata e senza perdere mai il sorriso. 

Quando leggiamo o sentiamo l’espressione “femminismo tossico”, la prima domanda che dovremmo farci è: quale femminismo? Ma, ancora più rilevante, dovrebbe essere chiedersi cosa significhi essere femministe. 

Quale femminismo? 

Probabilmente, all’interno dei luoghi di produzione del sapere degli anni ’60 e ’70, che fossero università, collettivi o riviste specializzate, utilizzare il termine “femminismo” in senso così generico, sarebbe stato meno accettabile. 

Dal femminismo socialista o marxista all’anarco-femminismo, dal femminismo liberale a quello separatista e lesbico, la storia dei movimenti di liberazione delle donne si contraddistingue per il forte pluralismo, per la coralità di voci e per il vivacissimo dibattito filosofico e politico sulla “questione femminile”. Certo, il Novecento è finito, eppure, anche oggi è un evidente segno di imprecisione e parzialità ignorare che, oltre al femminismo di origine sudamericana, esistano altre correnti importanti e vive, dal femminismo nero e indigeno al transfemminismo, dal femminismo intersezionale allo xenofemminismo. Ci hanno insegnato che la semplificazione è un processo potenzialmente reazionario. Formalmente, “femminismo tossico” non significa nulla, o almeno, nulla che riguardi un movimento femminista teoricamente fondato e storicamente situato.

Chimamanda Ngozi Adichie | Howard County Library System – Flickr

Cosa significa femministe?

Indossare t-shirt con la scritta girl power o sbandierare una qualche forma di odio gratuito verso gli uomini non rende femministe. Chi lotta ogni giorno in realtà di movimento, lo sa bene. Invece, chi usa espressioni come “femminismo tossico” sembra avere una concezione molto vaga e astratta di cosa significhi attivismo femminista, una sorta di stato esistenziale piovuto dall’alto, come se un mattino, condividendo un post di Freeda, si ottenesse il “patentino della femminista”. Essere donne (cis o trans) non è condizione sufficiente per essere femministe. Essere donne (cis o trans) è però condizione sufficiente per subire ogni genere di oppressione patriarcale.

E qui si riprenda il claim di Adichie: dovremmo tutti essere femministi. Perché? Sicuramente la lettura del libro offrirà spunti per la ricerca di una risposta ma, cosa ancora più certa, incoraggerà la lettura di ulteriori contributi sul tema, oggi come ieri, numerosi e ricchissimi. Come molte esperienze di studio ci insegnano, le grandi opere del pensiero sono tali non tanto in quanto portatrici di risposte, ma in quanto veicolo di grandi quesiti. I femminismi si sono sempre posti domande essenziali e ingombranti ed è proprio da queste che spesso si sono originate le lotte. Una certa dose di esposizione ai contenuti prodotti dal sapere femminista aiuta a porsi quelle domande, tuttavia, sono la partecipazione attiva e la pratica diretta che portano ad intessere quei rapporti fondamentali per un cambiamento sociale radicale.

Lavoro, rapporti, confusione

Sul finire del 2020, ha circolato in rete l’interessante articolo della filosofa Silvia Federici Sulla militanza gioiosa. L’autrice, attraverso un discorso dai toni intimistici, riflette sul significato e sulle esperienze emotive che la militanza porta con sé: “essere in grado di politicizzare il nostro dolore, trasformarlo in una fonte di conoscenza, in qualcosa che ci connette ad altre persone […] il lavoro politico dovrebbe cambiare i nostri rapporti con le persone, rafforzare i legami, darci coraggio nella consapevolezza che non affrontiamo il mondo da soli.”

Dalle parole di Federici emergono due punti chiave: il lavoro e i rapporti. In primis, la militanza politica è lavoro, sono ore ed energie gratuitamente spese a beneficio della causa della propria comunità. In secondo luogo, la militanza politica ha una imprescindibile dimensione collettiva, necessaria a fornire un supporto nella lotta ma anche ad offrire sempre un sano contraddittorio. 

L’articolo mostra poi la dimensione più sofferta che questa esperienza comporta: “tutti approdiamo alla militanza con delle cicatrici, che sono i segni della vita in una società capitalistica (e patriarcale n.d.r)”; nessuna di noi è completamente consapevole, libera e autodeterminata quando ancora non si è avvicinata ad un movimento in lotta, quando ancora non ha stretto alleanze e amicizie all’interno di un gruppo dai valori e obiettivi comuni, quando ancora non si è resa vulnerabile di fronte ad altri. 

Nel 2015, la teorica Aph Ko ha pubblicato sul suo blog Aphro-ism (ora divenuto un libro in italiano per VandA edizioni) un post intitolato La confusione è necessaria per fare evolvere l’attivismo. Aph e sua sorella Syl Ko sono entrambe studiose e divulgatrici impegnate sul piano dell’antirazzismo, del femminismo nero e dell’antispecismo. Nel post citato, cogliamo un ulteriore importante tassello: la confusione. “Se ci si accorge di sentirsi raramente confusi e messi alla prova, allora forse si sta seguendo un copione.” Spoiler: probabilmente quel copione è l’eteronormatività patriarcale. “Quando si abbandonano le più banali convinzioni può succedere di non sapere esattamente cosa fare” e spesso questo genera timori che a loro volta generano diffidenze o reazioni aggressive, arroganti o di rifiuto. Essere confusə e non avere tutte le risposte in tasca è ok, soprattutto se si prende l’attivismo sul serio. Chi ha affrontato percorsi di liberazione personale e collettiva all’interno di movimenti femministi, comprenderà bene ciò a cui ci si riferisce: la paura, la rabbia che ne segue, la sensazione di essere state ingannate da famiglia e società, lo spaesamento, la necessità di ricostruire il proprio mondo dalle basi. Anche questo è essere femministe.

Alcunə manifestanti di #niunamenos, Cordoba (Spagna) 8 marzo 2018 | Luzencor – Flickr

Attivismo, militanza, chiacchiere

Chi utilizza espressioni come “femminismo tossico” per etichettare il primo battibecco online in cui incappa, dovrebbe cambiare lessico. 

Il dibattito femminista si costituisce su un piano profondo e consiste nello sforzo collettivo e politico per immaginare, prima di tutto, un mondo radicalmente più equo e, in seconda istanza, per trasformarlo gradualmente in realtà, attraverso la scrittura di nuove leggi, l’abrogazione di vecchie zavorre, il costante e faticoso lavoro culturale di studiosə, scrittorə, giornalistə, insegnanti, performer e militanti.

Non distinguere una semplice presenza sui social network da una militanza gioiosa e concreta è un errore che si crea proprio in una società abituata a lanciare sguardi superficiali su ciò che la circonda. L’espressione “femminismo tossico” è stata partorita dall’internet basandosi su questo presupposto. La vaghezza dei termini usati ne è la prova: cos’è il femminismo tossico? Una donna che non ride ad una battuta sessista? Una femminista che chiede con rabbia la giustizia che non ha avuto? Una donna che minaccia di morte un uomo? Tutte queste cose insieme? 

Dovremmo iniziare a distinguere chiaramente due piani che ospitano due fenomeni differenti: uno è l’agone politico, il teatro storico del diritto, l’altro è il web, uno spazio sterminato e quasi totalmente privo di regole, in cui ognunə è potenzialmente un cane sciolto che rappresenta solo se stessə, a volte anche quando proclama di parlare a nome di moltə.

Non a caso si insiste sull’elemento che dà struttura alla forza di un’opinione: la collettivizzazione di un’ingiustizia, di una sofferenza, di una reazione garantiscono un conflitto culturale più onesto, sul piano intellettuale e politico. Nel 1970, lo psichiatra Ronald Laing pubblicava Nodi (Einaudi), un’eccezionale raccolta di poesie dal sottotitolo Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali. Il testo cerca di rappresentare situazioni relazionali comuni dal punto di vista psicologico, attraverso un labirintico intreccio di sillogismi. I testa a testa che si generano nel mondo del web, con i feroci scambi di commenti, gli insulti, i fraintendimenti, le minacce, le vendette, sarebbero un’ottima esemplificazione dei paradigmi descritti da Laing. La complessità degli scambi umani è tale che si potrebbe mettere a paradigma solo a livello interpersonale, appunto. Sappiamo bene, invece, quanto qualsiasi lotta per i diritti sia di natura plurale, collettiva, e perciò politica. Troppo dello spazio politico è stato inquinato dai personalismi negli ultimi anni: la militanza non chiede questo, non è utile a nessunə. Il paradigma più funzionale sarebbe quello che, mettendo a sistema più posizionamenti, individui il lessico giusto per ampliare l’enciclopedia del possibile e poi agisca per un obiettivo comune, anche con forza.

“Non si stanno divertendo. Non mi diverto se loro non si divertono. Se faccio in modo che si divertano, allora potrò divertirmi con loro. Far sí che si divertano, non è un divertimento. È duro lavoro.”

Nodi, Ronald Laing

Il prefisso femm-

Attenzione dunque anche all’idea che abbiamo delle community online: senza dubbio si tratta di entità plurali, composte da migliaia e migliaia di soggetti differenti che, però, hanno quantomeno un interesse in comune. Spesso la dimensione personalista pesa comunque di più, a dispetto del numero dei follower accumulati da personaggi di spicco sui social media. La community di Marco Crepaldi conta più di 30.000 follower su instagram, così come la community di Carlotta Vagnoli (nota influencer femminista) ammonta a circa 200.000 follower. Seppur di segno opposto, queste personalità hanno messo insieme numeri molto alti per offrire visibilità a temi altrimenti marginali. La struttura della community non è tuttavia completamente orizzontale, laddove un influencer esprime il proprio pensiero (quand’anche illuminato e attento alla sensibilità di chi lo segue), i follower assentono/dissentono con un like. La produzione di contenuti ha una direzione top-down che, a lungo andare, rende sterili i dibattiti; vi è una notevole differenza dalla produzione di controcultura dal basso, caratteristica dei movimenti sociali.

femminismo tossico
Manifestazione femminista, Stoccolma, Svezia | Photo by Lindsey LaMont on Unsplash

La tendenza, sempre più marcata, a porre sotto i riflettori del web soggetti singoli, seguiti da un’anonima massa di supporter, probabilmente ha a che vedere con la speculazione femminista.

Il perché è ben spiegato in alcune pagine di Ripartire dal desiderio (minimumfax, 2020) da Elisa Cuter: la modernità capitalista ha spinto praticamente chiunque ad investire sempre di più sul proprio capitale individuale (cognitivo, intellettuale, sessuale, etc) con il fine dell’autopromozione, dell’autoimprenditorialità, dell’auto-empowerment, trasformando così tuttə in potenziali prodotti. Si tratta di un ben mascherato processo di auto-oggettificazione a cui nessunə è immune. Uno degli slogan più celebri del femminismo della seconda ondata è “il personale è politico” e, se lo leggiamo all’attuale stato delle cose, osserviamo come in realtà il “personale” sia sempre più “economico”. Le lotte femministe hanno giustamente preteso nel tempo il riconoscimento politico della dimensione privata (dal lavoro domestico a quello riproduttivo), ma in un sistema ancora radicalmente di impronta capitalista, l’esito di questa rivendicazione ha spesso fatto coincidere l’emancipazione con la “libertà” di produrre e consumare di più. Cuter sviluppa il concetto di femminilizzazione della società: “la modernità capitalista, più che includere le donne in un processo di emancipazione, allarga la condizione di subalternità, esperita storicamente soprattutto dalle donne, a tutta la società.” Questa perversa tendenza porta molti personaggi del web ad investire tutto sulla propria immagine (investimento che un tempo era appannaggio soprattutto delle donne), a creare una cornice spettacolare in cui il conflitto è solo uno show senza regole, dove vince chi urla più forte. 

Se dobbiamo svelare la componente di tossicità in questo discorso, probabilmente dobbiamo ricercarla proprio in questo processo: la categoria di femminilità, una categoria normativa e imposta, è la gallina dalle uova d’oro del capitalismo. Questa femminilizzazione è tossica: quella che ci vorrebbe tutti e tutte (qualunque sia il nostro genere) come delle casalinghe frustrate che spendono un sacco di tempo e soldi al supermercato, imbottite di costosi psicofarmaci di fronte a Netflix e AmazonPrime. La lotta femminista si batte da decenni contro questo addomesticamento al mercato, e lo fa a beneficio di tutti i bisogni reali delle soggettività non conformi. 

femminismo tossico
Freeda vs Xenoleft | Non una di meme

I femminismi sono il farmaco

In conclusione, è giusto che la nascita dell’espressione “femminismo tossico” attiri l’attenzione su un disagio rilevato. I movimenti di liberazione delle donne hanno fatto delle proprie ferite l’origine della propria causa comune. Ora che il sistema capitalista e patriarcale tende sempre più ad imporre il proprio dominio pervasivo sulle teste di tuttə, nel pubblico e nel privato, cosa ne sarà delle ferite che affliggono gli uomini? 

Quando assistiamo ad un litigio online a suon di #metoo e #notallman, ricordiamoci che l’aumento del traffico dati su quella piattaforma social non arricchisce né le femministe, né i Man Rights Activists. Ricordiamoci che è difficile esportare l’attivismo sui social, giacché questo ci costringe a piegarci a dinamiche brutali di guadagno, visibilità e spettacolarizzazione. Se soltanto il suono incessante delle notifiche è la colonna sonora delle nostre battaglie per i diritti, proviamo a pensare che sia il sistema ad essere tossico, non tanto chi lotta per renderlo più vivibile. Nelle lotte femministe è in ballo la qualità della vita di tuttə, il prezzo da pagare è la destabilizzazione di alcuni punti cardine su cui, finora, il nostro mondo si è costruito. I femminismi sono un farmaco perché intendono avvelenare, erodere le dicotomie gerarchiche, la rigida fissità delle identità escludenti; in secondo luogo pongono rimedio a queste fratture grazie alla spinta universale verso una radicale trasformazione della società.

La scrittrice xenofemminista Helen Hester ha brillantemente spiegato il concetto di repurposing: l’appropriazione di una pratica, di una tecnica, di una parola che un tempo veniva coattamente somministrata. Ecco, riproponiamo provocatoriamente la tossicità femminista, espropriando chi l’ha coniata. Le femministe della seconda e terza ondata l’hanno già fatto quando sono state chiamate “streghe” e “puttane”, e dunque tremate, tremate, le tossiche sono arrivate! 

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In copertina: Rielaborazione di photo by Dan Meyers on Unsplash