Scena Rave indonesiana. HOXXXYA di Gabber Modus Operandi

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Pronti per lo shock culturale? Esiste una scena rave a dir poco fuori di testa, una cultura tutta da scoprire

Pauldavid Ligorio

La sensazione durante l’ascolto di HOXXXYA (SVBKVLT, 2019) è quella di trovarsi incatenati a un missile sulla pista di lancio. E ci si chiede costantemente da dove accidenti provenga un disco così intriso di follia. Quando si scopre che gli autori sono originari di Bali e che non solo esiste una scena rave indonesiana, ma addirittura un intero movimento hardcore-punk/metal è subito shock culturale. Questo articolo si propone di districare, per quanto possibile, la caotica visione artistica di Gabber Modus Operandi.

L’immaginario

A quanto sembra tutto iniziò negli anni ’70 attraverso il contrabbando di musicassette provenienti dagli USA. Un mercato che è stato fondamentale per la circolazione della cultura tra la popolazione. Le influenze del Rock, il Prog e in particolare il Punk e il Metal hanno reso possibile lo sviluppo di una rigogliosa scena underground. Quest’ultima decisamente coinvolta in movimenti anti-regime. Anzi, come riporta quest’ottimo articolo di Bandcamp Daily, sembra proprio che l’underground abbia contribuito in maniera decisiva al passaggio a condizioni politiche più democratiche.

Dagli anni ’90 fino ad oggi la scena musicale si è arricchita a tal punto che sarebbe impossibile esplorarla tutta, per quanto sia decisamente interessante. La pratica della pirateria ha contribuito tantissimo allo sviluppo di una scena elettronica. E in questo momento con le possibilità della rete il tutto si è complicato a livelli inimmaginabili. Gabber Modus Operandi rappresentano la transizione delle nuove generazioni d’indonesiani nel mondo della cultura digitale.

Sempre Bandcamp Daily, in quest’altro articolo incentrato su Gabber Modus Operandi, sostiene questa tesi e ritiene che artisti di questa portata potranno segnare un altro sviluppo decisivo della scena musicale dell’Indonesia. Dal momento che chi s’interessa di musica, compone musica o scrive di musica da questo momento deve tenere conto di questi esiti musicali, si può a ben diritto sostenere che un disco come HOXXXYA avrà un notevole impatto anche sul vecchio occidente.

Danza rituale e ipertecnologia

HOXXXYA è prima di tutto un disco corporale. Quel connubio esistente tra martellanti batterie e aspirazione alla trascendenza si conferma anche in questo caso come strumento cardine per comprendere i fondamenti della cultura rave1. Nel caso particolare dell’Indonesia esiste un rituale denominato Kecak. Una danza rituale/rappresentazione drammatica dal carattere estatico, basato sui racconti delle antiche scritture sanscrite. Molte delle ritmiche di questo disco rimandano direttamente a quel tipo di pratiche religiose, si vedano Padang Galaxxx e Kon. Quest’ultima traccia unisce sincopi vocali e footwork, arrivando a stabilire una parentesi totalmente inedita nel genere.

Non manca l’utilizzo di strumenti della tradizione indonesiana utilizzati nel Dangdut, ovvero la tradizione musicale più antica, quali flauti e altri strumenti a fiato. In Sangkakala III sono particolarmente riconoscibili e allo stesso tempo acquisiscono uno stupefacente colore acido che solo l’utilizzo delle macchine può donare. L’estetica ipertecnologia che domina l’intero disco è un altro degli elementi che lo caratterizzano. Sintetizzatori e drum machines sono assolutamente alla base. Le linee melodiche risultano cupe, talvolta opprimenti, ma dotate di personalità epica. Come se fossero la colonna sonora di una violenta lotta tra l’uomo e i demoni.

La danza della guerra è il modus operandi per sconfiggere i demoni che schiavizzano l’umanità. Proprio come il punk e il metal lottavano per la conquista della democrazia, così questa nuova scena rave indonesiana, così radicata nelle sue origini di ribellione, sembra avere il compito di proseguire la lotta.

Note

[1] Per approfondire la questione del rave come culto rimando alle conclusioni presenti nel testo: Natale Spineto, La festa, 2015, Editori Laterza, pp. 129 in avanti.

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