Mai raramente a volte sempre

“Mai. Raramente. A volte. Sempre” è un film necessario

“Mai. Raramente. A volte. Sempre” ripete con dolcezza la voce di un’assistente sociale in un consultorio di New York. Sono le opzioni di Autumn, la diciassettenne protagonista, mentre viene torchiata con domande sulla sua vita privata per ottenere un aborto. La scena in questione è la più intensa e dilatata di tutto il lungometraggio, con un primo piano insistito sul volto della ragazza, su cui la regista ricama silenzi molto più eloquenti delle schematiche risposte che avrebbe a disposizione. Mai raramente a volte sempre (2020) è l’ultima creatura di Eliza Hittman, il cui nome compare tra i registi della serie Tredici (2017-2020) uscita su Netflix. Il film partecipa al Sundance Film Festival e successivamente è insignito dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino dell’anno corrente. La regista resta fedele alla scelta dei temi che l’hanno resa celebre, ovvero i drammi dell’adolescenza. Ci troviamo di fronte ad un film necessario.

L’odissea dell’aborto

Una giovanissima ragazza che vive in una zona rurale della Pennsylvania rimane incinta senza volerlo ed inizia la sua personale odissea per rimediare alla situazione. La trama viene sviluppata con le movenze di un documentario: Autumn, completamente trascurata dalla famiglia, accompagnata solo dalla cugina Skylar, prende un pullman per raggiungere una clinica a New York con pochissimi soldi nel portafoglio. I dialoghi sono rarefatti mentre la camera la segue lungo il suo viaggio con una infinità di primi piani, talvolta claustrofobici, e si focalizza sui suoi gesti più semplici. Allacciarsi le scarpe, lisciare una banconota per comprare un biglietto della metro, trascinare una valigia su per una scala.

Lo stile risulta assolutamente risucchiante, chi guarda il film si rende conto di respirare insieme ad Autumn, di sentire i suoi stessi crampi allo stomaco, la sua stessa noia, la sua stessa pacata disperazione. La tavolozza va dal color sabbia alla scala dei grigi, tutto è estremamente dimesso, a basso volume, senza esplosioni di sorta. Eppure la regista racconta un’impresa enorme, che richiede uno sforzo quasi sovrumano per le due adolescenti, un dolore indescrivibile che Autumn e Skylar portano sulla pelle disinvolte, come un’abitudine.

Questo mondo non è fatto per le donne

L’età non ha quasi importanza, l’esperienza della gravidanza (vissuta positivamente o negativamente) nel grande Occidente, costringe qualsiasi donna a “diventare grande” più in fretta, a vedere coi propri occhi i grossi limiti del benessere, della solidarietà, del diritto stesso. In Mai raramente a volte sempre Autumn si aggira tra i set del film come un riccio con gli aculei ben puntati contro l’esterno. Per lei non esiste una vera casa ed è qui che si fa metafora di una condizione femminile sistemica. Il compagno di scuola che le urla “puttana” mentre lei si esibisce ad un saggio di musica, il padre che la taccia di infermità mentale quando lei lamenta i suoi problemi fisici, le viscide avances del capo sul lavoro, le molestie sessuali sulla metro, l’incompetenza e i video di propaganda pro-life dentro il consultorio di Ellenboro.

Seguendo Autumn e sua cugina nella loro drammatica quotidianità ci sembra di osservare due soldati in trincea, due migranti in un pellegrinaggio coatto. In questo film iperrealistico e senza coloriture da romanzo, cogliamo la misura dell’arretratezza con cui il mondo rende la vita un inferno a molte donne. Autumn si permette un unico pianto, subito trattenuto, che dura la frazione di un attimo. In esso è tutta la prepotenza della cultura dello stupro che il film denuncia in maniera lapidaria, con la forza delle immagini, con pochissime parole. “Il tuo partner ti ha fatto fare sesso quando non volevi?” domanda la consulente ad Autumn. L’unica risposta esistente dovrebbe essere “MAI”, invece, in questo mondo, esistono purtroppo ancora le altre tre opzioni.

Sororanza

Ci sono due momenti, due frame di questo film, di natura contrappuntistica rispetto al dramma portante. Nella prima, mentre le stanno praticando l’aborto, la mano di Autumn stringe con forza la mano dell’assistente del consultorio newyorkese che ha deciso di presenziare all’intervento e di cui la protagonista ha deciso di fidarsi. Sembra infatti la prima persona adulta della sua vita ad avere a cuore la sua salute e la sua sicurezza. Nella seconda, la cugina Skylar, in cambio di un prestito di denaro, si offre per un bacio con un benestante ragazzo di New York mentre Autumn è lì, dal lato opposto della stessa colonna, che le stringe la mano con le dita.


In questa pellicola mancano i sorrisi, manca la leggerezza, mancano le confidenze, ma c’è una fiducia cieca tra le due umili compagne d’avventura. Un affidarsi completamente alla forza e alla cura di una (forse due) persone con cui il legame è tacito, istintuale, quasi materno. Quando Skylar imbocca Autumn con una brioches, o quando le spalma il copriocchiaie nei bagni della stazione, mentre le tocca le palpebre per costringerla a riposare. E’ il profondo legame di solidarietà di chi vive la medesima condizione di violenza da parte della società, laddove anche Skylar è costretta a portare con imbarazzo e goffaggine il proprio giovane corpo, predato da sguardi sessualizzanti non richiesti.

Superare il test

L’esperienza di Autumn – come quella di molte donne – è un continuo test, e in questo sta la violenza. Significativo il momento in cui una ginecologa della Pennsylvania la invita ad “auto-somministrarsi” un test di gravidanza comprato in un supermercato, il cui esito è irrimediabilmente positivo e, nella sequenza successiva, Autumn che si fora il naso da sola con una spilla da balia per poi esibire un piercing al lavoro. Un gesto controllato e autodeterminato – e per questo potenzialmente scandaloso – di modificazione del suo corpo; di contro, il feto che porta in grembo come un ospite indesiderato.


Mai raramente a volte sempre è una perla realizzata da un team di soggetti brillanti, dalla regista Eliza Hittman alle giovanissime attrici rivelazione, Sidney Flanigan (nel ruolo di Autumn) e Talia Ryder (nel ruolo di Skylar). Infine, la delicatissima colonna sonora della meravigliosa Julia Holter, la quale riesce a creare una sorta di alternativa al silenzio così teso che riempie molte delle scene del film e a rendere palpabili le emozioni e i non detti delle protagoniste.


FONTI

Mai raramente a volte sempre, di Eliza Hittman (Cicles Magazine)

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