Notti Tossiche. Appunti sottocassa

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A metà tra resoconto etnografico e saggio critico Notti Tossiche di Enrico Petrilli mostra il potenziale edonico e sovversivo del clubbing.

Pauldavid Ligorio

“Nightclubbing we’re nightclubbing
We’re what’s happening
Nightclubbing we’re nightclubbing
We’re an ice machine”

Iggy Pop

Frequentatorə di discoteche, club e free party hanno costantemente dovuto combattere contro una serie di stereotipi e maldicenze. Oltre che subire lo stigma per il consumo di sostanze, la licenziosità sessuale e una spiccata propensione alla ricerca del piacere, nell’ultimo anno i clubber hanno anche dovuto sopportare l’accusa di epidemia colposa, per le feste estive in discoteca senza mascherina. Il discorso superficiale dei detrattori non è che la punta dell’iceberg nel vasto oceano dei “piaceri elettronici” raccontati da Enrico Petrilli nel suo Notti Tossiche. Socialità, droghe e musica elettronica per resistere attraverso il piacere (Meltemi, 2021), un lavoro sociologico capace di scorrere tra le pieghe della controcultura e sfociare nel rigore del saggio scientifico.

In effetti, l’accademia sembra essere in debito con Petrilli per la reticenza dimostrata nel voler considerare la club culture un ambito di studi rilevante, dotato di una profondità tutt’altro che banale. Ma di questo non c’è da stupirsi e abbiamo il piacere di godere di un testo tanto ispirato quanto lucido nel raccontare quegli odiati clubber, che hanno trovato nella dimensione della festa un luogo per potersi esprimere e liberarsi da una quotidianità sempre più anestetizzata. L’obiettivo di Petrilli è chiaro fin dal sottotitolo del suo lavoro: “indagare come il clubbing si configuri come spazio di resistenza”. 

Notti Tossiche, pur presentando una struttura saggistica fedelmente salda al metodo, si distingue per il carattere empirico e avventuroso della ricerca. Petrilli abolisce la speculazione e restituisce la voce ai diretti interessati. Infatti, ciò a cui assistiamo è l’esplorazione degli ambienti dei locali della festa attraverso le parole degli stessi clubber. Il viaggio di Petrilli si snoda nell’arco di un anno e mezzo tra Milano e Berlino, alla scoperta della brulicante vita notturna. Attraverso fildnotes e interviste l’autore ricostruisce le sensazioni della società danzante. 

Il nocciolo della questione è mostrare come lo spazio del club, della discoteca o più in generale degli spazi ricreativi della movida, è permeato di dispositivi di potere adoperati per contenere e limitare le esperienze dei clubber, indirizzarli al consumo e dissuaderli dall’intraprendere comportamenti inaccettabili. Tutto ciò è in tensione con tecnologie del sé messe in atto dai partecipantə per sottrarvisi. L’organizzazione degli spazi per godere della discoteca gioca quindi un ruolo fondamentale e il clubber deve far fronte a numerosi ostacoli per ottenere il piacere che desidera: la fila all’entrata è un momento di socialità e climax emotivo, la selezione all’ingresso è l’istante di maggior pericolo perché il buttafuori potrebbe negare l’accesso e mettere fine alla serata; il dancefloor invece è la palestra della liberazione e il bagno un laboratorio segreto, in cui sperimentare il “rituale d’intossicazione volontaria”, facendo attenzione a non farsi beccare.  

notti tossiche
Il popolo della notte | Unsplash

Petrilli individua nella pista da ballo il momento propriamente (contro)soggettivante, ovvero il luogo in cui la persona che gode della musica, del contatto (talvolta intimo) con gli altri e degli effetti di sostanze stupefacenti riesce ad acquisire una consapevolezza di sé e un grado di liberazione non raggiungibile nei rigidi contesti sociali che scandiscono le giornate lavorative. Le droghe, a dispetto della criminalizzazione operata dagli stessi organizzatori delle serate, sono presentate in maniera piuttosto costruttiva, come esperienze centrali per il raggiungimento di stati di godimento altrimenti impensabili. Ma non sono chiaramente l’unico aspetto preso in esame. All’interno della festa è la socialità l’onda anomala emotiva capace di trasportare verso altri lidi d’esperienza del mondo interiore. Se il proprio corpo è l’unico campo di battaglia rimasto ogni shock emotivo è una possibilità di liberazione.

Se pensavate che l’escursione di Petrilli fosse una spensierata gita psicotropa dovete essere pronti a ricredervi: egli è costretto a muoversi come un sommozzatore armato di torcia, perso nel torbido liquame della notte neoliberale e in una serie di questioni tecniche talvolta difficili da diramare.

Nella tempesta di piaceri proibiti bisogna trovare delle ancore a cui aggrapparsi. Così, accanto alla ricognizione del fondale delle esperienze elettroniche, il ricercatore torinese individua più cornici teoriche per circoscrivere il più possibile l’argomento. La prima parte del testo è infatti un recap storico delle diverse concezioni del piacere negli ultimi secoli e dei contributi letterari più significativi sul tema.

Viene presentato prima di tutto il pensiero di artisti e intellettuali mossi dalla ricerca del piacere, che lo hanno valorizzato e restituito come dimensione umana imprescindibile, in netto contrasto con quel pensiero somatofobico (ovvero il terrore per il piacere) che fin dall’illuminismo ha cercato di normare i piaceri ‘buoni’ e criminalizzare quelli considerati ‘cattivi’. Troviamo così a fondamento il diritto alla pigrizia di Paul Lafargue e soprattutto il pensiero del filosofo francese Michel Foucault, il primo ad aver individuato nel piacere “uno spazio semantico incerto che sfugge ai dispositivi del sapere-potere, perché produce conoscenza attraverso la sperimentazione somatica del soggetto”.

Altri filtri concettuali sono Narcocapitalismo di Laurent De Sutter e l’iconico Paul B. Preciado di Testo Tossico, al quale il titolo del libro di Petrilli è un chiaro omaggio. Assodata l’analisi di Preciado dell’era farmaco-pornografica, nella quale viviamo, assuefatti da psicofarmaci e medicinali, sperando di diventare “imprenditori di sé”, consumati dal lavoro e dalla fatica, asserviti a un sistema tossico di premi e ricompense vuote, l’esperienza della ricerca corporea nell’isola del club permette un “risveglio sensuale” collettivo capace di sovvertire le logiche sociali imposte.

notti tossiche

Ciò che si percepisce durante la lettura di Notti Tossiche è perciò una continua tensione tra due polarità opposte: da una parte la gabbia capitalista, con i suoi rigidi schemi normativi e d’incasellamento, dall’altro l’accesso all’oceano incontaminato dell’interiorità. Nel quale l’individualismo estremo si trasforma paradossalmente in una pratica controculturale. Ma come descrivono i clubber queste esperienze?

È singolare che Petrilli individui un lessico comune a tutti questi children della notte, composto da “numerose metafore acquatiche”, in cui immersioni e fluidi scandiscono i momenti della battaglia per ritornare a quella dimensione di dissoluzione e pace, quasi un ritorno al grembo materno, un concetto molto lontano dalle logiche normative del consumo. Seppur il discorso rimanga sospeso come un flusso sotterraneo nascosto, si intravede nella visione del clubbing di Petrilli quella dimensione sacrale che la festa porta con sé fin dalle origini dell’umanità, che il capitalismo non potrà mai ingabbiare fino in fondo. Anche alla luce dell’attuale stato d’emergenza e alla negazione sistematica della spensieratezza da parte di polizia, istituzioni e benpensanti, quell’oceano rimane in attesa di riemergere.

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