Depistaggi narrativi, verità e fantasmi in Memento

Tra i film più rappresentativi di Christopher Nolan e tra i migliori di inizio millennio troviamo senza ombra di dubbio Memento (id., 2000). Scritto a quattro mani con il fratello Jonathan Nolan, Memento è una pellicola unica nel suo genere per la brillante coesione stilistica e tematica di cui è impressa. Infatti, il suo fascino magnetico è principalmente dovuto a una struttura dell’intreccio complessa, arrangiata attraverso un montaggio che si fa beffa delle regole del tempo, e a un reticolo di inganni e depistaggi narrativi pensati per stordire lo spettatore.

Titoli di testa

“Come posso guarire se non riesco a sentire il tempo?”

A seguito di una violenta aggressione domestica, Leonard Shelby (Guy Pierce) perde l’amata moglie Catherine (Jorja Fox) e la facoltà di acquisire nuovi ricordi. Tormentato da questa rara forma di amnesia, lotterà contro il tempo per scoprire la vera identità dell’assassino e farsi giustizia da sé con la vendetta.

L’incipit di Memento è tra i più enigmatici e sconvolgenti della storia del cinema. Una polaroid lentamente scompare mentre accompagna i titoli di testa. Successivamente la foto rientra nella macchina, la pistola si getta nelle mani di Leonard, un proiettile esce dal cranio frantumato di un uomo e ritorna in canna. Un urlo. Ciò che si vede è il finale del film e lo vediamo scorrere all’indietro, attraverso la tecnica del riavvolgimento, il rewind. Fin da subito lo spettatore è messo a conoscenza dell’esito della vicenda, ma la curiosità nel capire che cosa succederà, o meglio che cosa è successo, non fa che aumentare di scena in scena.

Un proemio

Questo proemio funge da chiave di lettura dell’intero film ed è usato da Nolan per indicare le coordinate temporali della sua storia. Memento è composto da due linee temporali parallele sovrapposte. Proprio come la folgorante visione del proemio, la prima linea temporale a colori procede di scena in scena a ritroso nel tempo, dal futuro al passato. Mentre la seconda in bianco e nero si muove in avanti, dal passato al futuro.

Questa struttura di montaggio suscita nello spettatore, ad ogni cambio di scena, una forte sensazione di smarrimento, la scomparsa di ogni appiglio. Proprio come Leonard e il suo senso sconnesso del sé, lo spettatore deve vedersela con una linea temporale distorta, nella quale il futuro non può esistere, il passato è un fantasma che perseguita e il presente è vuoto e ingannevole, poiché si smarriscono le cause e le ragioni che lo hanno determinato.

Prove senza indizi, indizi senza indagine

“La memoria può cambiare la forma di una stanza, il colore di una macchina. I ricordi possono essere distorti; sono una nostra interpretazione, non sono la realtà; sono irrilevanti rispetto ai fatti.”

In questo eterno oscuro presente, Leonard deve fare i conti con soggetti poco raccomandabili che faranno di tutto per sfruttare a proprio vantaggio il suo disturbo e la sua sete di vendetta. Come il poliziotto corrotto Teddy (Joe Pantoliano) che lo coinvolge in un losco scambio di droga e la femme fatale Natalie (Carrie-Anne Moss) che lo trasformerà in un sicario. Il tema dell’inganno è pervasivo in Memento e lo ritroviamo senza soluzione di continuità dall’inizio alla fine della visione.

Tra mappe rudimentali, polaroid sbiadite e grossolani tatuaggi, Leonard porta avanti la sua indagine. Questa però è condizionata da ciò che Leonard stesso riesce o meno a ricordare, ad appuntare, a fissare in qualche modo come traccia fuori di sé. La fantomatica caccia all’assassino è in realtà un tentativo continuo di ricostruire le mosse e le decisioni del protagonista stesso. “Mento a me stesso per sentirmi meglio” è la glaciale conclusione della lunga elucubrazione mentale di Leonard. Il quale si rende complice delle manipolazioni ai danni di un sé futuro che inevitabilmente non potrà ricordare. Dunque, è l’auto-inganno il motore delle vicende.

Poiché la continuità della coscienza di Leonard è del tutto assente, questo personaggio è costantemente condizionato e perseguitato dal suo doppio che, come un Trikster (un essere delle malefatte), si diverte a controllare il malcapitato protagonista. L’ordine e il metodo con cui afferma di proseguire le indagini e la sua vita stessa non sono niente di più che una partita a dadi truccata. Un brancolare nel buio in cui si scambiano interpretazioni per fatti e false piste per verità.

La scoperta della verità

“Tu non vuoi sapere la verità, tu crei la tua verità!”

Memento è la dimostrazione pratica di quanto il finale di una storia non determini necessariamente il culmine del godimento letterario. Infatti, nel caso in questione, il finale della storia è di minor rilevanza rispetto al punto in cui Nolan decide di concludere l’intreccio. Il termine della visione è determinato dal fondersi delle due linee temporali, momento nel quale il regista getta luce sulla vera natura dei fatti che si credeva di aver compreso.

Si ripresenta lo stile utilizzato nel proemio attraverso una struttura palindroma, che trova anche all’attuale ampio spazio in Tenet (Christopher Nolan, 2020). Lentamente una polaroid prende forma e colore dal bianco e nero e ci conduce all’apice della curva trattrice immaginata da Nolan. Oltre che la definitiva cristallizzazione del tempo nel presente, il regista conduce lo spettatore in un vicolo cieco semantico: in fondo, che cos’è la verità, se non una delle tante passibili di scelta? È l’atroce dubbio sulla veridicità dei ricordi, sull’inconsistenza dei fatti a scurire il volto di Leonard, ormai senza vie d’uscita, come un escapista costretto ad annegare incatenato in una vasca.


Appendice – La storia di Sammy Jankis

L’intero film è infestato dalla presenza di un personaggio che condiziona le scelte e i ragionamenti di Leonard. Ovvero Sammy Jenkis, un uomo che Leonard afferma di aver conosciuto durante la sua carriera di assicuratore. L’uomo in questione soffriva del suo stesso disturbo della memoria, ma non è riuscito a riprendere il controllo della sua vita, e addirittura è stato accusato di essere un finto invalido.

Come una sorta di totem, motivo che tra l’altro si ritroverà in Inception (Christopher Nolan, 2010), Sammy funge da guida e protettore, ma allo stesso tempo è l’entità ectoplasmatica [1] che mette in dubbio la veridicità della storia di Leonard, tanto da portare a pensare che Sammy altro non sia che il Leonard pre-incidente. Il tema del doppio si rivela così essere centrale nella visione narrativa del regista, il quale giungerà a trattarne più che in abbondanza con The Prestige (id., 2006).

Anche in questo caso, come ci ha abituati una lunga tradizione cinematografica [2], è lo specchio il luogo in cui il doppio si manifesta. In particolare attraverso la lettura dei tatuaggi, sia lo spettatore che Leonard subiscono il segno visibile di un sé del prima, che ha operato nel passato, ma del quale non ci è dato sapere nulla, se non le informazioni che ha riportato.

[La riproduzione vietata, René Magritte, 1937]

[1] Il motivo hauntologico del film è stato messo in evidenza anche dal critico culturale inglese Mark Fisher, il quale dedica spazio alla cinematografia di Nolan in Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti (Id., Minimum fax, 2019) dal quale ho preso spunto per la stesura di questo articolo.

[2] Uno tra i tanti è sicuramente Shining (Stanley Kubrick, 1980), nel quale lo specchio funge da passaggio tra due mondi, due stati di coscienza, due verità in opposizione.