Abitare il trauma in His House

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His House (2020) racconta l’inquietante condizione di vivere la dimensione del trauma, in balia di razzismo sistemico e oscuri proprietari di case infestate.

Pauldavid Ligorio

Capita che la soporifera selezione di film horror su Netflix venga talvolta compromessa da film che riescono a risvegliare dal torpore ipnotico del binge watching. Per quanto negli anni non siano stati molti, è il caso di ricordare i pregevoli Lights Out – Terrore nel buio (David F. Sandberg, 2016) e Nell’erba alta (In the tall grass, Vincenzo Natali, 2019), due film che mettono in evidenza il coesistere di diverse dimensioni del perturbante. Infatti, il primo proietta lo spettatore verso un interno infestato dai fantasmi del trauma, mentre il secondo conduce negli sterminati labirinti di un esterno controllato da un’entità manipolatrice. Queste due dimensioni convivono apertamente in His House (Remi Weekes, 2020), dal momento che la fonte dell’orrore è tragicamente duplice e bidirezionale, e assedia da più fronti gli inermi protagonisti. 

Come giustamente la critica ha notato, His House è un film che pone l’attenzione sulla questione migratoria e sul problema, tutt’altro che risolto, del razzismo che caratterizza parte della società europea. Nello specifico siamo in Inghilterra, l’agognato approdo dopo il tragico viaggio in mare di Rial (Wumni Mosaku) e Bol (Sope Dirisu), una coppia di rifugiati di guerra africani. Viene loro affidata una casa in cui vivere e pochi soldi per sopravvivere, eppure questo non basta per costruirsi una nuova vita e superare il trauma della perdita di una figlia durante l’esodo. La grigia desolazione della periferie inglesi è però l’habitat naturale di un potente demonio dinka, e la casa fatiscente il luogo ideale per quest’ultimo di dissolvere le poche certezze dei due protagonisti. 

Realismo razzista

Il film, pur inserendosi nel canone delle haunted house, differisce dai classici. Infatti, il mostro infestante non è il fantasma di un vecchio proprietario e inquilino morto tragicamente e in cerca di vendetta. La maledizione colpisce la coppia durante l’incidente in mare e s’insinua nel profondo della loro interiorità. È tutta giocata sul tentativo di esorcizzare il trauma la profonda crisi vissuta da Rial, una spaccatura che la renderà insofferente verso la nuova casa e costantemente in cerca di una via d’uscita. Eppure il salvifico esterno ricercato sembra essere tutt’altro che confortante. Emblematica è la scena del quartiere-labirinto, nella quale Rial è costretta a confrontarsi con la violenza latente del vicinato e il degrado generale. Forse è proprio in questo punto del film che molti hanno intravisto la critica al razzismo, presentato nella sua forma più paradossale. Rial subisce la discriminazione razziale da dei ragazzi dal suo stesso colore di pelle. Probabilmente tra le scene più stranianti dell’intero film, che ci conduce inesorabilmente in quella che Masahiro Mori ha definito la valle del perturbante. Il termine nasce in seno agli studi sullo sviluppo delle intelligenze artificiali e in particolare a quei robot-manichini realizzati per sembrare il più somiglianti possibile agli umani. In Iperoggetti il filosofo Timothy Morton, per spiegare la cieca difficoltà dell’uomo di accettare l’incombente disastro ecologico, fa riferimento, tra i tanti argomenti che porta a favore delle sue tesi, a questo fenomeno e afferma che “la valley sembra spiegare bene un fenomeno come il razzismo: la disumanizzazione a cui è sottoposta la vittima la rende, agli occhi del razzista, più inquietante di, poniamo, un cane o un robot privo di faccia”. Gli abitanti del quartiere sembrano talvolta essere stati trapiantati direttamente da Scappa – Get Out (Jordan Peele, 2017): coi loro movimenti impacciati e le intenzioni poco chiare, trasmettono immediatamente un senso di diffidenza. Effettivamente, questo His House si inserisce sulla stessa linea di critica antirazzista dei film di Peele. 

His House recensione

Un proprietario occulto

Sul fronte domestico, il desiderio di riordino e adeguamento alle nuove prospettive di vita che l’Inghilterra può offrire è prerogativa di Bol, ruolo che necessariamente lo colloca nel terreno di scontro col demone. L’appartenenza a una cultura estranea alle consuetudini consumistiche del mondo Occidentale conduce Bol ad accettare quasi con entusiasmo, e in maniera parossistica, le logiche della pubblicità e le ‘normali’ abitudini di una famiglia inglese: come quando decide di acquistare gli stessi abiti indossati da un modello al centro commerciale, o quando non accetta più che i pasti vengano consumati per terra e non su un tavolo. Dal suo punto di vista la presenza del demone infestante è niente di più che un ostacolo alla realizzazione dell’idea di casa come luogo comodo, sicuro e rassicurante, al punto da riuscire quasi ad autoconvincersi che la reale causa dei colpi dietro ai muri, e delle stesse visioni orrorifiche di cui è testimone, non sia altro che un’infestazione di topi. Senza però rendersi conto che la casa, anche nel vecchio continente, è ormai in crisi profonda, proprio come nei paesi da cui egli stesso è dovuto scappare. Questa condizione di crisi dell’abitare, ormai trasversale a qualsiasi contesto, è stata ben messa in evidenza dallo scrittore Gianluca Didino che, nel suo Essere senza casa (2020), sostiene come i fenomeni migratori, il terrorismo, il riscaldamento globale e la precarietà abbiano compromesso l’idea di casa “non solo come realtà ma anche come metafora e come dimensione psicologica”. Se non siamo i proprietari delle nostre case, né tantomeno inquilini soddisfatti, quel His del titolo non può che riferirsi a un occulto detentore di una copia delle chiavi della porta principale, capace di infilarsi dietro ogni muro e spiarci a suo uso e consumo, qualcosa di ben più inquietante di un semplice demone, che deve pur sbarcare il lunario. 

His House recensione

La vicenda di Rial e Bol mette in chiaro come l’individuo precario venga attaccato da più fronti, dalle forze esterne disgregatrici come le paranoie di una società xenofoba, la morale dei burocrati, lo pseudo-assistenzialismo statale e le logiche del consumo; ma anche dal proprio interno, divorato dai demoni del trauma, dalla tragedia dell’esodo, dalla svuotamento di senso del mondo. Quella casa così desiderata ha un prezzo molto alto da pagare, per tutti i fantasmi che dovrà ospitare dopo la sua conquista. Altrimenti l’alternativa è semplicemente vederla dissolversi, come nella sequenza più ispirata del film, in cui Bol si ostina a voler mangiare un piatto caldo, mentre i relitti di una casa in rovina galleggiano alla deriva su un mare di morti.

His House recensione

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