5 veicoli dal futuro (designer’s POV)

Alcuni oggetti scenici del cinema, come i veicoli analizzati di seguito, sono dei pezzi d’arte degni della storia del design.

Alberto Caresio

Migliaia di oggetti accompagnano le nostre vite tutti i giorni: spazzolini, mouse, smartphones e automobili sono solo alcuni di essi, e, come tutti gli altri, li diamo per scontati, pur utilizzandoli continuamente. Se si guastano o semplicemente perdono il nostro interesse li dimentichiamo da qualche parte o li buttiamo senza pensarci troppo.

Capita, alle volte, che qualcosa ci passi tra le mani, attirando spropositatamente la nostra attenzione e la nostra curiosità: spesso ci leghiamo immediatamente a questi oggetti ci leghiamo, prima per il loro aspetto e poi anche per la loro funzione. E non importa che si tratti del prodotto di famosissime multinazionali o della tiratura limitata di qualche piccolo studio, ciò che conta è l’immaginazione di coloro che l’hanno creato: lə designer.

Per definizione designer è chi più di tutto brama il connubio tra forma e funzione, progettando la soluzione adatta al problema che gli viene posto. Che sia forma > funzione, come lo spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Starck, o funzione > forma della Fiat Multipla, i limiti entro cui può spaziare restano quelli del mondo fisico.

Raramente succede però che queste regole vengano scardinate e reinterpretate: cosa accade quando la fantasia divelle gli argini non per affrontare un problema del nostro mondo, ma dell’universo cinematografico?

Tralasciando i classici più famosi del secolo scorso, come la DeLorean DMC-12, e blockbuster popolari al punto da diventare marchio stilistico (Star Wars, Marvel, etc.), ecco a voi degli esempi di design applicato ai lungometraggi.

Ma prima, un po’ di storia.

Syd Mead

Probabilmente il suo nome non vi dirà nulla, ma molti di voi avranno visto almeno una volta uno dei veicoli disegnati da Sydney Jay Mead, uno dei designer e “futurista visuale” più importanti del secolo scorso, il nonno della concept art per come la conosciamo oggi.

Nato nel 1933, consegue la laurea presso l’Art Center School a LA nel 1959 e immediatamente inizia a lavorare per il Centro Stile avanzato della Ford. La sua carriera nel mondo delle automobili non dura a lungo e, solamente due anni dopo, riceve l’offerta che gli cambia la vita: illustratore per Hansen Co. È qui che, disegnando veicoli futuristici per svariate aziende, partorisce la serie che lancerà definitivamente la sua carriera: la US Steel Series.

design veicoli cinema

Questi libri di illustrazioni, dalle automobili allo spazio, gli permettono di aprire negli anni ‘70 la sua azienda, con la quale, per dieci anni, lavorerà tra Europa e Stati Uniti per numerosi colossi industriali, fino ad una prestigiosa collaborazione con Raymond Loewy.

Seppur di gran successo, tutto quello che produsse fino al 1979 non è altro che l’antipasto della sua carriera: è in quest’anno che Syd inizia la sua collaborazione con l’industria cinematografica. Il primo film per il quale è chiamato a disegnare è Star Trek: The Motion Picture, a cui seguono Blade Runner, Tron, 2010, Short Circuit, Aliens, The Spirit of ’76, Timecop, Johnny Mnemonic, Mission: Impossible III,  fino ai recentissimi Elysium, Tomorrowland e Blade Runner 2049, con il quale chiude il cerchio in gran bellezza.

Il lavoro di Syd nel mondo dei lungometraggi meriterebbe un approfondimento a parte per essere analizzato pienamente, ma è opportuno fare almeno una piccola digressione sul capitolo Blade Runner.

Nel film di Ridley Scott nel 1982, infatti, il futurista visuale (appellativo con il quale si farà chiamare nei titoli di coda) non si limitò al disegno dei veicoli e degli oggetti, ma estese il suo lavoro a tutta l’ambientazione del film, creando un’atmosfera che ad oggi resta futuribile. L’impatto culturale su tutta la produzione artistica e cinematografica successiva fu devastante: Ghost in the Shell, Deus Ex Machina e il Cybertruck Tesla sono solo alcuni degli esempi che si possono fare.

Syd Maed ha continuato la sua produzione artistica fino al settembre 2019, appena 3 mesi prima della sua scomparsa. Non si può riassumere in poche righe il suo genio creativo, la lungimiranza delle sue forme, la potenza delle sue linee antesignane. Solo una cosa è certa: il luminoso futuro che ci ha lasciato in eredità ci guiderà ancora a lungo.

Io, Robot – Audi RSQ Sports

E’ il 2004 quando Io, Robot esce nelle sale cinematografiche, presentando un futuro di macchine fantascientifiche: la Chicago del 2035 immagina robot, protesi meccaniche, intelligenze artificiali e tecnologie che tutt’ora ci sembrano lontanissime. Le automobili sono autonome, elettriche e munite di ruote sferiche. L’investigatore Del Spooner (Will Smith) guida il veicolo che più di tutti stupisce lə spettatorə e che, nonostante abbia di recente raggiunto la maggiore età, accusa pochissimo il passare degli anni: è l’Audi RSQ.

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Fortemente ispirata alla Nuvolari quattro, Audi Design ebbe solamente 10 settimane per disegnare, progettare e costruire il modello finale di questa concept car. Il risultato è una due posti a motore centrale, un proiettile levigato da pieni e vuoti, disegnato ad arte e ulteriormente valorizzato dalle ruote sferiche, nascoste alla vista. Una vera e propria scultura su strada, libera dai maggiori vincoli ergonomici e di fattibilità. Un manifesto di quello che fu Audi negli anni a venire.

Tron

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Due moto, un’auto all-terrain, un jet: questi sono solo alcuni dei 10 veicoli che Daniel Simon progettò per la pellicola del 2010 di Joseph Kosinski, Tron: Legacy. Per oltre due anni il designer tedesco, con un passato nel gruppo VolksWagen, lavorò a stretto contatto con un team di architettə, fashion designer, creature designer e transportation designer negli studi Disney. Ogni minimo dettaglio di questo mondo digitale è stato disegnato, progettato e calibrato, ottenendo un universo perfettamente evoluto entro i suoi schemi.

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Uno dei tratti ricorrenti è la simbiosi uomo-macchina-ambiente. Ad esempio, nella HERO LIGHT CYCLE, il pilota diventa un unico organismo con il suo mezzo, mutando la sua tuta in una forma aerodinamica e perfettamente inglobata alla carrozzeria. L’unione solidale è ulteriormente rimarcata dal circuito luminoso che dalla schiena passa alla ruota anteriore per tornare nuovamente sulla schiena.

Il design di Daniel Simon è un chiaro omaggio ai disegni di Syd Mead per il primo Tron (1982): in tutti i suoi bozzetti Syd infatti rappresentò sempre il pilota integrato alla scocca, ma purtroppo la potenza della computer grafica dei primi anni ‘80 non era sufficiente per animare un manichino, e optò quindi per una versione carenata della sua moto. Un’ulteriore conferma di quanto il designer americano fosse all’avanguardia.


Oblivion – Bubbleship

Nel futuro post-apocalittico del 2077, dove il nostro pianeta è ridotto ad una landa desolata a causa di una guerra contro gli alieni, Joseph Kosinski rinnova il sodalizio con Daniel Simon come vehicle designer per Oblivion, sviluppando il Drone e la Bubbleship.

Se il primo dei due risulta molto interessante nella pulizia delle superfici e nel design, è con la Bubbleship che il designer tedesco firma uno dei concept vehicle migliori mai apparsi in un film.

Per creare un velivolo sfrontato, con piccole giunture e una grossa cupola di vetro, Simon combinò le forme sproporzionate di testa e corpo di una libellula con quelle di un’icona nel mondo aeronautico, l’elicottero Bell 47, dal quale prende numerose soluzioni tecniche.

Ammiriamo un oggetto perfettamente bilanciato, dai volumi semplici e puri che, seppur singolarmente pesanti e ingombranti, nel complesso si legano armoniosamente gli uni a gli altri, creando un ibrido industrial-organico. Il tocco del designer è ben visibile nella cura maniacale dei dettagli, meticolosamente combinati ad elementi tecnici, e dalle raffinate soluzioni delle giunture, probabile residuo stilistico degli anni trascorsi in Bugatti.

Mercedes-Benz Vision Avtr Concept

Come il design influenza i film, così i film possono influenzare il design. Sovente lə designer utilizzano elementi, forme e concetti presi in prestito dalle pellicole per valorizzare il loro lavoro. Cosa succede quando una delle più grandi case automobilistiche realizza una concept car creando un sodalizio con uno dei film pionieri della nuova era del CGI?

design veicoli cinema
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Viene così presentata, durante i primi giorni del 2020, la Mercedes-Benz Vision Avtr Concept. Dichiaratamente ispirata ad Avatar (2009, James Cameron), questa visione va ben oltre il disegno fine a sé stesso, esplorando profondamente il rapporto uomo-natura, dai concetti alla tecnologia.

Se da un lato abbiamo un’espressione tecnica altissima, come l’utilizzo di materiali 100% riciclabili o le ruote sferiche (queste funzionano veramente) che garantiscono movimenti e sensazioni di guida completamente nuove, dall’altro l’approccio filosofico è volto a rendere la guida autonoma decisamente più immersiva e appagante. L’auto infatti è stata pensata come un vero e proprio essere vivente, capace di relazionarsi e connettersi ai passeggeri esattamente come i Na’vi e le creature in Avatar. E così basta avvicinarsi per essere riconosciuti e “salutati” dalle 33 ali bioniche del lunotto posteriore, e, accomodandosi all’interno, si viene accolti da una UX adattiva, che trasforma il veicolo in un’estensione del proprio corpo, in un’unione olistica tra esterni ed interni.

Lo sviluppo concettuale della Avtr è amplissimo, ciò che però affascina di più ogni designer figlio dello sviluppo su carta, è la libertà totale che c’è stata nel trasportare sul veicolo chiari elementi del film. I colori e le luci ad intermittenza delle notti di Pandora si muovono sensualmente dagli interni agli esterni, le forme organiche definiscono ogni elemento, ma soprattutto il “cerchione” spalmato sulla ruota sferica: un’evoluzione chiara, semplice e definitiva dei semi dell’Albero delle Anime di Avatar.

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Si potrebbero fare ancora tanti esempi, in più di un secolo di storia dell’auto, del cinema e del design, e lo spazio non è ovviamente abbastanza. Ma una cosa si può sempre fare: la prossima volta che guarderemo un film, guideremo un mezzo di trasporto, o prenderemo un oggetto in mano, anche solo una “banalissima” penna Bic, poniamoci una piccola domanda: qual è la storia di questo oggetto?

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In copertina: Candy Juicer | Alberto Caresio