Il dilemma del Mammut 2.0

Le attuali tecniche di ingegneria genetica potrebbero condurre molte specie scomparse sulla via della de-estinzione. Ma cosa significa?

Livio Pareschi

Questo articolo nasce come emanazione diretta di quello relativo al concetto di clonazione oppure, se si vuole utilizzare un termine cinematografico, ne è uno spin-off. Uno di quelli fatti come si deve però, che arricchisce chi ha già visto il film da cui deriva, ma che sa soddisfare anche coloro che si approcciano al franchise con questo titolo. 

Tra oro bianco ed eliche 

Nel 2018 esce Genesis 2.0, un documentario nel quale i due registi Maxim e Christian si alternano nel raccontare due storie tra loro correlate: da un lato abbiamo una spedizione di cacciatori diretti nella Nuova Siberia alla ricerca di zanne di Mammut da rivendere ai mercanti d’avorio; sono inoltre accompagnati da un ricercatore a caccia di un campione dello stesso animale abbastanza conservato da consentirne la replica genetica in laboratorio, riportandolo alla vita. L’altro capo della narrazione si immerge invece nelle avanguardie della ricerca scientifica, la biologia di sintesi, tra l’iGEM di Boston e l’Harvard Medical School della stessa città con a capo il genetista George Church, anche lui al lavoro sulla ricreazione del Mammut lanoso. Vengono esplorati anche i laboratori sudcoreani della Sooam Biotech, nella quale il controverso biotecnologo Woo Suk Huang ha già clonato centinaia di cani. 

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Sooam Biotech, per 1000 dollari clonano il tuo cane defunto e ti danno un secondo clone in omaggio | Genesis 2.0, Christian Frei

Nell’alternanza dei due racconti l’attenzione viene concentrata su due aspetti, ovvero il rapporto che ha l’essere umano con la sua avidità nel caso dei cacciatori, non diversi dai loro predecessori in quella che fu chiamata “corsa all’oro” negli stati uniti, e la megalomania degli scienziati nel volersi sostituire al processo della creazione attraverso il sequenziamento e la riscrittura del DNA. La pellicola riesce a sollevare non pochi dubbi sulle intenzioni delle persone che vengono riprese, su ciò che le spinge a procedere nel loro cammino verso gli obiettivi prefissati. Un poema ricorre inoltre per tutto il film, una filastrocca che fa da promemoria sulla presunzione degli esseri umani. “Spalle larghe hai, ma stupido sei. Sei forte, ma imprudente. Sciocco e sbruffone, come puoi liberar quel demone? Da quando è diventato il tuo più caro amico?”. 

Potenzialità e Limiti 

Un fantasma però aleggia per tutto il film, in particolar modo nella parte ambientata all’interno di laboratori super tecnologici che nulla hanno da invidiare a molti film di fantascienza, una domanda che rincorre ogni discorso: che senso può avere riportare in vita una specie come quella dei Mammut? Meglio ancora, tralasciando l’animale diventato involontariamente un simbolo della tematica, quali responsabilità comporta la capacità di poter far tornare o meno dalla morte animali estinti? 

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Una replica delle ossa di Mammut ritrovate in Germania, al Südostbayerisches Naturkunde- und Mammut-Museum

A domande complesse corrispondono risposte spesso ancora più complesse, specialmente se queste vedono affondare i propri piedi nel campo della bioetica. Tenendo sempre a mente che il mondo non si compone di opposizioni tra bianco e nero, poichè di mezzo vi è tutta la scala di grigi, possiamo raggruppare le risposte a questa domanda in due macro categorie, quella pro de-estinzione e quella invece schierata contro, entrambe con le loro ragioni a sostegno della causa. 

Coloro che si schierano a favore vedono in questa tecnologia la possibilità di contrastare il cambiamento climatico da un punto di vista biologico: re-inserendo dei nodi fondamentali all’interno di un ecosistema potrebbe consentirne il suo sviluppo, meglio ancora la sua riparazione, riportandolo ad una condizione di ritrovato equilibrio. De-estinguendo determinati animali si potrebbe addirittura evitare l’estinzione di interi ecosistemi (o favorire la loro naturale e spontanea de-estinzione, ricreando un clima che si era esaurito come nel caso della Siberia) impattando positivamente sul clima globale. 

Le posizioni scettiche nei confronti di questa opportunità sono altrettanto coerenti e non certo prive di buone intenzioni. Investendo nella resurrezione di specie si rischia di perdere biodiversità, sottraendo fondi per la conservazione degli habitat che salverebbero molte più specie a un costo minore. Inoltre, se nelle regioni artiche l’ecosistema è sempre più fragile, riportare alla vita un esemplare che vive unicamente in suddetti ambienti quando si è a pochi decenni di distanza da una catastrofe climatica non sembra essere la soluzione ideale. L’idea di ripopolare la zona artica per impattare sul clima oltretutto funziona solo in teoria, poiché necessiterebbe di migliaia di esemplari che impiegano 22 mesi per la gestazione e 30 anni per crescere fino alla maturità, quindi decenni e decenni di tempo e di investimenti economici mastodontici prima di ottenere risultati concreti (semmai tutto questo processo sia effettivamente in grado di produrne): una strada così tanto a lungo termine non può essere un’opzione valida per l’emergenza climatica. 

Il dibattito viene inoltre investito dai valori etici e morali che le due fazioni investono per dare maggior concretezza alle proprie posizioni: se qualcuno vede in questo potere la possibilità di riparare ai danni che l’uomo ha causato nel corso delle epoche, gli scettici ammoniscono che un potere del genere porterebbe alla deresponsabilizzazione delle persone sulle conseguenze del loro impatto nel mondo. Se queste sono le opposizioni situate nella scala di grigi, man mano che ci si avvicina ai due poli le opinioni radicali diventano via via più discutibili, tra chi vede le specie estinte come dei martiri da conservare come segno dell’operato dell’uomo (che perderebbero il loro valore simbolico se riportate alla vita) e chi a ciò risponde con posizioni altrettanto deliranti sostenendo che, se l’uomo può sostituirsi a Dio nella creazione, è suo dovere iniziare a comportarsi come tale. 

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Proboscide quasi intatta di mammut rinvenuta nella Nuova Siberia | Genesis 2.0, Christian Frei

Ad oggi, la strada che ci separa dal vedere la ri-nascita di un esemplare di Mammut è ancora lunga: George Church, professore di genetica alla Harvard Medical School che ha aperto la strada a nuovi approcci all’editing genetico, punta a dare alla luce il primo cucciolo per il 2027. Non sarebbe però un “vero” Mammut, in quanto l’ingegneria genetica ad oggi permette “solo” di riscrivere pezzo per pezzo il DNA di una specie esistente parente, combinandolo con il genoma della specie estinta, fino a che non diventi simile a quello del nostro obiettivo. C’è quindi da chiedersi se il prodotto di questo incrocio sia realmente considerabile un Mammut o più semplicemente una nuova specie di elefante, ingegnerizzata per vivere in climi rigidi come il suo antenato. 

Contro l’empatia 

Ciò che non risulta convincente all’interno del dibattito scientifico però è la componente estetica della questione, unico aspetto nel quale tutte le fazioni si trovano concordi: la possibilità di rivedere una specie estinta tornare dalla morte suscita un fascino dal quale è difficile sottrarsi. Molti contrari confessano che, nonostante le loro proteste, pagherebbero per vederne uno. C’è quindi un richiamo viscerale dal quale non ci si può sottrarre, un sublime tecnologico in cui la meraviglia per una natura misteriosa e incontrollabile si trasforma in fierezza per la nostra capacità demiurgica. 

L’essere umano oggi si trova da un lato sull’orlo di una crisi climatica, dall’altro pronto a spiccare il volo attraverso le meraviglie della ricombinazione genetica, e il paradosso che si presenta in molti film di fantascienza sembra diventare sempre più ascrivibile anche alla realtà che viviamo: come nel caso di Elysium (Blomkamp, 2013) e di Automata (Ibanez, 2014) l’uomo sembra essere in grado unicamente di “mettere una pezza” ai cambiamenti da lui causati, inventandosi stazioni orbitanti o nubi meccaniche, ma mai di responsabilizzarsi e correre ai ripari al fine di evitare i danni del suo operato. 

In Genesis 2.0 viene mostrato un concorso annuale, l’International Genetically Engineered Machine (iGEM) dove squadre di studenti da tutto il mondo gareggiano tra loro portando i loro progetti di assemblaggio di organismi così come si progettano le macchine. Tra tutti i progetti viene citato quello che dal 2006 in avanti darà una spinta propulsiva enorme al concorso in termini di risonanza mondiale, tanto da portarlo da una decina di squadre delle prime edizioni a 300 (5600 studenti) nel 2016: una “fotocamera vivente” costruita con batteri geneticamente modificati in grado di catturare immagini. 

Fotocamera vivente, successo nel fotografare la scritta ”hello world” | Genesis 2.0, Christian Frei

Questo esempio rende evidente quanto profondamente avremo in mano il potere di progettare i corpi e le forme che abiteranno il nostro pianeta in futuro. Forse diverremo addirittura in grado di prendere il controllo della nostra stessa evoluzione, ma ancora non siamo in grado di tenere a bada la spinta verso il progresso “a qualunque costo”. “Spalle larghe hai, ma stupido sei…”

In conclusione, non vi è né bene né male nella possibilità di riportare in vita animali ormai scomparsi, vi è solo la possibilità di farlo o meno, in quanto la tecnologia, come ogni sua manifestazione, non è intrinsecamente benevola o malevola. Il Mammut, ormai un simbolo di questo dibattito, ci dà l’opportunità di riflettere sul concetto della vita, cosa significhi essere in grado di ricrearla e come la fascinazione per queste opportunità vada tenuta fuori dal dibattito: perché se la meraviglia dinanzi alla fotocamera vivente o al mammut è grande e stimolante, non possiamo permetterci di intraprendere percorsi guidati dall’irraziocinio, dal semplice fascino verso l’ignoto, o quantomeno non possiamo permetterci di fare scelte sbagliate per le ragioni sbagliate. 

Intraprendere con leggerezza un percorso di bioingegneria sfrenata significherebbe scoperchiare un vaso di pandora molto pericoloso. Proprio il mito di questo artefatto dovrebbe metterci in guardia: l’ultimo dei mali del mondo che ne fuoriuscì una volta aperto fu la speranza, quel sentimento di proiezione positiva verso il futuro che porta a desiderare e lavorare per una vita migliore. Se la speranza è da una parte ciò che fa distogliere lo sguardo dell’umano dal suo presente di sofferenza, al tempo stesso è una cortina di fumo che gli impedisce di vedere con chiarezza il futuro: la realtà e la verità delle cose. 

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