Waldo sent me

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Una rilettura del profetico Waldo di Black Mirror alla luce della brutalizzazione della politica e l’immaginario memetico dell’alt-right. 

Pauldavid Ligorio

“Il riso è segno di stoltezza. Chi ride non crede in ciò di cui si ride, ma neppure lo odia. E dunque ridere del male significa non disporsi a combatterlo e ridere del bene significa disconoscerne la forza per cui il bene è diffuso di sé […] stultum in risu exaltat vocem suam”
Jorge, Il nome della rosa, U. Eco

Sono passati già quasi dieci anni dal primo episodio di Black Mirror, la celebre serie di fantascienza distopica, ferma per ora alla quinta stagione, corredata da un film interattivo e dal recente Soulmates, considerabile un indiscutibile spin-off. L’intento del suo creatore Charlie Brooker era chiaro fin da subito: gettare un’ancora nel futuro e produrre un’antologia di visioni dei tempi che saranno. Tecnologie pervasive, la condizione evanescente della coscienza, i robot, i loschi interessi di multinazionali, sono i temi che han fatto di Black Mirror un must watch per gli amanti della fantascienza e non solo. 

Negli anni c’è chi ha provato a tenere traccia di ciò che si è avverato e cosa no di questi racconti. Mostrando che tutto sommato i creatori della serie qualcosa l’avevano indovinato, ma soprattutto che la fantascienza, per la maggior parte, rimane ciò che è: un insieme di fantasiose storie. O forse no? Come vedremo il dubbio sorge spontaneo e ci si chiede se non siano proprio queste storie a tracciare il percorso che metterà in moto l’adoperarsi dell’umanità affinché la profezia si autorealizzi. Detto in altri termini, Waldo potrebbe essere una genuina iperstizione, ovvero quell’atto di pensiero che “si diffonde nella sfera delle interazioni comunicative come un parassita, transitando dal virtuale all’attuale e programmando in anticipo la sua realizzazione” (Guariento, 2017)

Un episodio in particolare, già qualche anno fa, è sembrato alquanto profetico: The Waldo Movement (Vota Waldo!, S02:E03), uscito il 25 febbraio 2013 su Netflix. Data la particolarità del tema politico trattato, è stato per diversi anni considerato minore e in qualche modo manchevole rispetto agli altri: la tecnologia e i problemi annessi non sembrano essere il fulcro della questione. Eppure, alla luce degli stravolgimenti politici che hanno caratterizzato gli ultimi cinque anni, forse avremmo dovuto ascoltare il monito dell’oracolo.

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Il pupazzo digitale Waldo | Netflix

L’eterno ‘900

L’episodio in questione narra la storia di un mediocre comico televisivo di nome Jamie Salter (Daniel Rigby) e del suo cabaret nelle vesti di un pupazzo digitale di nome Waldo. Celato dietro lo schermo, alle prese con la console dei comandi, Jamie può interpretare un personaggio irriverente e scorretto. Per il suo carattere trasgressivo, risentito e sarcastico, Waldo è ospite fisso di diversi talk show e ben presto è chiamato ad esprimersi su personaggi politici e programmi elettorali. Il risultato è una presenza scenica acida, in cui battute di basso livello determinano il tono medio del discorso. Waldo è divertente, e piace molto; ma una volta sottratta la creazione al suo creatore, Waldo diventa la controfigura con cui Jack Napier (Jason Flemyng), il produttore esecutivo dello show, vince le elezioni e fa di Waldo uno stendardo politico.  

Quando nel 2016 è stato eletto Donald Trump alcuni hanno notato una certa somiglianza con il portamento trasgressivo e cinico di Waldo. Eppure una storia ai limiti della fantascienza profetica come questa deve pur avere un’origine. Ci dev’essere stato qualcosa di reale ad ispirare i creatori della serie. Come afferma lo stesso Brooker, Waldo “è stato vagamente ispirato al politico britannico Boris Johnson”. Ma più in generale sembra essere la rappresentazione di quel vizio politico che gli americani si concedono da parecchi decenni: la radicalizzazione e polarizzazione del dibattito pubblico intorno all’idea stessa di identità. In particolare, con la volontà di demarcare il più possibile la differenza tra repubblicani e democratici. 

Waldo ospite in un talk show | Netflix

Come racconta Francesco Costa nel suo libro Questa è l’America (Mondadori, 2020), una ricognizione tra le contraddizioni e i luoghi irrisolti della cultura degli States, c’è un personaggio politico in particolare che ha innescato la retorica della trasgressione e spostato a destra il piano gravitazionale dell’opinione pubblica. Si tratta di Newt Gingrich, attivo sul fronte repubblicano già dal 1978. Gingrich non ebbe scrupoli nel distorcere i toni del dibattito politico, mettendo in campo quante più armi possibili, poiché profondamente convinto che la politica sia “una guerra per il potere in cui tutto è lecito” (Costa, 2020). 

Il suo agire quotidiano era all’insegna dell’aperta polemica, dell’ostruzionismo in aula, della derisione degli avversari. Assetati di potere “Gingrich e i suoi erano molesti e aggressivi, e nei loro discorsi insultavano allo stesso modo gli avversari e i compagni di partito, accusandoli di volta in volta di essere antiamericani, filosovietici, traditori, illiberali, corrotti” (Costa, 2020). Un atteggiamento che mirava a far terra bruciata attorno a sé e allo stesso tempo ottenere il consenso degli americani, creando ogni giorno il giusto scandalo per far imbizzarrire i media e tenere il tono del discorso il più inviperito possibile. Quando nel 1995 fu eletto persona dell’anno dal Time e si trovò a ricoprire il ruolo di speaker della camera, il processo divenne irreversibile e si aprì ufficialmente quella “progressiva brutalizzazione della politica” (Costa, 2020) che in vent’anni ebbe come esito la vittoria di Donald Trump, del quale Gingrich fu consigliere e sostenitore. 

Il repubblicano Newt Gingrich | Flickr

Alla luce di questa analogia, l’orsetto di Black Mirror è ben più che una fortunata metafora. Sembra essere una lettura abbastanza lucida di eventi politici a cui il pubblico anglofono era ormai abituato da anni. Proprio come Waldo, questi politici sfoggiano un riso sardonico, una maschera carnevalesca e mirano al sovvertimento dei ruoli prestabiliti, sputando in faccia alla democrazia e iniettando nella popolazione l’odio per un nemico comune.

The Waldo Movement rimane legato alla paura, tutta novecentesca, del capo di stato incontestabile alla Orwell, al grande (altro) fratello. Nell’episodio, per quanto Waldo infine riesca a replicare a dismisura la sua portata, non è esplicitata la dimensione della rete e la critica si rivolge esclusivamente al media tradizionale della tv, che pur gioca un ruolo fondamentale ancora oggi. Infatti, la sinergia tra la cerchia stretta di Trump e l’emittente nazionale americana Fox News fu il frutto di una precisa volontà di egemonizzare l’informazione e mandare in corto circuito il sistema, come ben spiega Costa nel libro sopracitato.

Perciò è realistico credere che l’episodio sia stato profetico fino a un certo punto e abbia fatto un uso intelligente del dato storico ed empirico. Ma si ferma proprio dove il gioco si fa più difficile e intricato: determinare il ruolo che Internet ha avuto dal 2013 in poi nel formare i protagonisti collaterali della minaccia Trump, questione che, una volta fatto il misfatto, può essere intravista, seppur rimanga decisamente implicita.

Copertina alternativa per l’episodio | Netflix

Nel meme, la realtà

Vale la pena soffermarsi su alcuni aspetti ulteriori che, attraverso uno sguardo retrospettivo, sembrano poterci aiutare a comprendere alcune dinamiche politiche entrate in gioco durante la legislatura Trump.

Chiaramente l’idea di Brooker è andarci con il pugno di ferro nella critica ai movimenti populisti e al pubblico pecorone che si convince delle parole del politico carismatico di turno. Waldo è un eroe comico virtuale, capace di creare un ordine simbolico ambiguo, in cui le caustiche opinioni dell’interprete umano cozzano con l’aspetto giocoso e innocente di un pupazzo per bambini digitale. Waldo è acclamato e percepito come ‘vivo’: crea delle gag divertenti, sfrutta animazioni per deridere i suoi interlocutori e da voce al turpiloquio represso di una società tutto sommato composta. In quel ‘movement’ del titolo si intravede il pesante giudizio che la popolazione ha in merito alla ‘questione waldo’. Il pubblico ospite dei talk show e quello che invade le piazze per vedere l’orsacchiotto è tutt’altro che consapevole di cosa stia succedendo e saluta gli accadimenti sgangherati con favore. In poco tempo Waldo diventa un fenomeno mediatico virale e si crea un corpo di supporters dal basso, la popolazione inizia ad organizzarsi e ne nasce una sorta di movimento a tutti gli effetti. Le persone sono come colte da una sorta di epifania oscura o un inspiegabile auto-convincimento.

Inoltre, l’aspetto tecnologico implicito è ben più che rilevante, seppur quasi invisibile poiché capillare e miniaturizzato: Waldo può essere replicato all’infinito grazie alla grande diffusione della rete internet. Qui la lettura diventa propriamente anticipatoria: i sistemi televisivi e Internet hanno avuto un ruolo fondamentale nel ripensamento della realtà. Finché Jamie è ancora proprietario del suo alter ego, Waldo è sotto controllo e compare su schermo quando richiesto. Dopo l’esproprio da parte del produttore, Waldo inizia a replicarsi. Da ciò che possiamo intuire dall’inquietante finale, dopo aver vinto le elezioni, il personaggio diventa una mascotte usata per pubblicizzare merci, servizi e programmi politici. La sua icona è moltiplicata in migliaia di schermi, un contagio dell’immaginario pressoché totale, un’allucinazione collettiva senza confini, l’irruzione dell’irreale nella realtà.

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Un campo lungo del finale di The Waldo Movement | Netflix

Questo aspetto di diffusione virale è assimilabile al ruolo del meme nella comunicazione di massa online odierna. Se pensiamo a come si è sviluppata la campagna elettorale di Trump, almeno non quella “ufficiale” situata sulle reti televisive, bensì quella andata in scena nei sotterranei di Internet, è impossibile non pensare al ruolo primario di Pepe the Frog. Si tratta di un personaggio del fumetto Boy’s creato dall’illustratore Matt Furie e ripreso già dal 2008 come immagine in diversi meme dalla comunità online di 4chan. La scalata al successo di Pepe dal 2015 diventa irrefrenabile e, con la vittoria di Trump, Pepe è uno dei meme più usati anche nei contesti mainstream. Dietro l’innocente ranocchia si nasconde una rete di simbologie e riferimenti elaborati dall’alt-right, in cui misticismo, mitologia, misoginia, razzismo e teorie del complotto si intersecano fino ad annullarsi. Sembra che la mitica rana egizia Kek sia stata usata come grimaldello per rivelare una profezia sul futuro: la vittoria di Trump alle elezioni del 2016. Ancora una volta ci si chiede: è la realtà che produce le storie o le storie a produrre la realtà?

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Pepe the frog in stile Donald Trump

L’esito di questo discorso meta-culturale, di questo enorme gioco di produzione mitologica, è stato il complotto dei complotti QAnon. Un fenomeno capace di diffondersi in brevissimo tempo ed eclissare il lume della ragione di molti internauti. Si è già tentato un approccio critico alla questione, ma vale la pena sottolineare l’aspetto controintuitivo di questo movimento. L’origine di QAnon non è frutto delle performance trasgressive di qualche politico imbizzarrito, o almeno non direttamente. È chiaro come il trend si inserisca precisamente in quel solco culturale, ma l’enorme crescita e diffusione è dovuta a un lavoro di produzione copy e paste ad alto contenuto serotoninico. L’effetto di questo sistema interattivo di costruzione del senso si è reso apprezzabile attraverso i teleschermi “grondanti di irrealtà”. Infatti, dopo l’assalto a Capitol Hill (Washington D.C.) del 6 gennaio 2021 da parte della folla inferocita di Trump, lo statuto della realtà sembra essere stato messo in discussione: ha subito il contagio memetico e ciò che ne rimane è un fosco simulacro. 

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“Copia il suo stile”


Forse è per questo che il confine liminare tra fiction e ciò che intendiamo per reale ci sembra notevolmente assottigliato. Non è un caso se l’ultimo mini-film Death to 2020, uscito parecchio sottobanco su Netflix, sia il tentativo opposto di ingabbiare la realtà nella narrazione, in modo da imbrigliare il senso e trovare una spiegazione per un mondo sprofondato nella valle del perturbante. Anche Black Mirror dovrà aggiornarsi e ripensare cosa significa immaginare e tentare di predire il futuro.

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In copertina: Trump allucinogeno, rielaborazione realizzata con deepdreamgenerator