Che cosa non vi abbiamo detto del 2021

Piuttosto che una classifica, questa volta abbiamo deciso di raccontarvi come abbiamo passato il 2021: sommersə da film, dischi, tanti libri e incertezze.

Redazione

Finisce anche il 2021. È ora di trarre alcune conclusioni. Ha ancora senso stilare delle classifiche? Sì, certo, è sempre molto divertente andare a leggersi le varie posizioni alla ricerca di quel brivido, quella scarica di serotonina, nella speranza che i redattorə abbiano messo al primo posto proprio quel capolavoro che tanto ci ha emozionato. Eppure le cose sono un po’ più complicate. L’anno scorso abbiamo stilato tre classifiche dedicate a cinema, musica e libri, sulla base di ciò che avevamo visto, ascoltato e letto individualmente, ma ci è sembrato forzato lasciare fuori classifica tante altre opere che, seppur valide, non potevano rientrare in una canonica top dieci; inoltre ci è sembrato forzato che non potessimo decidere con maggiore libertà cosa inserire e cosa no, dati i gusti molto diversi di ognunə. Quest’anno abbiamo dunque pensato a qualcosa di leggermente diverso.

Vorremmo raccontarvi cosa non vi abbiamo detto durante quest’ultimo anno, mettendo un po’ a nudo i nostri pensieri e cogliendo l’occasione per rivelarvi ciò che, per un motivo o per l’altro, è rimasto fuori dalla linea editoriale della rivista. Abbiamo inviato alla casella di posta del Cicles appunti e pensieri sparsi, rimpianti e aspirazioni, opinioni abbozzate o meditate fin troppo a lungo, consigli e brevi recensioni. In questo articolo vi consigliamo dischi, libri, film e tanto altro, perciò mettetevi comodə, perché potreste scoprire delle vere chicche.

Auguriamo a tuttə voi una buona lettura e un buon 2022.

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Il trend depressivo del rap in Italia 

di Giuliano Comoglio 

Nell’hangover tardo-pandemico, l’onda un po’ emo che ci ha travoltə negli ultimi mesi ha illuminato l’angolo della stanza spesso tenuto in ombra. 

Finalmente, da qualche mese, raccontare le depressioni – tante e diverse quanti gli umani – sembra stia diventando gradualmente più naturale e, oltre ai nuovi dati sugli accessi alle terapie e sulle vendite dal comparto ‘motivazione’ in libreria, alcune rapide evoluzioni nella scena culturale e artistica mi fanno pensare che la faccenda abbia scavato più di quanto possa una semplice onda.

classifica 2021
Un fotogramma promozionale di Gvesus | Universal Music Italia

Uno degli elefanti nella cristalleria targata ‘21 è l’hip-hop collezione autunno-inverno. Prima Salmo con Flop, poi Marracash con Noi, loro, gli altri, seguito pochi giorni dopo da Disumano di Fedez – e mettiamoci pure lui! – e GVESVS del maestro Gué a chiudere la fila.

Ancora prima di aprire spotify e casse, una raffica di uscite tanto grosse incoraggia l’elucubrazione. Soprattutto, da subito quel tarlo fastidioso: l’hip-hop può davvero emanciparsi dalla strada, dalle periferie geografiche e sociali, dalla classe? Cosa può ancora spingere le rime quando si tocca l’apice? 

Poi accendi l’impianto, ascolti e comprendi: forse questa storia dell’apice non è così veritiera.

Salmo ha sempre ‘gli incubi di chi sogna’ e così a Marra ‘sono rimasti i dubbi’. Gué fa dire a Elisa: “…Chi realizza i sogni a volte, no, non sogna più…”, mentre Fedez si chiede ‘cosa rimane’ del passato, del proprio percorso e del successo stesso, una volta afferrato.

Questo mondo costantemente in scalata si allontana man mano dal terreno sotto di sé, sperando di crescere nuove radici una volta in vetta. Ma la strada attraversa una terra di nessuno arida e desolata.

Il rapper Marracash dopo periodo turbolento è tornato nel “game” con un disco a sorpresa

Nella disperata ricerca di questa vetta, siamo tentatə di rifugiarci nei travestimenti, di farci una corazza di apparenza per fuggire la FOMO e di imbucarci in categorie che non ci appartengono. E credo che alla fine proprio in Cosplayer, discussa traccia del nuovo LP, Marracash sintetizzi bene la faccenda:

“…Noi, loro e gli altri / Da chi ti vestirai oggi? Hah / Puoi essere quello che vuoi / Perché se non c’è cultura, non c’è appropriazione culturale…”

Sperando di normalizzare al più presto la situazione, forse proprio tornando a coltivare la rimpianta ‘identità collettiva’ potremo pian piano ricostruire uno schema reale della nostra vita. Nel frattempo, i nostri big avranno sempre di che spingere le loro rime. E noi, i nostri timpani martoriati dai Decibel – che tanto ci piacciono -. 

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Mal di pancia

di Giulia Sopegno

Il 2021 inizia ombreggiato da fantasmi e minacce, viaggiando su frequenze molto dimesse ci annuncia che l’asticella ormai è scesa in bassissimo. Non so quante ore in tutto ho trascorso scorrendo con gli occhi su file e file di parole, nel silenzio di una stanza, ma è stata la compagnia migliore che potessi trovare in quest’altro anno schizofrenico. 

Così a gennaio rompo il ghiaccio con un discreto romanzo-mattone che è Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo, una saga familiare decostruita, infranta in mille pezzi e ricomposta senza uno straccio di segno di punteggiatura. Per il romanzo successivo recupero Dio di illusioni dell’immensa Donna Tartt, un po’ perchè devo nutrire la mia passione di classicista, un po’ perchè mi manca l’università del mondo reale, ormai remotissimo ricordo. Proseguo con il terzo, La vegetariana di Han Kang, una pungente e dolorosa sfilettata al petto, salvo poi arrivare ad un altro mattone, Una vita come tante di Hanya Yanagihara, il colpo di grazia che mi accompagna dolcemente attraverso l’ennesimo picco ansioso depressivo autunnale. Sipario su Le cattive di Camila Sosa Villada, folgoranti storie umane e soprattutto trans, mentre il cuore si spezza alla morte della sorella bell hooks.

La pensatrice femminista bell hooks è scomparsa lo scorso 15 dicembre

Quasi sorridendo per la coincidenza, mi rendo conto di aver letto solo romanzi firmati da penne femminili. E, sempre sorridendo, mi rivolgo alla pila di volumi di saggistica che sta accanto a quella dei romanzi, maneggiandoli uno alla volta, prima pigramente poi sempre più veloce: anche qui nessun autore, solo autrici. Perciò quest’anno, inizialmente senza farlo apposta, le mie letture sono state un coro di donne (più o meno conformi). Rilevo il dato e subito dopo lo banalizzo, sapevo che sarebbe accaduto. Ma da quel momento e per il resto dell’anno inizierò a selezionare le letture deliberatamente attraverso quel criterio, quindi ecco com’è andata.

In primavera la collana BookBlock di Eris Edizioni esplode e infilo un titolo dopo l’altro. Tra i più amati Cibo e Identità di Serena Guidobaldi e Cambiamo la scuola di Chiara Foà e Matteo Saudino (tra l’altro, regalato a molte colleghe). Parallelamente, un’altra piccola e splendida casa editrice indipendente emiliana, Zona42, lancia una collana fantascientifica di formato simile e chiamata 42Nodi: si vola di nuovo, comincio con L’involo: una fiaba di Natalia Theodoridou, racconto di ambientazione pandemica e proseguo con Corpo luminoso di Brooke Warra, un meta-viaggio dentro un utero. La pila si alza, cito Maledetta sfortuna e Poverine di Carlotta Vagnoli, entrambi saggi sulla violenza di genere e la sua narrazione, letti tutti d’un fiato digrignando i denti. In uno slancio di apertura affronto Io sono Giorgia di Giorgia Meloni e lo trovo dannoso, con tutta probabilità scritto da unə ghostwriter. 

Leggo Odio gli uomini di Pauline Harmange con diffidenza e mi ritrovo a condividere le sue tesi. Passo a Il mostruoso femminile (senza ombra di dubbio il caso letterario dell’anno) di Jude Ellison Sady Doyle e sottolineo rabbiosamente e con le lacrime agli occhi decine e decine di righe. Vale ancora la pena citare il personal essay Senza titolo di viaggio, ultimissima uscita di Filomena Sottile: compratelo e leggetelo, punto.

classifica 2021
Il libro è uscito per la collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming I | Alegre

Dedico poi il dovuto spazio alle voci che invece mi hanno accompagnata in macchina per tutto l’anno, nel lungo tragitto casa-lavoro, ovvero quelle dei centinaia di minuti di podcast che metto su per placare un soffocante ronzio di pensieri ma che, alla fine, mi interessano davvero. Per consigli di lettura fantasy, horror e fantascientifica La mano sinistra di Giuliana Misserville. Inaspettatamente, per approfondire il tema delle relazioni abusanti Proprio a me di Selvaggia Lucarelli. Contronarrazione di gravidanza, aborto e maternità su Acerbe di Valentina Barzago e Agnese Mosconi. Il podcast salvavita dell’anno, però, è il potentissimo K-assandra di Ludovica Perina che, come recita il claim, è “un podcast che parla del futuro, ma non ti fa venire l’ansia”. Il taglio fortemente intimista che indaga la condizione dellə 25enni dell’era pandemica, corredato da una bibliografia robusta e pezzoni musicali perfetti, lo rendono in assoluto il migliore dell’anno.

Potrei proseguire aggiungendo titoli a titoli, ma il mio scopo era fare luce su altro. 

Qualcosa di profondo e viscerale ha abitato per tutto l’anno le mattine, i pomeriggi, le notti di lettura e scrittura. Un mal di pancia. Sì, decisamente qualcosa nel tubo che viene digerito con estrema fatica, che accelera la circolazione del sangue, che spossa le membra. 

Così adesso, se mi soffermo ad unire i punti, vedo un unico corpo davanti a me, ciò di cui si parla e si legge tanto, che fa capolino, a suo modo, da tutte le pagine. E non è un caso che siano state tante donne a raccontarmelo, attraverso la loro scrittura. Donne che tratteggiano un corpo collettivo grazie alla propria esperienza corporea, sempre connotata in quanto femminile. Ancora una volta, è grazie ad esse che individuiamo gli strumenti per sondare le profondità, i periodi neri, il dolore. Vedo un corpo affamato di socialità o che si ingozza quando la fame è emotiva, un corpo che è terreno sperimentale, un corpo che non si deve assolutamente ammalare, un corpo che lavora lavora lavora e consuma. Corpo oscuro, ospitale o ostile, apolide, un corpo schiavo, operato, nudo, oppresso. Corpo che genera un altro corpo. Corpo anziano, rotto, corpo piccolo e indifeso di bambino, corpo di donna, quello lì: il mio, l’unico luogo dove è stato concesso alloggiare nel 2021. 

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Tempo di recupero

di Livio Pareschi

Il mio 2021 è stato dedicato a togliere la polvere dalla mia libreria di film, poiché questo è stato probabilmente l’anno in cui ho fatto più rewatch che visioni di nuovi prodotti, sia filmici che seriali. Probabilmente, in un periodo dove di certo c’è stato ben poco, è stato un meccanismo involontario atto ad auto-rassicurarmi con qualcosa che già conoscevo. Probabilmente il mio 2022 sarà volto a recuperare tutto ciò che non ho visto nel 2021, ma qualcosina di nuovo e di sostanza c’è stato. 

L’ultimo articolo su cui ho lavorato, Il clone che dunque sono, ha avuto una lunga e travagliata gestazione e, una volta ripreso, mi è metaforicamente esploso in mano per quanto materiale interessante avessi reperito, tanto che un singolo articolo sarebbe stato riduttivo. Aspettatevi quindi non uno, ma ben due approfondimenti volti a costituire, assieme al primo, una specie di trilogia di riflessioni sulla vita: il secondo sarà dedicato al concetto di de-estinzione, il terzo dedicato al concetto di immortalità. 

È stato anche l’anno in cui ho completato la mia seconda run su Hollow Knight, scoprendo nuove chiavi di lettura sulla trama e riflessioni che prima o poi prenderanno forma in uno scritto. Un gioco davvero da non perdere. 

Un fotogramma di gioco di Hollow Knight | Team Cherry

Per quel che riguarda il mondo del cinema e delle serie tv, quest’anno Druk – Un altro giro di Vinterberg è tra le pellicole più interessanti che mi sia capitato di vedere, mentre Kidding, serie tv nella quale recita un mastodontico Jim Carrey in grande spolvero, mi ha davvero stupito per quanto siano riusciti a fondere perfettamente una tragicità profondissima con momenti di un’ironia altissima. Assolutamente consigliata. 

Tra le cose che ho letto quest’anno invece solo una mi è rimasta davvero dentro: non che le altre letture fossero di più scarso interesse, ma ho trovato Lasciare in pace gli altri, una prospettiva etica di John Lachs particolarmente calzante per come si è ridotto oggi il dibattito pubblico, sia online che vis-à-vis. In un mondo sempre più schierato in trincee di “noi contro loro” all’interno delle quali la si deve pensare tuttə nelle maniera più uguale e dogmatica possibile, trovo sia stato un libro che mi ha fornito di una buona dose di anticorpi per difendersi da questi meccanismi ed essere un pò più aperto, disponibile e fiducioso verso le altre persone.

Spero che il 2022 ci porti non ciò che desideriamo, bensì ciò di cui avremo bisogno!

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Devasto cultura

di Pauldavid Ligorio

Verso la fine del 2020 ho deciso di farmi un regalo che mi ha accompagnato durante tutto l’anno; e ad oggi posso dire di essermene quasi pentito. No, non è Alexa, quella mi è stata regalata da qualcun’altro, ma è rimasta nella sua scatola, ancora nel suo cellophane, per evitare che esca da sola e mi strangoli nel sonno. Ho comprato un libro che da alcunə era parecchio atteso in traduzione italiana, mentre altrə speravano non varcasse mai il confine anglofono e, questa volta, a ragion veduta. Mi riferisco a Collasso – Scritti 1987-1994 di Nick Land, un filosofo(?) inglese considerato da alcuni un genio, da altri un traditore. Il testo è una raccolta di articoli che partono dal rapporto tra Kant e il capitalismo e arrivano a visioni distopiche e ketaminoidi di una singolarità tecnologica dal futuro che si auto-costruisce a ritroso nel tempo. Qualcosa non torna? Beh, chiaramente. Ma, al di là del sarcasmo, è un libro che mi piace e ho ripreso in mano più volte, non tanto per il contenuto in sé, quanto per il dibattito che un personaggio del genere si trascina dietro. Accelerazionismo, critica cyberpunk, nichilismo e pessimismo, maschiosfera, alt right… parliamoci chiaro: questi temi sono da affrontare con estrema lucidità, poiché è facile caderci dentro e non vedere mai più la luce del sole. 

LUISS University Press

Ho apprezzato How to accelerate di Tiziano Cancelli, un’ottima introduzione alle diverse prospettive accelerazioniste, seppur trovandolo un po’ troppo sbrigativo. Ho proseguito con la lettura di Xenofemminismo di Helen Hester, un testo radicale, futuribile, per certi aspetti incomprensibile, tra abolizionismo di genere, tecno-materialismo e repurposing. Un testo riformatore, che va a braccetto con il saturnino Inventare il futuro di Nick Srnicek e Alex Williams. L’anticapitalismo più ambizioso non può limitarsi all’abbattimento delle strutture esistenti, deve pensare a come forgiare il mondo che sarà. Alcuni capisaldi: piena automazione, drastica riduzione delle ore di lavoro settimanali, reddito universale di base e ripensamento delle attuali politiche orizzontali. Insomma, dopo anni di malcontenti in termini politici, ho trovato nella xeno-left un’ottima interlocutrice, seppur provando estrema disillusione sulle buone sorti di questo pianeta.

Ma ci sono buone notizie: ho saputo anche divertirmi. Ho atteso come un bambino l’uscita di King Kong vs Godzilla. Dai, ammettiamolo insieme, è un film fighissimo e mi dispiace tantissimo non averlo potuto gustare in sala insieme allə amichə di una vita. E parliamoci chiaro ancora una volta: è un film che vive della sua stessa impotenza. Da una parte l’ancestrale antenato americano, dall’altro l’abominio tecnologico, guarda caso costruito in Cina, che da una parte attrae e dall’altra non lo si vorrebbe nemmeno nominare. Ma qua mi fermo, se no torniamo a Land. Giusto, eravamo rimasti al fatto che mi sia anche divertito. Ho visto per ben due volte Dune al cinema, anche se in questo caso ciò che mi piace del film di Villeneuve è un puro coinvolgimento estetico.

Ho iniziato a recuperare l’opera di Hidetaka Miyazaki, in particolare ho adorato e giocato più volte al leggendario Dark Souls, che più che un banale videogioco è ormai considerabile un oggetto magico di cui parleranno le mitologie del futuro. Non contento ho proseguito con Dark Souls III e Bloodborne, anche questi più che frequentati e vissuti con piacere. 

La copertina di Dark Souls III | Bandai Namco

Nonostante non abbia mai messo il mio player musicale in pausa non ho saputo, e avuto voglia, di tenere traccia di tutto ciò che ho ascoltato. Propongo dunque una scontatissima, o quasi, micro-classifica: 3) The Spectral Corridor di Pye Corner Audio, che suona quasi come un’incisione a margine sulla mastodontica lastra biblica Black Mill Tapes, uscita l’anno scorso  2) La terza estate dell’amore di Cosmo, che ho avuto il piacere di seguire e conoscere grazie alla sua strana tournée insieme a Enrico Petrilli e 1) Terminus di James Ferraro, costruito attorno a tre soli elementi sonori: cassa dritta, death metal e canti gregoriani, un disco dal sapore dell’apocalisse. 0) Eternity di Dark0 mi sento di inserirlo come posizione bonus per la bellezza delle costruzioni melodiche e la struttura sconnessa, in orbita tra il deconstructed club e l’hyperpop. 

In ultimo, nonostante il clima di repressione contro le comunità festanti, ho assistito con interesse a diversi eventi, per la maggior parte illegali. Sono stato al rave di Nichelino e mi sono divertito, in barba a tutti i benpensanti. Ho letto un bellissimo libro sulla cultura rave che ho comprato al salone del libro di Torino: Rave New World di Tobia d’Onofrio, che consiglio caldamente a chiunque senta la necessità di comprendere che cosa è stato e come potrà esserci utile una delle più grandi controculture entrate nella storia. 

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2021 in speedrun

di Jacopo Sanna

Questi ultimi anni mi hanno regalato, dopo tanto tempo, una grandiosa esperienza videoludica. Per anni ho vissuto il videogioco con passione, ma il cervello aveva bisogno di una dolce boccata d’aria fresca. All’inizio del 2021 mi sono deciso a recuperare testi più classici sui game studies, come Half Real: Video Games between Real Rules and Fictional Worlds di Jesper Juul, libro che ho trovato fondamentale per dare risposte interessanti a dubbi che covavo da tempo: che senso hanno la narrazione, le varie cutscene, le linee di dialogo, immerse in un mondo di pure regole, enigmi e corridoi digitali? Sono domande storiche e continuamente dibattute, che ho seguito leggendo sfilze di paper. Ma la ricerca e l’approfondimento hanno raggiunto ben presto l’apoteosi con Game Over: Critica alla Ragion Videoludica, una raccolta di saggi curata da Matteo Bittanti che affronta il tema da un punto di vista culturale e con occhio critico. Ne svela i segreti aziendali e corporativi, ma soprattutto la natura ideologica, neoliberista e fascista.

classifica 2021
Curse of the dead gods | Passtech Games

Così come sono neoliberali i roguelikes, che ho avuto modo di recuperare con passione in quest’ultimo anno attraverso diversi titoli, ritornando finalmente con il controller in mano. Se il mio spirito di arraffare, saccheggiare e fare patti di sangue con antichi dei aztechi (leggi anche: maledizioni che portano ad un rocambolesco game over) sono stati mitigati da Curse of the dead Gods, la mia voglia di uccidere qualche linea di codice non senziente è esplosa con Enter the Gungeon di Devolver digital. Di natura ironica e citazionista, è un mix tra bullet hell e shooter in grafica pixellosa, assolutamente due generi in cui le prendo di più, ma divertentissimo nel superare stanza dopo stanza, sparando a delle creaturine con sembianze di proiettile, armate fino ai denti, con salda in mano una cartuccia gigante che spara fucili a pompa che a loro volta sparano pallettoni. 

Sempre tra i roguelike FTL: faster than light di Subset games: in una guerra su scala galattica, sei il capitano di una nave da guerra e trasporti i piani rubati di una nuova potentissima arma spaziale dei nemici ribelli. A prima vista sembra un viaggio tranquillo con qualche scaramuccia con i pirati qua e là, però ben presto ho capito che forse quella tranquillità era esattamente quella della bonaccia. Perché il caos, così come per i due titoli sopra citati, arriva in fretta e senza pietà. Quanti del mio equipaggio ho visto morire cercando di spegnere un incendio nella sala motori o morire asfissiati nel tentativo di riparare il modulo di ossigeno. Tutta questa frenesia mi ha quasi fatto diventare uno speedrunner, così faccio partire The Long Dark di Hinterland studio, un viaggio solitario in un mondo ormai ghiacciato, popolato solo da lupi famelici, orsi e renne. Il Robinson Crusoe del 21esimo secolo è solo e muore male in una notte gelida.

Hinterland Studio

Infine l’anno si conclude con la lettura de Il mostruoso femminile di J. E. Sady Doyle, denso di pagine macabre e lotta senza pietà al patriarcato. Ma soprattutto, seguire la notte dei Game Awards 2021 era tassativo. Ancora una volta si sono dimenticati di parlare di questioni di genere, ovvio, e anche se Cyberpunk 2077 non ha vinto nulla e ha preso tante batoste, è lì appena infilato nella play 4 che mi aspetta.

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Inesorabilità

di Cecilia Pascucci

Se mi conosceste di persona, sapreste senza dubbio che la matematica non è il mio forte, e di conseguenza classifiche e bilanci non sono proprio il mio pane quotidiano; in più, come riuscire nell’impresa impossibile di sintetizzare un anno di letture, visioni, ascolti, sensazioni? Allora meglio qualche suggerimento. 

Ho ritrovato le atmosfere jazz che avevo tanto amato in passato, quelle che mi avevano avvicinato al mio primo amore, la musica. Love For Sale, dell’ormai assodata coppia Lady Gaga & Tony Bennet, è l’album perfetto per cullarsi in una rivisitazione dei più famosi standard americani, per ballare e sentirsi leggeri. Respect invece è il film che racconta la storia della regina del soul, Aretha Franklin. La potenza espressiva dei suoi classici si mischia alla sua storia personale, rendendoli pieni di pathos e conducendoci per mano attraverso le altalenanti fasi della vita, che tutti prima o poi affrontiamo. 

Mai come quest’anno ho sentito il peso del tempo, dilatato, accelerato, sempre o troppo o troppo poco. Mai come quest’anno mi sono affannata alla ricerca del momento perfetto, dell’occasione, della strada. E una volta trovata, farsi prendere dai dubbi, sarà davvero questa quella giusta? E nel frattempo l’orologio continua a ticchettare, e io mi sento sempre più come Johnny Larson, il protagonista di Tick Tick…BOOM! il debutto alla regia di Lin-Manuel Miranda, da noi ancora poco conosciuto ma in America considerato già una delle più grandi star del genere, è l’adattamento cinematografico dell’omonimo musical di Jonathan Larson, compositore geniale e creatore dello strepitoso Rent, che ha riscritto le regole del musical di Broadway. Il film intreccia l’ossessione di Larson, interpretato da un Andrew Garfield in forma smagliante, per dare vita alla sua prima opera, prendendo la sua piega più reale e feroce. Siamo a New York all’inizio degli anni ‘90, le diagnosi di sieropositività equivalgono ad una condanna a morte e se vuoi che qualcuno produca la tua opera, devi prima pagarla di tasca tua. E poi scrivere la prossima. E poi scrivere quella dopo ancora. E così via, finchè, forse, arriva la telefonata che cambia la tua vita.

Tick tick… BOOM! è disponibile su Netflix

Nel frattempo, è inutile sperare che l’orologio si fermi. Tick, tick… Ma il ticchettio è anche quello che serve a dettare il ritmo della musica, fonte di speranza che riempie gli spazi di questa nostra esistenza. Da una parte ci sono i desideri e i sogni, la vita e la morte, dall’altra Jonathan Larson e Tick, Tick…BOOM! In mezzo, sempre in bilico, ci siamo noi. Ci vediamo il prossimo anno amiche e amici.

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Per non perdere il flow

di Alberto Caresio

La scorsa primavera, durante l’ennesimo lockdown, tra qualche esercizio in casa e lo smartworking ho avuto il piacere di scoprire i La Femme, una psyco-rock band parigina, con il loro album d’esordio Psycho Tropical Berlin (2013). Fu una vera e propria rivelazione che mi tenne compagnia, con il suo sound per me completamente nuovo, durante quei mesi alienanti.

Avevo avuto modo di apprezzare anche il loro secondo album, Mystère (2016) e, quando uscì Paradigmes questa primavera, colto dalla gioia fui catapultato nella loro follia eclettica, che li ha sempre rappresentati, seppur questa volta senza un marcata innovazione.

Le atmosfere sono quelle graffiate degli anni ’60, ’80, marcatamente yé yé e new wave: eteree voci femminili e maschili, francese con spruzzatine di inglese e spagnolo, tanti strumenti diversi tutti mescolati insieme in un viaggio on the road in un “mito americano” esasperatamente stereotipato.
Non c’è un vero ordine, tanto che l’album può essere ascoltato in qualsiasi direzione, quanto più un altalenante su e giù, che ci porta dalla storia d’amore adolescenziale di Pasadena al ritmo cullante di Cool Colorado, dai deserti western di Lâcher de chevaux fino Nouvelle-Orléans, dove i sogni si avverano, ma si resta sempre e comunque nell’incertezza.

La femme è un gruppo francese attivo dal 2010

Ascoltando un pezzo dopo l’altro ho sempre avuto l’impressione che il vero obbiettivo dei La Femme sia quello di farci perdere nelle storie delle loro note distorte, a tratti vintage e un po’ malinconiche. Le loro canzoni sono perfette per essere trasportate dal vento, come se uscissero, in un tramonto estivo, da un lontano grammofono di qualche casa vicino a noi. Per me sono state sempre un ottimo ascolto durante le mie sessioni di disegno, una musicalità tale da non farti mai perdere il flow artistico.
A tal proposito vi devo salutare, devo correre a continuare la copertina per quest’articolo, a presto!

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