Il clone che dunque sono

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Il cinema ha immaginato la clonazione in svariati modi e spianato la strada a paradossi che mettono in difficoltà la ricerca scientifica.

Livio Pareschi

Tra le principali tematiche che attraversano il genere sci-fi, dal concetto di simulazione alla creazione degli androidi, ne possiamo distinguere una altrettanto vasta e complessa quanto quelle citate poco fa: la clonazione umana. 

Sono molteplici infatti le pellicole che hanno riposto in questa tematica il loro fulcro narrativo: dal thriller The Island (Michael Bay, 2005) all’action Il Sesto Giorno (Roger Spottiswoode, 2000), dal drammatico e recentissimo Oxygene (Alexandre Aja, 2021) al politico Us (Jordan Peele, 2019) – sebbene quest’ultimo viaggi a confine col tema del Doppelgänger. Abbiamo persino film comici come Mi Sdoppio in 4 (Harold Ramis, 1996) a testimonianza ancora una volta di come la fantascienza si ponga come aggettivo, come contesto all’interno del quale sviluppare una narrazione, concedendo non solo piena libertà tematica ma anche di approccio. 

Ciò che sembra accomunare molte pellicole di questo genere è la relazione che gli esseri “originali” instaurano con le loro copie: viene a manifestarsi in loro un innato senso di autorità derivante dall’essere “il primo” che li porta a rapportarsi coi loro duplicati come fosse scontato che ne siano i padroni naturali. Se sono frutto della loro carne, se sono la loro stessa carne, senza la quale non esisterebbero, essi gli appartengono. Questa forma di pensiero non indugia, almeno in principio, sul fatto che anche le copie sono investite del libero arbitrio e di una vita meritevole di essere vissuta. 

Lo possiamo vedere nitidamente in The Island e in Oxygene dove, nel primo film, le copie vengono tenute all’oscuro della loro natura in una struttura sotto terra dalla quale vengono prelevate e sezionate quando il loro originale necessita di un nuovo organo e, nel secondo, le copie vengono utilizzate per la colonizzazione di nuovi pianeti senza il rischio di perdere esseri viventi già presenti sulla terra. 

Ma cosa accade quando un clone scopre di essere un clone? Dato che ancora nessuno ne ha incontrato uno per poterglielo chiedere, toccherà fare qualche supposizione. Se i gemelli naturali, che crescono contemporaneamente, non possono vedere nell’altro l’anticipazione di sé stessi, il clone artificiale si troverebbe “costretto” a conoscere già in anticipo le proprie potenzialità e a sapersi copia di un essere umano già esistito. Il «diritto di non sapere» diverrebbe premessa fondamentale nella percezione di se stessi come agenti liberi e morali. Negare al clone il diritto alla propria autenticità e irripetibilità infatti significherebbe negargli il diritto di essere libero, non potrebbe spontaneamente scoprire da solo se stesso, poiché il suo donatore è già stato quello che gli altri si attendono che anche lui sia. Il sapere, paradossalmente, diventerebbe allora fonte di danno nei confronti di se stesso, fino al punto di non percepirsi più come un autore responsabile delle proprie scelte. 

Uno scenario di Moon | Sony Pictures

Moon
Moon, opera prima di Duncan Jones uscita nel 2009, si pone non solo tra i migliori film ad aver trattato il tema della clonazione, ma anche tra le migliori opere di fantascienza in generale prodotte negli ultimi anni. Sam Bell, che da tre anni lavora in totale solitudine su una base lunare, sta per concludere i suoi incarichi per far finalmente ritorno a casa. Dopo un incidente avvenuto fuori dalla base, Sam torna scopre un altro se stesso. Dopo averlo riportato alla base, i due capiscono di essere entrambi copie realizzate al solo scopo di tenere la base lunare operativa. 

Ciò che rende il loro incontro ancora più traumatico però è un’altra constatazione: se l’essere umano si percepisce come un’entità unica che cresce, matura, cambia, ma rimane sempre lo stesso soggetto che procede nel tempo, la scoperta di condividere gli stessi ricordi della vita antecedente al trasferimento sulla base lunare (la loro città natale, i negozi della via principale, la famiglia) crea in loro una profonda crisi che genera al contempo molte domande alle quali noi spettatori siamo portati a riflettere. Come può un clone provare nostalgia per luoghi e persone che non ha mai realmente visto? Che differenza c’è tra il vero Sam e le sue copie se esse sono una sua replica perfetta anche nella memoria?  

Tra scienza ed etica
Per quello che riguarda la clonazione umana il dibattito sulla sua concreta possibilità di attuazione è un dibattito ancora in corso, che vede i suoi sostenitori parlare di come la ricerca sulle staminali fornirebbe cellule geneticamente adatte a pratiche di medicina rigenerativa, arrivando fino al poter generare tessuti ed interi organi adatti al trapiantoe, in definitiva non esposti al rischio di rigetto, avendo lo stesso corredo genetico del ricevente. Questo discorso ovviamente non preclude alla possibilità di essere in grado di replicare un essere umano mediante lo stesso processo, così come è stato fatto in passato mediante sperimentazione sugli animali – famoso nel 1996 il caso della pecora Dolly. 

Coloro che invece si oppongono alla clonazione umana sostengono che tale processo creerebbe dei bambini con disabilità gravi assolutamente non valutabili negli animali clonati. Inoltre le cellule clonate sono spesso geneticamente “vecchie” in quanto, se prelevate da esseri umani adulti, hanno già subito molti danni e questo fenomeno genererebbe una progenie di discendenti con una scarsa aspettativa di vita. 

Il dibattito etico e filosofico su quanto i cloni siano o meno esseri umani a tutti gli effetti, si è addentrato più in profondità rispetto alle possibilità che offre oggi la scienza e ormai, grazie anche alla fantascienza e ai messaggi che ha saputo veicolare, risulta evidente come il concetto di “umanità” non sia qualcosa di immutabile nel tempo bensì il risultato di un insieme di convenzioni storiche e culturali che tuttə quantə tacitamente accettiamo.

La pecora Dolly conservata al National Museum of Scotland

Questo discorso di conseguenza si lega a doppio filo col concetto di società, di vita di gruppo. Se un soggetto si considera “umano” non dipende da lui che si considera tale ma dal fatto che ci sia un gruppo di soggetti, che si considerano umani tra loro, che arrivano a considerare anch’egli come loro. Io sono umano finché i soggetti attorno a me mi considerano tale. Siamo quindi in un campo intersoggettivo, che esiste quindi in virtù dell’essere sostenuto tra più soggetti, sulla base di presupposti concordati tra i soggetti stessi. Va da sé quindi che questi ultimi possono essere di matrice razziale (bianchi e neri), religiosa (cristiani e non cristiani) o biologica (ariani o non ariani), ed è la storia ad avercene fornito l’evidenza. Risulta quindi chiaro che la definizione di “gruppo” la si stabilisce determinandone i confini e di conseguenza determinando anche un “fuori”, un esterno dal quale spesso ci si deve difendere o tenere a distanza. 

I Sam sulla base lunare, seppur dotati di sentimenti, emozioni e ricordi, sono trattati come strumenti usa e getta poiché non ritenuti esseri umani dai soggetti che la compongono. Siamo noi, come società, a non considerarli tali. E il nostro mondo, dove si stanno combattendo battaglie per la parità dei diritti a prescindere dal genere, dall’etnia e dalla religione, ci fornisce quotidianamente prove di quanta strada abbiamo ancora da fare verso l’accettazione universale del prossimo, di colui che viene considerato “il diverso”. 

Sam Rockwell in una scena di Moon | Sony Pictures

Lo sguardo allo specchio
L’urlo dell’androide di Philip K. Dick risuona in Moon, così come in Oxygene e tutti gli altri sopra citati, in quanto narra della scoperta dei cloni di essere tali e lo squilibrio emotivo che questo comporta. Duncan Jones però con la sua pellicola vuole anche ricordarci quanto i concetti di umanità e genere umano siano mutevoli nel tempo e una loro cristallizzazione comporterebbe inevitabili conflitti tra fazioni, tra chi è considerato umano e chi no. In ultimo, il film lancia anche un monito a noi spettatori con una delle sue scene più potenti: Quando uno dei due Sam, ripristinato il segnale, riesce finalmente a contattare casa sulla terra e comunicare con sua figlia realizza che non è come la ricordava, poiché i suoi sono ricordi di 15 anni prima e la sua Eve è ormai adolescente. Oltre a questo, quando Eve chiama suo padre, il vero Sam Bell, il nostro protagonista interrompe la chiamata prima che il suo originale si mostri alla telecamera: non può guardare il suo originale negli occhi, non riuscirebbe a reggere lo sguardo. Sam è il tuo clone che, guardandoti negli occhi, ti chiederebbe “come ho potuto farmi questo?”

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