Le gallerie del fantastico

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Il leggendario Dr. Who è la prova che la metropolitana non sia un semplice mezzo di trasporto, ma un dispositivo letterario capace di abbattere i muri delle narrazioni fantastiche.

Aharon Quincoces

L’apparizione della metrò nelle aree urbane di Europa e America rifletteva la necessità di creare un mezzo urbano che consentisse una rapida mobilità e, se possibile, decongestionasse aree con alta densità di traffico. Basti pensare che a metà del 1800, stando a quanto segnala W.H. Auden, Charles Lutwidge Johnson (o Lewis Carroll se preferite) aveva già inventato un metodo per controllare il traffico a Covent Garden. La metropolitana era una risposta futuristica, in cui la superficie della città si liberava del peso del traffico tramite un mezzo di trasporto di massa altamente razionale. Quanto queste razionalizzazioni, che d’altronde si auspica in qualsiasi campo tecnologico, si siano avverate è una questione diversa di cui discutere, ciò tuttavia non ne inficia la genesi o il punto di partenza, semmai il percorso. Questa tecnologia scindeva la città in due parti in continuo ricongiungimento tramite le stazioni.

Ciò che spesso si sottovaluta è l’impatto della metro sulla psiche collettiva delle città, la sua auto-percezione. La città acquista una nuova dimensione che dovrà essere introdotta nella sua narrazione, ovvero nella sua percezione collettiva. Altrimenti deve rinunciare a una parte di sé; ciò potrebbe accadere, così come si obliterano quelle parti della città considerate decadenti aberrazioni. Ma di solito non accade, giacché la metrò è un’apertura spaziale che offre anche una percezione temporale: un futuro fulgido, cioè irrinunciabile. Perché la metrò era in passato l’immagine della città futura, chiamata a risolvere i problemi del presente. Più tempo trascorre da quando la metrò entra in funzione, più radicata divengono questa percezione, questa coscienza e questa narrazione. Ora, essa esiste su diversi livelli. Uno è ufficiale, amministrativo, politico, civile. Un altro livello è geografico, architettonico, pedestre. Un altro ancora è letterario, musicale, audiovisivo, teatrale, sportivo. Ognuna di queste narrazioni è parziale, indipendente fino ad un certo punto e intersecante, nel tempo e nello spazio, tutte le altre.

La metropolitana di Londra è un reticolo di Tunnel che si estende per oltre 400 km | Unsplash

The Underground. Una struttura che scorre sotto la città, descrivendo percorsi sotterranei sulle tracce di quelli superficiali. Nuovi panorami richiedono nuovi eroi. Eroi pop che esplorino i tunnel narrativi di un nuovo spazio capace di collegare sì spazi – interno ed esterno, superficie e sottosuolo della città – ma anche tempi diversi: sin dagli inizi la metrò è stata sinonimo di futuro. Pensiamo ad eroi dello spazio/tempo come Dr. Who. Questo personaggio televisivo, altro fenomeno connotativo della modernità come la metrò, ideato nel 1963, tra l’esplosione tecnologica, la conquista del cosmo, le paure legate alla corsa all’armamento nucleare e la generazione hippy, richiude in un soggetto tutta la gamma di possibilità narrative.

In Dr. Who la metrò, quando appare, è uno scenario che diventa sede di ogni proiezione spazio/temporale: dal passato dei dinosauri al futuro della vita umana su Plutone. Tempi che convergono di volta in volta nel presente della narrazione in corso; tempi intimamente congiunti. Forse qui potremmo stabilire che oggi sono ponti raddoppiati verso il passato, ora che il presente è diverso da quello narrativo di ogni puntata: ogni riferimento alla metrò londinese, ogni ubicazione dell’azione in una delle sue stazioni ed impianti è riferita al periodo tra il febbraio ’68 e il settembre ’86. Proiezioni temporali multiple. Sovrapponiamo tutti i tempi possibili, dal reale al finzionale, in quelle poche stazioni, tunnel, gallerie di servizio della metrò.

Una locandina della serie con Colin Baker. La monumentale serie televisiva Doctor Who conta 26 stagioni classiche, 12 nuove e 1 film TV. | BBC

E le proiezioni spaziali non sono di meno. Dallo stesso punto transitiamo verso pianeti ignoti (The Mysterious Planet) o lontani come Plutone (The Sun Makers). Queste decontestualizzazioni della metrò riconfigurano la città reale, trasformandola in uno spazio nuovo e in quanto tale meritevole di uno sguardo nuovo, di esplorazione. Rivedere in questo modo la città e la metrò suppone un esercizio psicogeografico, dove le memorie, le citazioni, le emozioni sono rigenerate per combaciare con uno spazio riconfigurato e un tempo alternativo, che saltella qua e là senza che sia mantenuto un ordine troppo a lungo. Londra diventa un concentrato che annulla le caratteristiche territoriali, i quartieri, le strade. Tutto lo spazio è conflato in un astratto, un luogo nominale senza estensione reale, né confini, nemmeno temporali come si è visto. In fin dei conti questa è la potenza della narrazione che ci propone Dr. Who, a patto che intorno a essa si stringa una comunità immaginaria. L’immaginazione sovverte la geografia reale per consegnare tutto lo spazio e il tempo a emozioni assolute, emozioni pure che possono prescindere di quest’asse spazio/tempo. 

Tuttavia, è anche un dominio che si apre alla riedizione di vecchi traumi ed incertezze. Cosa movimenta l’eroe dello spazio/tempo intrappolato nei tunnel metropolitani? Come aveva avvertito H. G. Wells, ogni viaggio, avanti o indietro, ci riporta sempre alle stesse spiagge e agli stessi scogli, agli stessi interrogativi che prendono nuove forme. La liberazione dalla schiavitù, la paura della sostituzione e dello sradicamento (Invasion of the Dinosaurs, The web of fear), la paura dell’altro, dello sconosciuto, e la paura dello spazio ignoto davanti a noi (Dr. Who and the Silurians), la consapevolezza che lo spazio sotterraneo non è il nostro spazio naturale. Infine, il pericolo della sostituzione di massa, della scomparsa o dell’annientamento umano. Si tratta di timori circoscritti sì in un’epoca storica, ma sono non di meno timori ancestrali. La psicogeografia del mondo sotterraneo veicola un’implicita emotività iper-eccitata, che oscilla tra l’angoscia e la paura oltre la spinta alla scoperta, alla risoluzione dei problemi. 

La celebre macchina del tempo di Doctor Who è nascosta in una vecchia cabina della polizia degli anni ’60 | Unsplash

Come qualsiasi eroe, Dr. Who affronta dilemmi eterni in forme nuove e, per fare ciò, si è spogliato della sacralità del tempo: invece di diventare classico, è divenuto atemporale. Per poter diventare lo scenario di avvenimenti atemporali, la metrò rivolta le proprie ragioni di razionalità e funzionalità e diventa luogo del caos. Come se fosse una versione modernizzata della fôret. Senza spazio né tempo, tutto lo sforzo del Dr. Who e dei suoi accompagnatori è finalizzato alla restituzione dell’equilibrio. Ogni personaggio è alla ricerca del posto/luogo adatto dove stare, a eccezione dell’eroe per il quale non c’è più né tempo, né spazio, né equilibrio stabile, né morte possibile. La quête è quindi parziale. Il caos nato dalle viscere metropolitane non può essere sanato ma solo tenuto a bada, perché si è originato dallo spezzettamento del tempo e dall’annullamento dello spazio (viceversa è pure vero).

Dr. Who è un eroe postmoderno, che naviga le emozioni viscerali di universi simultanei. Proprio questa simultaneità soverchiante è la paura più profonda, perché indica il timore all’incapacità di gestire un mondo che non può più essere ordinato con semplicità, di cui siamo costretti ad accettare le nuove regole senza capirle mai completamente. E nell’angoscia della trappola attendiamo che arrivi un eroe a riordinare il caos, anche solo per un po’. Nel frattempo prendiamo la metrò per poter credere di aver la possibilità di muoverci.

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