Ecofemminismo vs Chthulucene

9'

Di come Chthulucene di Donna Haraway, dialoga con la corrente di pensiero dell’ecofemminismo e sulla necessità di problematizzare la figura della Madre.

Giulia Sopegno

“Trasformando Cthulhu in chthulu grazie a una piccola modifica nella dicitura tassonomica, con il così rinominato ragno Pimoa Chthulu propongo un altrove e un altroquando che è stato, è ancora e potrebbe essere in futuro: lo Chthulucene.”

Donnay Haraway, Chthulucene

Ambienti infetti

Come sopravvivere su un pianeta infetto: quando Chuthulucene di Donna Haraway è stato tradotto in italiano con questo sottotitolo nel settembre 2019, probabilmente nessuno immaginava quanto sarebbe diventato urgente pochi mesi dopo. No, non si tratta di una sorta di manuale per fronteggiare l’apocalisse anzi, se possibile, complica ulteriormente le prospettive. Tuttavia, proprio questa agitazione, questa confusione e questo intorbidimento sono la chiave per impedire le estinzioni e per una vita sostenibile.
La scrittura amnioscopica1 di Haraway riesce a penetrare i suoli e i fondali marini, aprendo uno scorcio osservabile di brulicante vita ctonia2. L’immaginario speculativo dell’autrice, con l’intento di levare un grido di emergenza rispetto alla crisi climatica planetaria, si serve di un lessico in cui humus e compost hanno aria di archè. Un principio problematico e mescidato, perlopiù oscuro appunto, sotterraneo e non-umano. Che l’antropocentrismo sia una Weltanschauung che appartiene ormai ad una generazione novecentesca è evidente, eppure quanta retorica umanista inquina ancora terribilmente i discorsi sulla crisi climatica?
L’abbiamo visto con la difficile vicenda Coronavirus, dove la narrazione dai toni bellici ha creato due fronti netti: uomo vs. natura. Il virus è un mostro cinico, un killer che contagia e uccide senza troppe discriminazioni, l’ostacolo alle nostre relazioni sociali e alle nostre ostinate e malsane abitudini. Non è all’interno di questa rappresentazione conflittuale che troveremo il modo di salvarci su un pianeta danneggiato. Virus, batteri, funghi e tutte le altre creature del mondo invisibile sono in realtà in costante simbiosi con l’ambiente che abitano, con gli altri animali e con gli animali umani. Questa è l’essenza del compost: l’esatto opposto dell’individualismo. Si ricordi che l’etimo della parola individuo deriva dal verbo latino “divido” con il prefisso privativo “in”, ovvero ciò che è intero, indivisibile (un calco del greco atomos). Dentro il compost, di cui Chthulu è il simbolo tentacolare, tutto si divide e si moltiplica in maniera imprevista e dovremmo iniziare ad accettare di farne parte. 

ecofemminismo chthulucene

Madre Terra?

Haraway è stata una delle figure di riferimento del femminismo della seconda ondata, madre intellettuale della metafora del cyborg. Agli antipodi, potremmo dire, per quanto all’interno dello stesso fronte femminista, negli anni ‘70 è fiorente anche il cosiddetto movimento ecofemminista. Nel 1980, Carolyn Merchant (The Death of Nature) scriveva che “donne e natura sono unite da un’associazione millenaria” ed è importante che questo passaggio sia avvenuto all’interno delle lotte contro l’oppressione di genere. Le istanze dell’ecofemminismo sono state preziose giacché hanno permesso di mettere in luce l’alleanza esistente tra ciò che oggi possiamo nominare come capitalismo e patriarcato, ovvero l’inscindibilità tra antropocentrismo e androcentrismo. A partire da testi manifesto come Women and Nature: The Roaring Inside Her di Susan Griffin (1978) prende vita una narrazione che affianca lotta femminista e movimento ambientalista: il maschio che opprime la donna applica lo stesso atteggiamento di usurpazione nei confronti della Terra e delle sue risorse. Donne e Terra fanno insomma parte di un continuum, il femminino è ciò che meglio rappresenta una natura generosa e nutrice di tutti gli esseri viventi, appunto, una Madre. Le donne, detentrici del potere biologico e riproduttivo della vita, sono le sue sacerdotesse, perlomeno nella corrente più spiritualista del pensiero eco-fem. Sul fronte della lotta, dunque, nessuno meglio delle donne può rivendicare giustizia, pace ed equità, sia da parte degli uomini, sia da parte dello sfruttamento economico: sono infatti le donne ad essere storicamente dedite alle pratiche di cura, di guarigione, di comunicazione non violenta; chiuse in casa dall’avvento del capitalismo, spettava loro nutrire e allevare la prole mentre tenevano acceso il focolare, intessendo vestiti e cucinando il cibo. L’ecofemminismo loda e replica pratiche di sussistenza e solidarietà basate su questo presupposto: dove l’uomo (e il capitale) oppressore saccheggia, la donna, partecipe dei misteriosi ed eterni cicli della Natura, ricuce e ripara ai danni.
Buona parte della letteratura e della filosofia sottese al pensiero eco-fem si è spesa nella ricerca di modelli socio-economici alternativi al dominio patriarco-capitalista, lasciandoci un’eredità di contributi interessanti in campo economico e archeologico (gli scritti di Momolina Marconi, Il linguaggio della Dea di Marija Gimbutas). Esistono altre possibilità rispetto al sistema in cui viviamo e sono state identificate a livello esemplare nelle comunità prevalentemente matrifocali, basate su inclusività, solidarietà e cura dei bisogni dell’Altro.
L’ecofemminismo ha però un’efficacia limitata perchè inciampa e precipita nel baratro dell’essenzialismo: l’essenza femminile porta acqua allo stesso mulino che classifica violenza e machismo come attributi connaturati del maschile. Pertanto, parlare di Madre Terra risulterebbe problematico almeno quanto parlare di Patria (dall’etimo pater). Purtroppo, il legame apparentemente intrinseco tra donne e Natura sembra essere una trappola troppo comoda per continuare ad alienare la soggettività delle donne. Dalla parte opposta troviamo la Religione. Precipitiamo, appunto, nella becera palude del dualismo puttana/santa: le donne sono irrazionali, in balia dei loro cicli corporei, ferine e selvagge, seduttrici basse come le bestie oppure vergini illibate, timorate di Dio, pronte ad offrirsi docilmente al marito/padre/padrone che garantirà loro protezione. Entrambi gli estremi sono, ancora una volta, prescrittivi ed impediscono alle donne di autodeterminarsi da sé.
Haraway utilizzava il significante del cyborg per un superamento dei dualismi, sempre sbilanciati verso uno dei due poli, maschio/femmina in primis, naturale/artificiale subito dopo. Vi è una sorta di frattura ontologica che spezza la coerenza di un discorso ambientalista iniziato dalle ecofemministe e continuato oggi dal pensiero di Haraway. Sicuramente lo Chthulucene apre ad una soluzione che restituisca anche il giusto riconoscimento alle intuizioni ecofemministe.

ecofemminismo chthulucene

Parentele

Nel 2020 esce una serie tv sci-fi firmata Ridley Scott e intitolata Raised by Wolves. La molla di tutta la trama è una terribile guerra tra atei e adepti del culto Mitraico che riduce il pianeta Terra in condizioni di invivibilità. I Mitraici costruiscono così un’arca per migrare su un’altro pianeta e fondare una colonia umana da cui ricominciare. Per le stesse finalità, seppur di fazione opposta, un ateo invia sullo stesso pianeta un androide e una dozzina di embrioni umani congelati. Questo è l’incredibile incipit di un prodotto narrativo consigliatissimo e che è anche uno strumento molto utile all’interno del nostro discorso.
L’androide protagonista (non a caso chiamato Madre, Amanda Collin) ha la missione di portare a termine la gestazione dei feti e di allevarli una volta cresciuti. In questo compito è assistita da Padre (Abubakar Salim), l’androide che la accompagna. Madre, grazie alla sua raffinatezza tecnologica, può nutrire i feti per il periodo di una gravidanza extra utero (non è infatti provvista di utero, bensì di sei cordoni ombelicali rimovibili), dopodichè dovrà prendersi cura, insieme a Padre, dei primi sei figli, proprio come un genitore umano. Ben presto Madre si accorgerà di essere un modello di androide molto più avanzato di Padre, dotata di armi difensive potentissime e di un’IA profonda e complessa. Perché il suo creatore abbia fatto questa scelta, lo ignorano entrambi.
La serie attiva sin da subito una notevole simbologia rispetto alla figura di Madre. Instancabile, precisa, in grado di proteggere la sua prole da qualunque cosa, immune al dolore fisico, pedagogista colta ed esperta: una madre modello. Peccato che, paradossalmente, non si tratti di una madre naturale, né tantomeno (a dispetto del nome) di un essere sessuato.
In poco tempo la piccola colonia creata dai due androidi diventa una famiglia o, faremmo meglio a dire, una xenofamiglia come teorizzata da Helen Hester (Xenofemminismo, 2020), ovvero un luogo che ospiti l’alterità e sintetizzi le differenze.
Il dibattuto slogan ideato da Haraway in Chthulucene e che recita “Make kin, not babies!” (“create parentele, non bambini!”), vorrebbe essere un consiglio spassionato per chi come noi, come Madre, Padre e i loro feti, deve sopravvivere su pianeti infetti, in ambienti ostili o danneggiati. Kin è un termine difficilmente rendibile in italiano e si può tradurre con parentela, traduzione comunque parziale, poiché la kinship comprende anche legami tra soggetti non imparentati biologicamente (attraverso il sangue) e significa “fare parte di una sostanza comune” intesa anche come intimità, condivisione di valori, vicinanza fisica. L’invito a “non fare bambini”, per quanto problematico (e terribilmente Occidentale), risulta comprensibile se si vuole davvero immaginare un futuro sostenibile per tutte le specie sulla Terra: le risorse sono in esaurimento e, se vogliamo che tutti abbiano una possibilità, dobbiamo per forza contarci. 
Il virtuoso esperimento di kinship che vediamo in Raised by Wolves è presente anche in un altro filone narrativo della serie, dove una coppia di atei si sostituisce a due passeggeri dell’arca, assumendone le sembianze dopo averli eliminati. I due infiltrati si ritroveranno non solo a recitare il ruolo dei ferventi credenti, ma anche quella dei genitori, adottando l’ignaro figlio della coppia uccisa. Durante i 13 anni che l’arca impiegherà a raggiungere la sua destinazione, i tre scopriranno di essere una vera famiglia: per esempio, la donna, in realtà sterile, sarà una madre appassionata, efficace personaggio speculare a Madre. Tutta l’architettura di questa parentela basata sulla menzogna, altro non è che il frutto di una contaminazione esterna (xeno) da parte di due atei con la faccia modificata chirurgicamente. In questo scorcio fantascientifico vediamo delle queer family comporsi di androidi, umani, umani mutanti, creature aliene e dèi per sopravvivere alla desolazione dell’iperspazio.
Per chi conosce l’opera del magnifico Hayao Miyazaki (artista caro ad Haraway), un’insospettabile queer family è la protagonista del Castello errante di Howl. Un effeminato stregone mutaforma, una giovane sotto le mentite spoglie di una vecchia signora, un bambino senza genitori, un tecno-demone, un’anziana disabile, uno spaventapasseri animato e un cane. La compagine condivide la casa, l’intimità, la cura, i dolori e l’amore. Sottoponendola alla lente di Haraway, anche qui al centro sono i legami di solidarietà e cura totalmente alieni e imprevisti. “I mutamenti di anima in questo mondo sono continui” sentiamo in una battuta del film. Ed è una frase che va presa alla lettera, in quanto i personaggi della storia, in maniera del tutto imprevista e involontaria, passano da buoni a cattivi e viceversa, in balia di forze magiche e scherzi della sorte. 
Accogliere la possibilità di generare parentele, sempre seguendo Hester, richiede di spezzare una radicata tendenza a considerare la riproduzione sempre come “ripetizione dell’identico”. Mentre “tra un’interazione e la successiva dovrebbe aprirsi uno spazio in cui l’alieno è ammesso”. A cappello di questa teoria, consideriamo finalmente il “parto mostruoso” che Madre dovrà portare a termine nella serie di Scott: l’androide rimarrà inspiegabilmente incinta, facendosi cyborg e dando alla luce una creatura non umana, ma aliena. Appartenere alla comunità del compost significa accettarne l’imprevedibilità, significa accettare di partecipare alla nascita e alla morte delle creature entro un ruolo parziale. Oggi le pratiche riproduttive sono molto più razionali di quanto lasci intravedere la poetica del “miracolo della Natura”, mentre l’atto creativo autentico rimane sì misterioso, ma soprattutto contaminato, ibrido e simbiotico. 

ecofemminismo chthulucene

Teoria della decrescita

Donna Haraway, in un certo senso, è annoverabile tra le ecofemministe contemporanee nella misura in cui specula su un futuro dove il numero degli esseri umani sul pianeta sarà drasticamente ridotto. Potrebbe apparire paradossale ma, se guardiamo bene, una riduzione etica di forza produttiva/forza consumo va di pari passo con una decrescita demografica. La teoria economica della decrescita (di cui S. Latouche è principale esponente), con annessa economia del dono, è un’illuminata proposta di soluzione all’attuale distruttiva società iperconsumista. Gli studi ecofemministi in merito (Per-donare. Una critica femminista dello scambio, G. Vaughan) affermano una sostanziale analogia tra il meccanismo del dono disinteressato e il rapporto madre-prole. Come la madre naturale dona la vita e il nutrimento ai suoi figli, senza aspettarsi nulla in cambio, così una società matrifocale potrebbe basarsi su un’economia di decrescita sostenibile improntata al riuso, al recupero e al soddisfacimento dei bisogni immateriali. Ragionare in questi termini diventerà sempre più fondamentale, ma non possiamo pensare di sopravvivere alla ferocia dell’Antropocene e del Capitalocene fondando la soluzione su uno schema essenzialista e binario. Come crudamente espresso anche da Elisa Cuter (Ripartire dal desiderio, 2020), la polarizzazione che avviene ancora oggi intorno alla figura della Madre, la fa coincidere con le idee di Giusto e di Bene. Tuttavia, alla stregua del Padre/Padrone, questa figura è un dispositivo di biopotere: quello maschile è tipicamente un potere autoritario, trasgredibile attraverso la ribellione; dall’altra parte, il femminile incarna la Morale, più difficilmente trasgredibile e all’origine di un senso di colpa interiorizzato soprattutto dalle donne. L’impegno della cura, non offrendo nessuna retribuzione né gratificazione entro il nostro sistema economico (“ai figli tutto è dovuto”, “se fai figli non puoi fare carriera”), investe le madri di un orgoglio morale che è l’unica ragione per resistere alle immani fatiche che vengono loro richieste. 
Pertanto, una sana decrescita demografica, per esempio, non può rischiare di basarsi sul concetto di maternità biologica (leggasi lavoro riproduttivo non salariato), o peggio, di sterilità. Le politiche di controllo delle nascite comportano enormi problemi entro un sistema classista e razzista come il nostro. Insomma, la soluzione “meno e meglio” non basta, piuttosto “meno in un modo e più in un altro”. Non è l’obiettivo della salvaguardia della vita a venire meno, ma a mutare sono le modalità attraverso cui la vita prolifera. Le pratiche eco-fem di solidarietà e cura sono sicuramente le stesse “figure di filo” che Haraway racconta nel suo libro: come il ragno Pimoa Chthulu tesse la sua tela dentro il tronco delle sequoie californiane, esseri umani e non umani possono scoprirsi capaci di intessere relazioni, di divenire, di vivere e morire bene insieme.
La categoria di Madre si espande fluidamente e perde il suo status di genere laddove la filiazione è creativa, immaginifica e sostenibile. E’ fondamentale collettivizzare le pratiche e il sentimento della cura, estendendola anche a quelle categorie che, fino ad ora, hanno posseduto delle attenuanti per eluderla (ça va sans dire, gli uomini).
Una nota di attenzione va infatti spesa per evidenziare come spesso, una certa propaganda politica venda lo slogan del “fate bambini!” come un’ingiunzione alla tutela del sangue, dell’identità di un popolo. La ricorrenza dell’8 maggio (Festa della Madre e del Fanciullo) sorgeva dall’impasto reazionario del Ventennio fascista e le madri più prolifiche venivano innalzate a paladine della patria e della difesa della razza. Queste politiche, oggi considerate giustamente degeneri, non sono mai state alleate delle donne, anzi, hanno spinto sull’interiorizzazione della maternità come destino. 
Si può immaginare una risignificazione radicale dei rapporti di parentela e una proliferazione infinita di generi che superi l’attuale dualismo uomo/donna. Haraway non parla esplicitamente di abolizionismo del genere, ma è possibile rintracciarlo come implicazione e conseguenza del suo pensiero. 

Note

1. Dal gr. amníon (involucro embrionale) + scopéo (guardare, osservare)

2. Dal gr. khthón (regioni sotterranee)

In copertina: un’illustrazione di @eddie_leg

Questo articolo fa parte dell’objects: #1Queer

Hai letto: Ecofemminismo vs Chthulucene