Tre graphic novel per capire i gender studies

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Alcune graphic novel italiane hanno acquisito grande rilevanza letteraria grazie alla capacità di raccontare il genere con intimità e linguaggi nuovi.

Crista Neculai

Era il 1975 quando la parola gender compariva per la prima volta, distinguendo il genere dal sesso, in un saggio dell’antropologa Gayle Rubin1. In questi cinquant’anni, la teoria sul genere si è ramificata tra le diverse e complesse posizioni femministe e i movimenti LGBTQIA+. Judith Butler aveva già portato alla luce come la questione identitaria trascendesse l’appartenenza ad una comunità o a un movimento. Più ampiamente, si tratta di vivere e agire al di fuori di una logica binaria che, ormai lo sappiamo, non rende giustizia alla complessità dei corpi e dei desideri. 

Dove si colloca in questo dibattito la realtà italiana? 

In Italia stiamo ancora scontando un ritardo rispetto alle teorie e alle prassi attente alla questione. Il divario è troppo grande, e lo sperimentiamo ogni giorno nei curricola scolastici, nelle Università, negli enti pubblici, nel giornalismo e nei programmi televisivi. Dall’altro lato, quando la Transizione non è discriminata, viene feticizzata o ridotta a questione estetica e data in pasto al consumismo.

Ma quale ruolo ha la narrazione nelle teorie di genere? L’uscita dal binarismo di genere e dalle categorie mentali consolidate dalla logica performativa comporta necessariamente il problema dell’autorappresentazione. Citando Butler, “spostarsi al di là dell’ambito della dicibilità significa mettere a rischio il proprio status di soggetti2 (corsivo nel testo, n.d.r.). Il rifiuto di un cambiamento di valori non riguarda però solo la paura del diverso, l’incontro con l’alterità, ma la compromissione di tutto un sistema. La pericolosità di situarsi al di là delle categorie comunemente accettate sta nel rivelare, secondo bell hooks, che “i ruoli sessisti sono caldeggiati, in quanto tradizioni che assicurano stabilità”, e “che la cultura del dominio promuove necessariamente la dipendenza dalla menzogna e dalla negazione”3. Il conflitto, l’errore, il noise, viene allontanato e marginalizzato, mentre la menzogna diventa condizione necessaria per godere del privilegio dell’appartenenza e dell’accettazione.

Ecco allora che contrastare questa patina di apparente stabilità significa uscire allo scoperto e raccontare ciò che non ha nome. E il graphic novel, genere ibrido, complesso e non ben definito, sembra il medium più adatto per queste micronarrazioni che ancora non hanno nome. Collocate nelle aree di confine che più sfuggono, esse ci permettono (finalmente) di vederci rappresentatə. Un barlume di speranza: tre diversissimə autorə che nel 2020, attraverso il racconto più o meno diretto delle loro esperienze, raccontano questo divario e ci restituiscono una visione più ampia

Delicatezza e malinconia

In Solleone di Noah Schiatti (asterisco edizioni, 2020), breve storia dalle tinte pastello, seguiamo l’estate di Andante, unə bambinə di nove anni in vacanza dalla nonna. Durante le sue esplorazioni scopre un buco nella recinzione e incontra quelle che saranno le sue compagne di giochi. Ma come presentarsi a loro? “Andante. Mi chiamo così”, un participio impersonale, che significa semplicemente “in movimento”. È l’inizio di un’amicizia che procede attraverso avventure, curiosità, incertezze, paure. La delicatezza dei toni si accompagna a dialoghi schietti e realistici, adatti all’età effettiva deə protagonistə. L’atmosfera è intrisa di quel silenzio significativo che accompagna l’osservazione e la scoperta, il confronto dei corpi, che richiama a tratti Tom Boy (2011) di Céline Sciamma. Il cambiamento è tuttavia trattato in forma più astratta e indefinita: un perenne divenire, che passa prima ancora di poter essere compreso e spiegato.  Ritroviamo tutta la malinconia dei ricordi d’infanzia, nel constatare come fosse tutto più semplice, ma anche profondo e autentico. Solleone è la storia di chiunque ricerchi il proprio passaggio segreto attraverso la recinzione.

Sirene punk e gender euphoria 

Sbirciamo ora nel taccuino segreto di un’illustratore e tatuatore romano, espatriato in Francia. Questo è suo il secondo graphic novel, che si colloca in continuità ma anche in antitesi al precedente Born to lose (coconicopress, 2017). Play with fire di Nicoz Balboa (Oblomov, 2020) si apre con due epigrafi. Un verso dei Rolling Stones, da cui il libro prende il titolo, e una citazione del filosofo della Transizione Paul B. Preciado: “[…] è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione”. Di certo vediamo molta fragilità e onestà in queste pagine. Paure e insicurezze, lontano dall’essere dipinte con toni cupi, si specchiano in se stesse, e il risultato è un’esplosione di colori, sketch e acquerelli. L’autore si racconta nel passare degli anni, attraverso disavventure tragicomiche, paranoie, relazioni più meno deludenti. E poi le domande inquiete, l’autocoscienza, i dolci dialoghi con la figlia. Denso e pieno di stimoli, Play with fire è una sorpresa a ogni pagina, un perfetto esempio del potere terapeutico dell’arte e della scrittura di sé. Il gender è qui interrogato in un’ottica di desiderio, piacere e benessere, dei quali si rivendica apertamente il diritto. Un inseguimento di sensazioni euforiche, alla ricerca di sé: gender euphoria, in opposizione a gender dysphoria, significa riconoscersi nel proprio fisico, in un’identità, e gioirne. 

La metamorfosi 

Per moltə di noi Fumettibrutti, non ha bisogno di presentazioni. Rivoluzionaria nello stile fumettistico e nella narrazione del mondo transgender, Yole Josephine Signorelli è un punto di riferimento per le nuove generazioni. Anestesia (Feltrinelli, 2020) è il libro finale della trilogia autobiografica che racconta diversi momenti della Transizione. Punto decisivo e cruciale, l’anestesia è la perdita di coscienza necessaria per il passaggio, l’ultima operazione chirurgica. Lungo la trilogia vediamo il graduale spostamento da P. a Yole, da un’adolescenza che faticava a uscire allo scoperto e a esprimersi, a una maggiore padronanza della propria potenza espressiva. E seguiamo la crescita stilistica di Fumettibrutti, che fa sorprendentemente ricorso a una simbologia non presente nei lavori precedenti. Anche se l’autrice non si definisce un’attivista, attraverso il suo racconto decisamente militante vediamo denunciati tutti gli impliciti transfobici delle trafile mediche e giudiziarie. Ma anche la misoginia sistemica di una società ancora non in pace con la corporeità, in particolare quella femminile, e con la sua rappresentazione.

Note

1. Gayle Rubin, The Traffic in Women: Notes on the “Political Economy” of Sex, in R. R. Reiter, Toward an Anthropology of women, Monthly Review Press, New York and London, 1975

2. Judith Butler, Parole che provocano. Per una politica del performativo, Raffaello Cortina, Milano, 2010

3. bell hooks, Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà, Meltemi, 2020

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