Cosa scrisse Moravia sulla Cina

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Un testimone d’eccezione della Cina fu lo scrittore Alberto Moravia, qui utilizzato per ampliare il racconto storico della rivoluzione culturale di Mao.

Daniele Mussa

“I cinesi si credono e probabilmente sono autosufficienti. Mai un cinese mostrerà curiosità per le cose straniere; mai si informerà, chiederà, si interesserà. La Cina è un astro che gira per conto suo nel firmamento della cultura; uscirne, allungare gli sguardi fino all’Europa è come fare un viaggio interplanetario, tentare l’esplorazione di Marte, della Luna, di Venere.”

Alberto Moravia, La Rivoluzione culturale in Cina

La Cina è un paese affascinante ed estremamente criptico per coloro che cercano di osservarlo e analizzarlo. La storia dell’Impero Celeste (天国) è plurimillenaria, da sempre caratterizzata dalla relativa chiusura di esso rispetto a influenze politiche, militari, economiche e culturali provenienti dal mondo dei barbari. Basti pensare a monumenti storici come la Grande Muraglia (长城)1 che stanno a simboleggiare questa barriera tra ciò che è cinese e ciò che non lo è. 

Fu solamente con i viaggi dell’esploratore veneziano Marco Polo (1254-1324) e del missionario gesuita Matteo Ricci (1552-1610) che l’Europa iniziò a scoprire in maniera ufficiale l’evoluto Impero cinese e a intrattenere i primi scambi culturali e commerciali sebbene, a quel tempo, la Cina avesse ben poco da apprendere da Occidente in termini di innovazioni tecnologiche e scienza.

Fu a partire dal Grande Gioco delle potenze occidentali (in primis l’Inghilterra) contro l’Impero Zarista che la Cina dell’800 divenne oggetto di conquista e di tensioni diplomatiche tra i paesi che si sfidarono per il controllo Imperialista dell’intero globo.

A quel tempo la Cina era divenuto un impero decadente, caratterizzato dal consumo di droghe, si pensi alle Guerre dell’Oppio tra il 1839-1842, e il 1856-1860  che rappresentano una delle prime forme di guerra ibrida, ma anche da profonde crisi economiche e sociali oltre che a una grave crisi di natura identitaria e spirituale. 

Uno stato ricco ha inevitabilmente cittadini che vivono nell’ozio: questo era il caso della Cina imperiale i cui sudditi del mondo urbano, non certo la maggioranza della popolazione composta da contadini, divennero deboli per via dell’oppio indiano, abbondantemente importato dalla Compagnia delle Indie orientali e da personaggi come David Sassoon (1792-1864). 

La debolezza mentale e l’effettiva inferiorità bellica della Cina rispetto ai conquistatori imperialisti si concluse con la firma del Trattato di Nanchino (1842), primo dei cosiddetti Trattati ineguali, che sancì l’apertura forzata della Cina alle ingerenze commerciali e politiche provenienti da Occidente. L’Impero Celeste non fu più centro del mondo: la rivoluzione industriale, militare e della produzione originatasi a Londra negli anni della Rivoluzione francese avevano totalmente rivoluzionato i tradizionali equilibri di potere. 

Era iniziato per la Cina il Secolo delle umiliazioni

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“Cina: la torta per Re…e Imperatori!”
Così un vignettista francese rappresentava nel 1898 la lotta imperialista per la spartizione dell’Impero Celeste: Inghilterra, Germania, Russia, Francia e Giappone discutono animosamente con alle spalle un funzionario cinese che, inascoltato, urla e si sbraccia. 

Dalla Porta Aperta al trionfo del Comunismo

“In Cina anche il contadino più semplice e più sprovvisto di istruzione sembra nascere fornito di una seconda natura di specie culturale. La cultura, in altri termini, è così antica in Cina da essere diventata una seconda natura. Anche nei momenti di massima violenza privata o pubblica i cinesi stentano a trovare la violenza primitiva della natura originaria sotto la seconda natura che hanno acquisito attraverso la cultura.”

Alberto Moravia, La Rivoluzione culturale in Cina

Non è questa la sede più adeguata per descrivere nel dettaglio le lunghe e travagliate vicende della Cina del Novecento: mi limiterò a dire che a partire dall’apertura forzata dell’Impero celeste quest’ultimo iniziò a interrogarsi sul proprio ruolo, cercando di attingere alle conoscenze occidentali per permettere di modernizzare il paese sul piano industriale e giuridico inviando emissari a studiare l’organizzazione sociale e burocratica e i codici scritti Europei.

Ben presto la Cina venne travolta dagli eventi della Grande Guerra (1914-1917) e della Seconda guerra mondiale (1939-1945) e dalla dialettica tra capitalismo, ordinamento nazional-fascista e comunismo. Dopo una breve parentesi di conciliazione tra il Regime nazionalista del Kuomintang (中国国民党) di Chiang Kai-Shek (蔣介石, 1887-1975) e il Partito Comunista Cinese (中国共产党) nel quadro della lotta all’invasione del Giappone imperiale scoppiò la Guerra Civile che vide trionfare, nel 1949, i comunisti guidati da Mao Zedong (毛泽东,1893-1976) e la cacciata dei nazionalisti sull’isola di Formosa (台湾, Taiwan), destinata a diventare la Repubblica di Cina (中华民国), paese capitalista e, insieme a Tokyo, bastione degli Stati Uniti nello scacchiere geopolitico dell’Asia Orientale.

La conquista della Cina e la sua “trasformazione” in Repubblica Popolare Cinese (中华人民共和国, RPC, 1 ottobre 1949) non avvenne, naturalmente, nel giro di una notte: i radicali cambiamenti della sfera dell’economia e dell’amministrazione burocratica avvennero infatti in modo graduale, applicando meccanismi trial and error nelle zone rurali che furono sotto l’influenza del Partito Comunista Cinese nel periodo della Guerra Civile.

La ricostruzione del paese avvenne nel quadro della Guerra Fredda con la partecipazione di Pechino alla Guerra di Corea (1950-1953) e alla collaborazione con la sua “sorella maggiore”, l’Unione Sovietica di Josif Stalin (1878-1953): con l’invio di oltre 700.000 soldati nella penisola coreana la RPC intraprendeva la propria scelta di campo contro l’emisfero capitalista capitanato da Washington D.C.

La guerra di Corea, insieme al tentativo di riconquistare Taiwan, aveva pesantemente indebitato la Cina e la crescente polarizzazione nella politica domestica aveva avviato una serie di campagne interne rivolte contro i nemici della rivoluzione. La campagna anti-controrivoluzionari, la campagna contro la corruzione, la campagna contro gli sprechi e per lo spirito burocratico avevano la funzione di rafforzare il potere egemonico del PCC e, nel contempo, di eliminare gli oppositori al regime e quanti ancora tentavano di far prosperare l’impresa privata all’interno del paese. Il primo Piano Quinquennale (1953-1957) inserì definitivamente la Cina tra i paesi sovietici e solo nel 1954 la ricostruzione poteva dirsi finalmente completata.

“Bisogna badare che tutti i quadri e tutto il popolo tengano sempre presente che il nostro è un grande paese socialista, ma al tempo stesso povero e economicamente arretrato; questa è una grande contraddizione. Per fare della Cina un paese ricco e forte occorreranno diversi decenni di intensi sforzi, tra cui quello di mettere in pratica un regime di stretta economia e di lotta contro lo sperpero, cioè di costruire il nostro paese con diligenza ed economia”

Mao Zedong, Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo (27 febbraio 1957), Libretto Rosso

L’utopia del Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale

“Da dove provengono le idee giuste? Cadono dal cielo? No. Sono innate? No. Esse provengono dalla pratica sociale e solo da questa. Provengono da tre tipi di pratica sociale: la lotta per la produzione, la lotta di classe e la sperimentazione scientifica”

Mao Zedong, Da dove provengono le idee giuste? (Maggio 1963), Libretto Rosso

Con la morte di Stalin e l’avvento di Nikita Krushev (1894-1971) alla guida dell’Unione Sovietica i rapporti tra le due potenze comuniste si fecero sempre più tesi per ragioni di natura ideologica e geopolitiche: l’aspra critica mossa dalla nuova dirigenza sovietica nei confronti del potere personale esercitato da Stalin spinse Mao e il comitato centrale verso un maggior coinvolgimento della società civile nel processo di edificazione socialista.

Il coinvolgimento degli intellettuali nel processo politico assunse il nome di Campagna dei Cento Fiori (百花运动, 1957)2 e si concluse con la rettificazione dei dissidenti e l’epurazione di quegli studiosi che presentarono istanze  critiche ostili all’operato del Partito Comunista: Mao non si aspettava infatti di ricevere così tanta opposizione al punto di far traballare i presupposti che legittimavano il potere del Partito in Cina.

Dopo quest’opera di epurazione, che prese il nome di Campagna anti-destra (反右运动, 1957-1959) e che costrinse alla prigionia migliaia di dissidenti politici, ebbe inizio con il Piano Quinquennale (1958-1962) l’allontanamento definitivo dal modello sovietico, sancito dal Grande Balzo in Avanti (大跃进, 1958-1961) nato con l’obiettivo di velocizzare lo sviluppo industriale della Cina per arrivare a rivaleggiare con Inghilterra e Unione Sovietica.

Mao spinse per la mobilitazione contemporanea dello sviluppo di industria e agricoltura attraverso le comuni (il richiamo alla celebre Comune di Parigi del 1848 è evidente) che, accompagnato a meccanismi sociali di negazione della realtà e opportunismo politico dei quadri dirigenti lungo tutta la catena di comando del Partito Comunista trasformò il più imponente programma di riforme della storia in una delle più grandi tragedie del secolo scorso: la cecità ideologica e l’opportunismo provocarono la grande carestia del 1960 che causò dai 14 ai 43 milioni di morti, aggravata ulteriormente dall’isolamento del paese e dalla folle idea di vendere derrate alimentari a basso prezzo all’URSS per il semplice scopo propagandistico di mostrare l’efficienza della programmazione agricola cinese.

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“Le verdure sono verdi, i cetrioli crescono, la resa è abbondante!”
Questo poster propagandistico del 1959 fu ristampato nel 1963 nonostante la carestia e il pessimo raccolto di quell’annata. 

Il fallimento del Grande Balzo minò la credibilità del Partito Comunista, precondizione degli eventi raccontati nella lettura di riferimento, e aprì a una prima de-collettivizzazione delle campagne e l’abbandono della carica di Presidente della Repubblica da parte di Mao (che rimase comunque il Presidente del PCC) a favore di Liu Shaoqi (刘少奇, 1898-1969) e del Segretario generale Deng Xiaoping (邓小平, 1904-1997), favorevoli a una ricostruzione economica attraverso l’implementazione di politiche assai meno radicali e imperniate sull’agricoltura, con il timido ritorno delle piccole imprese a gestione familiare.

Alberto Moravia e Dacia Maraini si inseriscono nelle vicende cinesi nel 1967, a un anno dall’avvio della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (无产阶级文化大革命), un’esperienza totalmente nuova per i due corrispondenti del Corriere della Sera attraverso un reportage che ha ben poco di turistico e che si compone di innumerevoli capitoli che coprono a 360 gradi le vicende della Cina del periodo grazie a interviste, fotografie e visite nei luoghi chiave del Paese di mezzo.

Il Libretto Rosso e l’assalto al quartier generale

“Che c’è scritto nei giornali murali? Ci siamo informati, a quanto sembra i giornali murali contengono cose semplici o per lo meno molto semplificate: slogan, denunce, accuse, sentenze, definizioni, incitamenti, abbasso ed evviva. Cioè tutte cose che vanno direttamente al sentimento, che non chiedono di essere interpretate e analizzate dalla mente”

Alberto Moravia, La Rivoluzione culturale in Cina

Le corrispondenze di Moravia in Estremo Oriente vennero raccolte e pubblicate nel 1968 con il libro La Rivoluzione Culturale in Cina ovvero il convitato di pietra, il racconto sotto forma di episodi, alcuni tragici alcuni comici, ma tutti tremendamente umani del viaggio di Moravia e Maraini nella Cina in trasformazione. Comprendere a fondo le origini e le conseguenze dei dieci anni di catastrofe, come così oggi molti cinesi definiscono l’esperienza di quegli anni, è assai difficile e lo shock culturale ed emotivo subito dai due autori immersi appieno nelle grottesche e tragiche atmosfere del “ritorno del Grande Timoniere” è una delle migliori esperienze che si possono fare per poter assaggiare come si poteva vivere nella Cina del periodo.

Di base la storia ricorda i dieci anni della Rivoluzione Culturale come il tentativo di Mao Zedong di riacquisire il primato nel Partito Comunista e il potere politico attraverso l’utilizzo di slogan e non tramite l’esercizio del potere militare, bensì attraverso il fomentare ideologicamente le nuove generazioni di cinesi attraverso strumenti come il Libretto Rosso, ovvero le Citazioni dalle opere del Presidente Mao Zedong (毛主席语录) simbolo per eccellenza della Rivoluzione stampato in abbondanza dall’Esercito Popolare di Liberazione (ancora oggi considerato il bastione ultimo a difesa della rivoluzione) e distribuito a studenti e operai.

“Abbiamo di fronte due tipi di contraddizioni sociali: quelle tra il nemico e noi e quelle in seno al popolo. Sono due tipi di contraddizione di carattere completamente diverso. Per comprendere esattamente questi due tipi di contraddizioni è innanzitutto necessario precisare cosa si intende per ‘popolo’ e cosa per ‘nemico’. Nella fase attuale, periodo dell’edificazione socialista, tutte le classi, tutti gli strati sociali e gruppi sociali che approvano e sostengono questa edificazione, e vi prendono parte, formano il popolo, mentre tutte le forze sociali e tutti i gruppi sociali che si oppongono alla rivoluzione socialista, che sono ostili all’edificazione socialista o la sabotano, sono i nemici del popolo.”

Mao Zedong, Sulla giusta soluzione alle contraddizioni in seno al popolo (1967), Libretto Rosso

L’obiettivo di Mao era la riconquista del potere: siamo al tramonto della vita del Grande Timoniere e quest’ultimo aveva ancora diverse cartucce da sparare: pieno di risentimento per la sua progressiva marginalizzazione e convinto della borghesizzazione di classe dirigente e società civile egli spinse per una purificazione della Cina che doveva passare non per gli organi burocratici, responsabili secondo Mao della tragedia nel Grande Balzo, bensì per il popolo e, in particolar modo, per la gioventù.

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”Critica il vecchio mondo e costruiscine uno nuovo utilizzando il Mao Zedong-pensiero come un’arma!”

Il giovane è grezzo, immaturo, facilmente infiammabile, la miccia perfetta per avviare una radicale riforma della Cina: con lo slogan “Sparare al quartier generale!”  e altri manifesti murali Mao accusava la classe dirigente (che pur aveva diligentemente seguito i suoi ordini) di esser divenuta borghese, avanguardia del capitalismo: la burocrazia andava rimossa, il rapporto tra il popolo e il grande leader non avrebbe dovuto più avere intermediari.

Pertanto occorreva la rimozione dei quadri di partito a ogni livello e, nel contempo, operare per una profonda rivoluzione antropologica del cittadino cinese, poiché, per dirla con Moravia “la lotta di classe oggi, in Cina, è la lotta contro il male. In altri termini la classe non è fuori e intorno all’uomo, ma dentro di lui. Essa è l’eterna tentazione diabolica contro la quale bisogna combattere in eterno”.

Nel suo viaggio in seno alla Cina delle contraddizioni, Moravia ci presenta gli uomini e le donne della rivoluzione, a tutti i livelli: indimenticabile a questo proposito lo scontro tra lo scrittore italiano e lo scrittore cinese a suon di citazioni dal Libretto Rosso, oppure la visita alla Grande Muraglia e alla Città Proibita (紫禁城), la visita nelle fabbriche e l’intervista a lavoratori vecchi e giovani.

Quel che stupisce del racconto di Moravia è lo spaccato della vita di tutti i giorni della Cina del periodo sapientemente raccontato dalla penna dello scrittore romano e immortalato dalla macchina fotografica della Maraini: un reportage intervallato da momenti di grande ironia, attimi di profonda riflessione esistenziale e la ricerca di significati attraverso l’utilizzo della filosofia occidentale e orientale per tentare di spiegare contraddizioni insanabili di uno dei paesi a noi più sconosciuti.

Accanto alla furia iconoclasta la Rivoluzione Culturale fu il crogiolo di innumerevoli correnti artistiche, sempre fedeli al Mao Zedong-pensiero, come testimoniato dall’iconica canzone The Red Sun in the sky (天上太阳红衫衫) (1992).

L’eredità di Mao e le previsioni di Moravia

“Il mondo è vostro, come è nostro, ma in ultima analisi è vostro. Voi giovani, pieni di vigore e vitalità, siete nel fiore della vita, come il sole alle otto o alle nove del mattino. Le nostre speranze sono riposte in voi. (…) Il mondo vi appartiene. Il futuro della Cina vi appartiene”

Mao Zedong, Incontro con cinesi che frequentano corsi di specializzazione a Mosca (1957), Libretto Rosso

Quella della Rivoluzione Culturale fu una parentesi drammatica della storia della Cina contemporanea ma pregna di spunti di riflessione: con la morte di Mao (1976) ebbe inizio la grande transizione di Deng Xiaoping verso il capitalismo nel segno delle Quattro modernizzazioni (四个现代化) in seguito all’apertura offerta dalla distensione con gli Stati Uniti per merito della realpolitik del Segretario di Stato di Richard Nixon (1913-1994), Henry Kissinger.

Le “contraddizioni insanabili” non vennero meno con la morte del Grande Timoniere, anzi, la pesante rieducazione cui furono sottoposte le Guardie Rosse, i ragazzi che misero a soqquadro per anni la Cina, creò una generazione di persone ciniche, spaesate, che dopo anni di duro lavoro nelle campagne si trovarono davanti una metropoli sempre più aperta alle logiche del nemico capitalista: dieci anni prima la Cina era da ripensare epurando l’elemento borghese, dal 1978 il capitalismo era visto come una via utile per risanare profonde lacerazioni all’interno del tessuto sociale del paese e come modo più rapido per estendere il benessere a tutta la popolazione attraverso la creazione di un’economia socialista di mercato, quello che l’ortodossia politica definisce come Socialismo con caratteristiche cinesi (中国特色社会主义) .

Con Deng Xiaoping e i suoi successori la leadership del Partito dovette, inevitabilmente, reinventarsi, dare risposte alla popolazione rispetto alla controversa figura di Mao e le sue campagne politiche ed economiche e la nuova ortodossia economica in antitesi con quanto ritenuto vero in precedenza. Il discorso, naturalmente, è ben più complesso e il processo di apertura al capitalismo richiederebbe fiumi di inchiostro per esser spiegato a dovere, ma non è questa la sede appropriata.

Quello che è bene sottolineare è quella generazione di giovani Guardie Rosse raccontata da Moravia sia oggi la nuova classe dirigente della Repubblica Popolare Cinese, divenuta la seconda potenza economica mondiale e una realtà non più lontana, ma sempre più vicina a noi, nel bene e nel male. La Rivoluzione Culturale cinese ovvero il Convitato di pietra è una lettura appassionante, ricca di spunti e, in taluni casi, profetica per certe tendenze riscontrabili oggigiorno; la riflessione sulla storia antica, sulla filosofia Confuciana e Taoista in rapporto al Marxismo-Leninismo e, successivamente, al Maoismo.

La Cina come contraddizione, la Cina come costruzione e distruzione, la Cina come mito del progressismo socialista e conservatorista insieme, l’inconscia riscoperta dei Classici, renderebbero, secondo Moravia, la traiettoria intrapresa dalla Cina contemporanea un eterno ritorno: la fuga verso il futuro come ritorno al passato, poiché lo stesso Mao affermò in una delle sue citazioni che “la legge dell’unità dei contrari è la legge fondamentale dell’universo”, principio ben più vicino a Lao Tsu (老子) che a Karl Marx (1818-1881).


“L’impassibilità, l’apatia, l’indifferenza, in Cina, si confondono e non sono distinguibili dal controllo che ogni uomo, per antica e ininterrotta tradizione, è tenuto ad esercitare sopra se stesso. Così alla fine tutto rimane incerto, ambiguo, misterioso. Ma penso che probabilmente, la Rivoluzione Culturale invece di combattere frontalmente l’impassibilità, finirà per accettarla e incorporarla nel sistema maoista. Sarà quel tanto di individualismo, del resto innocuo, che qualsiasi società, anche la più totalitaria, alla lunga non può permettere”

Alberto Moravia, La rivoluzione culturale in Cina

Note

1. La Grande Muraglia fu edificata a partire dal 215 a.C. per volontà dell’Imperatore Ying Zheng (嬴政), passato alla storia come Qin Shi Huang (秦始皇), che letteralmente significa Primo Imperatore della dinastia Qin (秦朝, 221-206 a.C.), colui che pose fine all’era degli Stati combattenti e unificò il Regno di Mezzo sotto un unico sovrano.

2. Il nome così poetico deriva da un celebre discorso del Grande timoniere del 1956 nel quale affermava: “Fioriscano cento fiori, rivaleggino cento scuole!”. Nonostante la maggioranza degli intellettuali fosse comunque dalla parte di Mao, furono molte le voci dissidenti tra capitalisti, sostenitori dell’integrità della dottrina marxista-leninista e simpatizzanti di Taiwan.

Fonti

– Alberto Moravia, La rivoluzione culturale in Cina. Ovvero il Convitato di pietra, Bompiani, Milano, 1967
– Mario Sabattini, Paolo Santangelo, Storia della Cina, Laterza, Bari, 2020 (15a edizione) 
– Immagini: cineseposters.net