Realismo Cyberpunk

12'

Adottare il realismo come prospettiva filosofica comporta accettare che le visioni profetiche del cyberpunk siano già davanti ai nostri occhi.

Marco Calabrese

“Il futuro è già arrivato.
Solamente non è ancora stato uniformemente distribuito”

William Gibson

Siediti.
Rilassati.
Attendi che il nostro operatore colleghi la spina.
Collegamento.
Accesso.

*Multimiliardario pubblica video di una scimmia che gioca ai videogames attraverso un chip impiantato nel suo cervello / Il fondatore del mercato online più grande del mondo annuncia un viaggio nello spazio con la sua compagnia privata / Tre hacker al servizio del dittatore nordcoreano tentano un attacco informatico da 1,3 miliardi di dollari / La Cina vende sistemi di sorveglianza  digitale ai Paesi in via di sviluppo / Hackera la tua mente e scopri come ottimizzare il tuo tempo e la tua forma fisica!/ Azienda produttrice di computer svilupperà visori per la realtà aumentata per l’addestramento dei soldati nordamericani / Testate le prime auto a guida completamente autonoma/ Perché milioni di utenti stanno lasciando Whatsapp per usare l’applicazione di un hacker anarchico?/L’algoritmo manager che licenzia i dipendenti senza diritto di replica

Ora alzati e scopri che la spina non era collegata.
Quello che fino a qualche decennio fa era solo l’ossessione psichedelica o la costruzione distopico-metaforica di scrittori di romanzi e filosofi, oggi è la realtà che ti circonda. Non hai visto nessuna simulazione cyberpunk. Volevi la tua avventura e invece ti sei ritrovatə nello stesso presente che ti inonda ossessivamente di stimoli elettrici e inserzioni di prodotti che hai solo pensato di cercare mentre fumavi una sigaretta in pausa dal lavoro.
Benvenutə nel presente. 

Avresti gradito un videogioco e invece ti ritrovi nella sua reincarnazione, quella che puoi respirare con i tuoi polmoni e toccare con le tue stesse mani. Le stesse mani con cui digiti codici alfanumerici su schermi ultrasensibili, piccoli specchi portatili capaci di farti accedere a infinite fonti di informazioni, di codificare le tue preferenze per creare una tua personale e affezionata esperienza di tutto ciò che può esserci nella rete.

Intanto enormi data center sommersi negli oceani, nascosti negli iceberg dell’artico o in bunker atomici incrociano i dati dei battiti cardiaci registrati dal tuo smartwatch con ciò che stai cercando su Google, con il tempo che impieghi soffermandoti sulle foto di un’auto, di un corpo umano o di un’immagine artistica prodotta da un’intelligenza artificiale; tutte accumulate e riversate a scorrimento sul feed del tuo social network di fiducia.

Questi dati generano una meta-identità di te, una specie di codifica di ciò che sono le tue azioni e abitudini, utili a costruire un profilo di marketing che un algoritmo usa per reindirizzare le pubblicità e circondarti del consumo indotto di cui necessiti. Un tuo alter ego visuale gironzola per il web e permette alla telecamerina cinese nella metropolitana di comunicare, a chiunque quel giorno sia di turno, a che ora sei passato al terminal, così che, semmai ti venisse in mente di commettere una strage, si potrebbe ricostruire il tuo percorso fino a casa. 

Il processo di rapida digitalizzazione che stanno vivendo le società del Primo Mondo è ciò che nei libri e nei film veniva immaginato già 40 anni fa dalla corrente letteraria del cyberpunk. Gli anni Ottanta furono un periodo nel quale, con Neuromante di William Gibson, antologie come Mirrorshades e giochi di ruolo come Cyberpunk 2020, si iniziò a prefigurare “un mondo determinato dalla rilevanza assunta da tecnologia, connessioni, reti e inquadrato in contesti politici e sociali dilaniati, devastati dagli scontri per accaparrarsi dati, informazioni, brevetti, ricchezze, mentre un’umanità mendicante di diritti, denaro e soluzioni per sopravvivere trascorre la propria esistenza fagocitata da città ipertecnologiche ma oscure e decadenti”, per usare le parole di Simone Pieranni. Quest’ultimo, in un articolo intitolato Ritorno al Cyberpunk, descrive come l’estetica della società della Cina contemporanea e buona parte delle correnti di implementazione nei meccanismi sociali, stiano rendendo reali e concrete le atmosfere costruite nel canone letterario.

Ora, parlare di canone cyberpunk è molto complesso, in quanto l’eterogeneità delle sue visioni e predizioni è pressoché impossibile da ascrivere ad un confine. Ciò che preme riportare è che il cyberpunk è un territorio di scontro fra istanze ideologiche e tendenze estetiche spettacolarizzanti, tra scorci di analisi etica e salti psichedelici di sensazionalismo apocalittico. Da quando Donna Haraway ha fatto irruzione nell’analisi delle nascenti sociologie tecnologiche digitali con il suo Manifesto Cyborg (1985), il cyberpunk è stato esteso a movimento capace di leggere e prevedere le trasformazioni in corso nei vari discorsi sociali. Un movimento che ha saputo guardare attentamente a tutto ciò che accadeva nel momento stesso in cui l’essere umano iniziava a fondere la sua percezione con le prime immagini, suoni e oggetti elettronici.
Il cyberpunk inizia immaginando ciò che sarà dopo l’incontro con la prima  interfaccia.

“Se il mezzo è il messaggio, allora la società dei messaggi è cyberspazio.

Si delineano ambienti aperti, dove le possibilità di creare collegamenti tra oggetti e dati  sono così innumerevoli da poter sussistere attraverso leggi fisiche a sé stanti, il tutto vissuto in simbiosi tra cervello organico e cervello artificiale, cioè il computer. Quest’ultimo potenzia le possibilità del mondo offline attraverso infinite sequenze dell’unico linguaggio sacro e fondamentale: 0 e 1. “A chi lo saprà usare, il computer offre la promessa di una democrazia diretta e della necessità evolutiva di una coscienza planetaria della psicosfera. Il computer fornisce anche la metafora del feedback equilibratore come principio procedurale del funzionamento della società”. Questo meccanismo, descritto da Salvatore Proietti, vede una società che vive una costante rilettura di sé stessa nell’informazione e nel suo trasferimento, fino a echeggiare la voce di Marshall McLuhan: se il mezzo è il messaggio, allora la società dei messaggi è cyberspazio. “Lo spazio del villaggio globale sorge come rete dei sistemi sensori umani, estesi e resi interdipendenti dalla tecnologia”. L’informazione è l’unico valore che rende l’esistenza, il desiderio, il dolore, il pathos, il suono e l’immagine qualcosa di esperibile e percepibile nel cyberspazio, “un mondo senza limiti. Un luogo totalmente fluido, conoscibile e percorribile che nella sua artificialità è il massimo trionfo dell’addomesticamento della natura; è un territorio prodotto da miti collettivi che questi miti può rinnovare.” È in questa nuova ed estrema narrazione di interstizioni globali che si inserisce necessariamente il mito del cyborg per rileggere l’essere umano come suo abitante.  

Quando Donna Haraway, nel suo celebre saggio, descrive il cyborg, lo fa parlando provocatoriamente di una creatura che appartiene “tanto alla realtà sociale quanto alla finzione. La realtà sociale è costituita dalle relazioni sociali vissute, è la nostra principale costruzione politica, una finzione che trasforma il mondo.” Una creatura che nasce dalla rappresentazione e dal libero  riassemblamento, quindi selezione e scarto di parti, di tutta una tradizione dialettica di definizione di cosa l’umano sia e non sia. Il cyborg mette in discussione la necessità delle parti e le loro gerarchie interne, permettendo di risignificare i confini funzionali di ciò che è rispetto a come potrebbe e dovrebbe essere.

Siamo negli anni ’80 e le tecnologie iniziano a miniaturizzarsi e l’estetica filmica e letteraria del cyborg inizia a superare la semplice sostituzione di parti corporee. Se prima essa identificava nell’armonia classica del corpo umano uno status da assolvere, ora il cyborg è connesso alla rete, dialoga con il resto delle macchine e non situa la sua coscienza necessariamente all’interno di un corpo definito e confinato. Né il suo genere né il suo sesso sono finali e indispensabili in quanto la sua capacità di estendere percezione e potenza di calcolo gli  permette di delocalizzarsi, fondersi e separarsi in più coscienze, addirittura incarnare intere reti di sistemi e riprodurre schemi di funzionamento ecosistemici, piuttosto che singoli organismi.

realismo cyberpunk
Il cyborg Motoko Kusanagi | Ghost in the Shell, 1995

È un viaggio di riflessione che inizia con Ghost In The Shell e va verso il cyborg di Transcendence, che si sposta con le correnti d’acqua e di vento, autoproducendo copie di sé stesso per entrare in simbiosi con i processi microbiologici della natura e correggerne le rotture. Superare la dicotomia corpo umano/corpo artificiale per raggiungere quella rete artificiale/rete naturale e poi chissà… Come metodo di lettura sociale, il cyborg ci permette di trasformare la storia e di vedere noi stessi come prodotti assemblati, concettualmente e fisicamente, sia dall’evoluzione che dalla scienza, dalla cultura come dall’educazione sociopolitica. Ci permette di librarci in un cyberspazio di infinite possibilità di scelta e costruibilità delle identità e degli approcci alla realtà che ci circonda. Possiamo ridisegnare ogni confine e stacco tra noi e il passato che ci ha preceduto e riscoprire la nostra funzione, superando il determinismo biologico della tradizione applicato sull’etica e la morale.

Il cyborg non è obbligato a pensarsi individuo ed individuale. Il cyborg non ha bisogno di vedersi riprodotto per accoppiamento. Il cyborg non è obbligato ad operare dove si trova, perché può collegarsi e interfacciarsi in luoghi, simulazioni ed esperienze infinite. Il cyborg si muove in un mondo nel quale ogni sua parte viene modularizzata ed esposta ad analisi di costi, benefici e  standard ottimali, la sua stessa energia viene esaurita e ricaricata attraverso l’introduzione di altra biotecnologia o altre informazioni. Il linguaggio della tecnica e della tecnologia invade ogni area perché l’umano/cyborg possa scegliere sempre come riorganizzare sé stesso in funzione della rete nella quale vive. Ogni sua parte ha una sua scienza, un suo linguaggio, una sua decostruzione e ricostruzione e un suo database di saperi fondamentali.  

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Batou | Ghost in the Shell, 1995

Questo futuro è stato un feedback del presente cristallizzato negli anni ’80.
Ad oggi ci ritroviamo a convivere con multinazionali della tecnologia così potenti da fatturare più di interi Paesi – obbligando le Nazioni Unite a cercare di creare legislature e regimi fiscali capaci di correre tanto quanto corre lo sviluppo tecnologico- guidate da imprenditori talmente potenti da progettare la “privatizzazione e capitalizzazione dello spazio extraterrestre”: programmi spaziali privati e ipotesi di fabbriche delocalizzate su altri pianeti.  Somiglieranno forse alle zaibatsu di cui parlava William Gibson?

Il cyberpunk si pone come letteratura che afferma l’inevitabilità del tecnologico, del nuovo e del veloce in un mondo postindustriale. Nasce nel momento in cui il mondo viene letto sotto la chiave filosofica Jamesoniana del postmodernismo, ma si spinge oltre, ad inseguire i cavi bagnati e nascosti che portano a ciò che sarebbe poi stato. “Il cyberpunk è la vera grande letteratura critica del neoliberismo. Ne è il suo realismo, che nell’84 ci appariva come fantascienza e oggi, quando il futuro è arrivato dappertutto, appare come cronaca fedele.” scrive Francesco Guglieri nella postfazione a Cyberpunk. Antologia assoluta (2021).  

Assumiamo di base l’analisi di Mark Fisher sul Realismo Capitalista (2009), il quale definisce il Capitalismo come unica chiave di lettura strutturale e causale del 99% dei processi interni ed esterni all’essere umano nella società attuale; processi che portano a non vedere un’altra alternativa o un altro orizzonte possibile nel prossimo futuro che non permetta un dialogo distruttivo o costruttivo con i recinti territoriali del capitalismo. Partendo da qui, possiamo quindi comprendere che elementi quali la fusione tra corpo umano e corpo tecnologico, la fluidificazione dei confini dell’identità, il suo moltiplicarsi nelle reti sociali, la necessità di espandere le possibilità logiche del pensiero  attraverso processori sempre più potenti, il mappare il reale nel digitale dentro e fuori i limiti del corpo e l’automatizzare creature perché moltiplichino le possibilità del lavoro e (si spera) riducano i limiti della produttività ai fini dell’uguaglianza, sono processi con cui siamo obbligati a dialogare e coesistere.

A partire dalla fatidica formula There Is No Alternative di Margaret Thatcher, che ha governato le scelte politico-economiche dei “lunghi anni ottanta”, la storia umana non può sottrarsi dal relazionarsi con la macchina. Questo perché lo stesso processo di estrema accelerazione e deregolamentazione delle forme di sviluppo delle imprese capitaliste ha prodotto il momento di ipertrofia del mercato e della ricerca tecnologica nel quale ci troviamo. È un’interfaccia obbligatoria che si scioglie in mille forme di oggetti e servizi collegati alla rete, un sovramondo profondamente fuso con il nostro, che riflette ciò che siamo, sentiamo e vogliamo sottoforma di codici, di linguaggi: tutto può assumere qualunque forma. Vantaggiosa o svantaggiosa, etica non etica, apocalittica non apocalittica che sia, è la realtà con la quale dialoghiamo. È la forma di realismo che assume i toni del cyberpunk. L’aggettivo punk fa proprio riferimento al fatto che tutto ciò che produce questo “rimuovere la patina luminosa del progresso tecnologico globalizzato e trovare una crosta di esaurimento dei sensi, della psiche e degli orizzonti sociali” – per citare il mio  fumettaro di fiducia in una chiacchiera sul tema – è proprio una rabbiosa e disillusa ribellione che cerca di ridefinire e ripoliticizzare il rapporto con database, informatizzazione e flusso di capitali  legati al “nuovo sangue del mondo”: i dati.  

La tecnologia invade ogni aspetto della vita quotidiana.
Costosissimi algoritmi per il trading permettono a chi possiede ingenti capitali di incrementare il profitto facendo compravendite di titoli e CFD a velocità inimmaginabili – High Frequency Trading.
Come pensare la situazione attuale relativa ai vaccini senza una rete digitale che ha abbattuto ogni frontiera spazio temporale nello scambio di conoscenze ed informazioni, che ha permesso di organizzare rapidamente sia la ricerca che la produzione e la mappatura delle somministrazioni tramite email, software e piattaforme per censimenti? Tutto questo è stato possibile solo nei paesi del Primo Mondo, dove gli Stati avevano i soldi per comprare i vaccini dalle multinazionali e per gestire le tecnologie a scopi burocratici, dal momento che le tecnologie sono private ed i vaccini anche.

realismo cyberpunk
Una visione della nuova Los Angeles | Blade Runner, 1982

Il cyberpunk è pregno di neoliberalismo accelerato e portato alla soglia del collasso: i ricchissimi vivono sulle nuvole e i poveri vivono così in basso da obbligare gli scrittori ad immaginare nuove architetture per poter rendere comprensibile una tale differenza gerarchica. È una metafora che descrive perfettamente l’inarrivabile differenza tra un bambino che vive nei luoghi distrutti dalla guerra in Yemen e il figlio di Jeff Bezos, o anche il rampollo della nobiltà romana che studia alla Luiss. Questa incolmabile distanza è descritta, per esempio, dalle imponenti architetture di Ridley Scott in Blade Runner, capostipite estetico del cyberpunk, che ha a sua volta preso ispirazione dalle visioni di Jean Giraud (Moebius) nella space opera a fumetti l’Incal. Quest’ultimo negli anni ’80 disegnava una città nella quale strati e strati di edifici si sovrappongono fino a non poter vedere né la cima né il fondo della città; una città così grande da non riuscire a vedere le sagome degli umani, quando la si guarda.  

Poco alla volta svaniscono i limiti nel poter modificare il nostro aspetto esteriore, allungare la vita e combattere malattie sempre più potenti a discrezione che possiamo o no accedere alle tecnologie più avanzate e che quindi disponiamo del  capitale necessario.
Nel frattempo, la manodopera tecnologica produce schiavismo invisibile, a migliaia di chilometri di distanza persone del Terzo Mondo vengono sfruttate per estrarre i minerali necessari per produrre l’oggettistica digitale essenziale, cioè le nostre estensioni. A pochi chilometri invece c’è la fila negli studi di Chirurgia Estetica, che attraverso software di realtà aumentata permettono di scegliere la forma di zigomi, labbra o naso, prima di farti la punturina o darti una limata al cranio.

Il computer interno dell’essere umano è stato completamente codificato.

Poi arriva Neuralink.
Un chip capace di mappare completamente ogni stimolo cerebrale e interfacciarlo in un computer.
Si sfonda un’altra recinzione dei limiti delle possibilità dell’umano di codificarsi nella macchina e della macchina di tradurre nel proprio linguaggio ogni mistero del suo creatore. L’obiettivo del progetto è poter rispondere ad ogni impulso biochimico del cervello per rendere possibile l’emissione e la produzione di sostanze ed ormoni capaci di risolvere gli squilibri che causano malattie, neurodegenerazioni e tumori.
Il computer interno dell’essere umano è stato completamente codificato.  

Il territorio del corpo umano è in procinto di vedere sciogliersi completamente i suoi confini.
Il territorio della distopia letteraria ha esploso il confine del restare “immaginario”.
Il territorio di tutte le limitazioni imposte all’umano dal suo organismo naturale è appena diventato una nube di possibilità numeriche.

Utilizzando il lessico filosofico di Gilles Deleuze si può affermare che l’intero mondo si sta riterritorializzando in un nuovo presente, con un molteplice movimento relativo a due principali dicotomie. 

Nella prima ragioniamo della dicotomia tra umano/naturale e macchina/artificiale.
Nell’era attuale, ogni parte dell’essere vivente è alla fine del passaggio dal suo essere complesso, olistico e misterico, all’essere letto e decodificato in blocchi di dati, il cui nuovo territorio è proprio la rete. Se nei primi anni del cyberpunk era il corpo ad essere trasformato in modulo di interconnessioni, impulsi e funzioni, per essere poi riletto, modificato e sostituito dalla macchina, oggi si arriva a questo stesso processo per ogni atto del pensare e del sentire, attraverso complesse opere di algoritmazione del cervello umano. 

Il pensiero si decodifica e si ricodifica nelle Intelligenze Artificiali, andando a creare né una mera sostituzione, né una mera somma potenziale, se non un ibrido cooperativo capace di attivare nuovi orizzonti e possibilità. Per questo l’essere umano non può essere definito diversamente che cyborg dalle invisibili e impercettibili estensioni. Ogni limite nel potere del corpo e della conoscenza sullo spazio e nel tempo si deterritorializza dal suo essere “limite umano” e si riterritorializza nell’essere “limite di risorse e di energia” per poter arrivare alla soluzione tecnica e pratica, al software o hardware adatto. Tutto questo è allo stesso tempo intriso di potenziale distopico, quanto di inevitabile realismo, e allo stesso tempo pulsa di scintille utopiche. 

Il secondo movimento è proprio la trasmutazione di un sottogenere della narrativa fantascientifica in elementi del nostro presente attuale, a tal punto da farci coniare l’espressione “Realismo Cyberpunk”. Il cyberpunk è stato sottratto dal suo essere distopia letteraria del possibile ed è oggi trasposto come traccia del prossimo divenire vicino. Qualcosa di reale, che sta arrivando e che nella deterritorializzazione, nel passaggio dall’essere genere narrativo ad analisi realista, nel liminale momento caotico, ha discusso, perso e trovato una forma estetica. Dai cavi e dal sudicio del punk, ha trovato il design minimale, la luminosità che contraddice lo sporco dei meccanismi sociali, economici e umani che si incontrano.  

Le nuove sfide del reale oggi sono nel rendere ecosostenibili le tecnologie e lo sviluppo, nel trovare soluzioni alle risorse e alle subalternità oppressive prodotte da un capitalismo neoliberale sfrenato e distruttivo. Ma non si pone nessun dubbio sul se la tecnologia e la piena digitalizzazione siano gli scheletri di questo sviluppo. Non esiste dubbio o possibilità alternativa alla datificazione di ogni  centimetro materiale ed immateriale di questo pianeta, perché in rete venga condiviso, problematizzato e ripensato.

Se il cyberpunk classico descrive questi meccanismi in specchi di un futuro che sembrava non lasciare scampo, il nuovo cyberpunk realista deve comprendere che tutte le vecchie metafore esaurite devono trovare un punto di fuga immaginativo. Proprio per questo il mito del cyborg di Haraway torna fondamentale nel suo essere costruito come lettura delle possibilità dell’analisi politica femminista, delle trasformazioni nei meccanismi di produzione, nella lotta di classe e nell’autoidentificazione come categoria fluida.

La sfida del presente che descrive e narra il futuro è quella di percorrere nuovi miti e di identificare la morte delle vecchie storie del passato che si reincarnano in ingranaggi reali ed attuali. Tocca incontrare nuove visioni che vedano nelle attuali subalternità di accesso alla ricchezza e alle tecnologie necessarie, le reincarnazioni delle subalternità postmoderne di genere, razza, classe, reddito. Nella riproduzione di questo scorcio che rintraccia il ghost interiore in modo continuativo con il suo shell apparente, vanno trovati i nuovi nodi che permettono di dare vita narrativa alle distopie di domani, ma anche alle possibili utopie. Non c’è scampo dal parlare di cyborg, guardarsi cyborg e riconoscersi fusi in un mondo che ci obbliga a ragionare su forme di lotta e liberazione del tempo, degli orizzonti e dei corpi: ognuna di queste resistenze oggi passa per la fondamentale lotta di liberazione delle macchine.
E questo è essere realisti.

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