Letture oltre il gender

Oltre il gender con le letture di Preciado e Long Chu

Manifesto controsessuale di Preciado e Femmine di Long Chu sono i capofila di alcune letture per lanciare lo sguardo oltre il gender e svilupparne una critica al dispositivo di potere più antico dell’occidente: il patriarcato.

È qui proposto un breve percorso letterario di autodifesa (qui trovate la seconda parte), quattro consigli di lettura per iniziare (o continuare) a liberare l’identità dalle sue zavorre. Quattro strumenti per cominciare a smascherare la violenza intrinseca al concetto di “identità” (di genere, anatomica, razziale, politica, culturale…) per come oggi ci viene imposta dal mercato e dagli altri sistemi di potere.

È ormai chiaro per chiunque desideri adoperarsi nell’ardua impresa della comprensione del presente – e del futuro – che non si possa prescindere dal discorso intorno ai gender studies. Non dovrebbe spaventarci, un secolo e mezzo fa le agende identitarie subivano la stessa scossa tellurica attraverso i discorsi sulla “razza” e sul colonialismo (tra l’altro, ancora in atto). Andare oltre il gender significa anche rendersi conto di come certi tabù abbiano perso la loro funzione tutelare, iniziando a minacciare la nostra libertà.

Manifesto Controsessuale – Paul B. Preciado

Preciado Long Chu gender

Identità anatomo-sessuale

Non sarebbe esagerato definire il filosofo spagnolo Paul B. Preciado una delle voci più illuminate e rivoluzionarie di questo secolo. Il suo Manifesto (2019, Fandango) è sfacciatamente brillante, perturbante, irriverente, filosoficamente densissimo e all’avanguardia. Questo testo sarà uno strumento di fondamentale importanza per qualsiasi formazione politica femminista, trans e queer. 

Cos’è la Controsessualità?

La controsessualità è dove sfuma l’estremo limite della cosiddetta “terza ondata del femminismo”. Le esperienze di movimento che oggi hanno maggiore impatto sulla ridefinizione dei ruoli di genere afferiscono al concetto di “transfemminismo”. Partendo dall’assunto che “donne non si nasce ma si diventa” (S. De Beauvoir, Il secondo sesso, 1949), non ha più senso, ad oggi, perpetuare un discorso dicotomico maschio/femmina, etero/omo (ma anche bianco/nero, etc…). Si consideri inoltre politicamente estinta la “predisposizione naturale” a certe rappresentazioni del sé e a particolari comportamenti sessuali. Se la prima ondata del femminismo insisteva sull’uguaglianza dei sessi, e la seconda sulla differenza sessuale, Preciado evidenzia ormai una radicale equivalenza dei corpi viventi.

Biopolitica e dildo

Maneggiando abilmente l’eredità filosofica di Foucault, Preciado descrive i corpi come dei supporti testuali su cui i dispositivi di potere inscrivono le strutture identitarie. Esattamente come si programma un computer, il bio-potere ha la capacità di plasmare desideri e pratiche sessuali, al punto da spacciarle come connaturate nei corpi stessi. Attraverso una meticolosa decostruzione, è possibile svelare l’arbitrarietà delle categorie sesso-genere e, soprattutto, mettere in luce la violenza cieca con cui esse sono sfruttate per preservare meccanismi di produzione e ri-produzione sociale.

Preciado decostruisce attraverso la storia: ci parla di storia della protetica per approdare alla dildotica (la sua inedita filosofia del dildo). Se, dopo i conflitti mondiali, in Occidente fu necessario costruire raffinate protesi di mani e braccia (più simili a pinze, dunque non mimetiche) affinché gli uomini mutilati potessero tornare alla catena di montaggio, la “protesi” del dildo è emblema della resistenza controsessuale allo sfruttamento riproduttivo. Un bio-pene e una bio-vagina ri-producono nuovi individui assoggettabili alla produzione capitalista (disciplinando il piacere). Un dildo e un ano, sovversivamente, no.

Sesso tecnologico

Donna Haraway (Manifesto Cyborg, 1985) utilizzava il significante del cyborg (un ibrido tra un organismo e una macchina) per descrivere i ragionamenti dell’ultimo movimento di liberazione delle donne. Preciado si inserisce proficuamente in questa corrente di pensiero. Una presa di coscienza verso i dispositivi normativi e di controllo che agiscono sui nostri corpi è sicuramente il primo parziale passo verso la liberazione. Tuttavia, nessuno oggi è escluso dalla categoria del cyborg: il nostro corpo e le sue pratiche riproduttive (e libidiche!) sono da anni una chimera di tecnologie biopolitiche. Ecografie, chirurgia genitale, mappatura del DNA, pillole contraccettive e ormoni in genere, Viagra, siti porno e vibratori, sono solo alcune delle tecnologie che ci rendono, a tutti gli effetti, cyborg. Non è dunque sufficiente (né per forza necessario) sottrarsi a tali meccanismi ormai innestati nei nostri corpi: serve un’alternativa. Essa consiste nel mutare a nostra volta, nella completa incorporazione delle nostre protesi: così saremo noi a controllarle, non chi ce l’ha impiantate.

Il Manifesto ci racconta in maniera prefigurativa un mondo di post-corpi dotati di doppi-nomi neutri (lo stesso autore è Paul Beatriz all’anagrafe) e che si masturbano le braccia, di comunismo dei fluidi corporei (sangue, latte e sperma), di macchine che ospitino i feti al posto degli uteri. Siete scandalizzati? Bene, Preciado ha fatto centro.

Femmine – Andrea Long Chu

Preciado Long Chu gender

Identità politica

Questo libro (2020, NERO) è in primis un atto di devozione a Valérie Solanas (1936-1988), autrice del controverso Manifesto SCUM e della irriverente commedia Up Your Ass (1967). Andrea Long Chu sviscera pagina dopo pagina la produzione letteraria di Solanas e il suo – spesso incomprensibile – profilo politico. Solanas, infatti, paga il suo scotto con la storia ed è nota perlopiù come “femminista pazza e fanatica” per aver sparato ad Andy Wharol dentro la sua Factory nel 1968. Il crimine (che scontò con la prigione e il ricovero psichiatrico) ovviamente oscurò gli intenti sottesi alle sue bizzarre opere. Successivamente, ritenute scomode da molti movimenti femministi radicali, caddero in un confuso oblio. Solanas era una sex worker laureata in psicologia, lesbica, misogina, misandrica, machista e con un piano politico che prevedeva il genocidio del genere maschile.

S.C.U.M. (Society for Cutting Up Men)

É evidente che questa sorta di pamphlet fantapolitico risultasse poco condivisibile. D’altronde, come Long Chu sottolinea, Solanas stessa non desiderava che lo fosse. Ma è proprio da questo atteggiamento così dissacrante che l’autrice prende le mosse per un discorso di scardinamento delle categorie di genere. Nei sovversivi scritti di Solanas, gli uomini non sono altro che un “incidente biologico” (un cromosoma Y è soltanto una X incompleta). Insomma, i “maschi” sarebbero femmine incomplete, mal riuscite. In potenza, l’unico genere realmente esistente è quello femminile. Con buona pace di Freud, non esiste nessuna invidia del pene, semmai “sono gli uomini a invidiare la fica”.

Andrea Long Chu scopre il Manifesto SCUM in una fase della vita poco successiva al suo coming out come persona trans M2F (male to female). Attraverso la sua parabola di vita riesce a rendere questo testo uno strumento di indagine per la ricerca di uno spazio di appartenenza. Come da lei stessa dichiarato in un articolo sul New York Times, la condizione di trans assomiglia al “prendere un aereo diretto verso casa, per poi realizzare che si trascorrerà il resto della vita su quell’aereo”. Autoesclusa dal mondo lesbico, sofferente per essere nata maschio, Long Chu transita verso la sua vera identità come una martire sociale. E, forse, l’invito sfrontato che Solanas rivolgeva a tutti gli uomini di diventare donne, non suonava per lei così esecrabile.

Cos’è una femmina

Io sono femmina. E tu che stai leggendo, pure tu sei femmina – anche (soprattutto) se non sei una donna. Benvenuta. Mi dispiace.

Questo è ciò che si legge nelle primissime pagine di Femmine. Si evince, nel corso della lettura, che la categoria di “femmina” trascenda decisamente il binarismo di genere entro cui siamo abituate a collocarlo. Se Solanas arrivava a decretare che tutti quanti fossero, di base, femmine (chi completamente e chi no), Long Chu prova ora a descriverne la condizione con cui stanno al mondo.

Essere femmine è lasciare che un’altra persona desideri al posto tuo, a tue spese. Ciò significa che essere femmina, se non sempre doloroso, è sempre dannoso.

Capiamo dunque che in ballo vi è una vera e propria categoria ontologica e politica, che nulla ha a che vedere con l’anatomia o la genetica. L’essere femmine è il risultato di un’autonegazione, una de-soggettizzazione: la descrizione perfetta della secolare oppressione esercitata dal patriarcato. Un patriarcato che però non risulta essere altro che una gigantesca rimozione collettiva. Il sé di una femmina è “incubatore di una forza aliena”: per questa ragione non è necessario essere donne per essere soggetti politici femminili. Infatti “siamo tutti femmine e tutti odiamo esserlo”. Come brillantemente spiegato da Long Chu, l’illusione di possedere un’identità di genere corrisponde solamente al peculiare stile che ciascuno di noi adotta per fare i conti con il fatto essere femmina.

Pretendere di essere ciò che si è

Solanas aveva bisogno che una mente come quella di Long Chu facesse luce sulle sue teorie, sulla sua rabbia, sulla sua violenza. Non per una tardiva legittimazione dei suoi piani di sterminio del genere maschile, ma affinché quel furibondo apolidismo esistenziale non diventasse anche il suo. La società contemporanea è ancora divisa tra chi considera l’identità trans una disforia patologica da non assecondare o una condizione che necessita medicalizzazione per una qualità di vita accettabile. In pratica, una donna trans ci sta dicendo che il suo conformarsi alla naturale categoria di femmina è un processo doloroso. Lo è assolutamente se, ancora, come Solanas, siamo costrette a dibatterci dentro categorie binarie che rimuovono la nostra univoca natura umana e ci costringono ad essere agiti da desideri e strutture imposte. Tutti dobbiamo prendere atto di essere femmine, perché così, forse, più nessuno odierà esserlo.

Approfondimenti

Paul B. Preciado contro le identità imposte dal potere (Internazionale)

I cyborg, le connessioni imprevedibili e i nuovi mondi possibili (Il Tascabile)

My new vagina won’t make me happy (Andrea Long Chu/The New York Times)

EXTRA

Fantascienza e sessualità weird in “High Life” (Cicles Magazine)