Lo switch alla lettura digitale

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La lettura digitale è un’attività cognitiva che viaggia su un circuito neurale differente e non disponiamo di una reale educazione in merito.

Giulia Sopegno

“Certo la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline a una forte introversione, a una scontentezza per il mondo com’è, a un dimenticarsi delle ore e dei giorni fissando lo sguardo sull’immobilità delle parole mute.

Italo Calvino, Lezioni americane

Stai leggendo un articolo su un magazine digitale online. L’hai trovato su un sito, oppure hai cliccato un link in un post su un social network. Adesso sei qui: nel silenzio, i tuoi occhi scorrono le righe di testo come farebbero su un qualsiasi giornale cartaceo. D’altronde, è solo il supporto ad essere diverso, la sostanza è la stessa, no? Eppure, se guardi in alto sulla destra del tuo schermo, una X rossa potrebbe far scomparire la pagina, se bloccassi lo schermo o se la batteria del tuo device ti mollasse, il testo che hai di fronte si smaterializzerebbe all’istante. Come pensi che possa prenderla il tuo cervello?

Economia della lettura

Da quando gli esseri umani hanno iniziato a leggere e scrivere ad oggi, è trascorso un tempo irrisorio sulla scala dell’evoluzione. L’homo sapiens esiste da centinaia di migliaia di anni, mentre legge e scrive solo da poche migliaia. L’atto del leggere implica capacità e tecniche cognitive molto complesse e, soprattutto, affatto faticose. I nostri sistemi di istruzione investono la maggior parte delle loro energie nell’insegnamento della lettura e della scrittura nelle primissime fasi di scolarizzazione, giacché proprio in età evolutiva è possibile automatizzare un’attività che, altrimenti, sarebbe ancora più impegnativo apprendere.

A dispetto della nobile considerazione comune del piacere del leggere e della passione per le narrazioni, la lettura di testi scritti è ciò che di meno economico il nostro cervello possa desiderare. Economico sta a significare ottimizzato: meno fatica e risorse possibili per il miglior risultato possibile. Col passare dei secoli, l’intelligenza umana ha piegato le proprie inclinazioni verso una pratica cognitivamente dispendiosa come la lettura, inevitabilmente spinta dal fine della conoscenza, dando vita a risultati eccezionali: letteratura, scienza, filosofia. Tesori inestimabili affidati alla scrittura come principale veicolo per sopravvivere al tempo.

lettura digitale
La prima forma di scrittura è databile al 3200 a.C. in Mesopotamia

Sopravvivenza

In questo momento nel mondo ci sono circa 700 milioni di analfabeti, ciò significa che i restanti 7 miliardi di persone possiedono un’alfabetizzazione di base. La stragrande maggioranza degli esseri umani sa leggere, fatto che si tende a dare per scontato, ma che è un’incredibile eccezione per la storia della civiltà. Non solo: alla larghissima diffusione della capacità di lettura oggi si affianca una sterminata proliferazione di testi veicolati dalla stampa e, soprattutto, dalla rete.

Secondo lo studioso Raffaele Simone (Persi nella rete. La mente ai tempi del web, 2011), l’umanità sarebbe entrata nella cosiddetta “terza fase” del suo rapporto con discorsi e testi. Prima dell’invenzione della scrittura, l’unico canale di accesso alla conoscenza era l’udito. In questa “prima fase” la trasmissione di sapere avveniva per via esclusivamente orale, solo successivamente l’occhio è diventato l’organo di senso privilegiato per l’apprendimento attraverso la lettura.

Il passaggio dalla prima alla “seconda fase” non fu del tutto spensierato e pacifico, pensiamo ad esempio al rifiuto verso la scrittura del filosofo Socrate, per il quale il muto foglio di un rotolo non avrebbe mai potuto equiparare l’interazione con un altro essere umano in un discorso orale. La lettura inizialmente fu una competenza di pochissimi, rivestita di un notevole prestigio sociale e il percorso affinché diventasse una competenza di massa è stato lungo. Sin dall’epoca classica le letture erano pubbliche e collettive, mentre con l’invenzione della stampa e la diffusione dell’oggetto libro iniziarono a trasformarsi in un’attività individuale e silenziosa, accolta dai contemporanei non senza sospetti.

Il passaggio di testimone dall’udito alla vista è dunque relativamente recente e ha richiesto sforzi non indifferenti alla cognizione umana: utilizzare gli occhi per leggere richiede l’inibizione momentanea del canale uditivo, in quanto fonte di distrazione. Potremmo dire che la facies della nostra intelligenza ha assunto un aspetto standard di natura alfabetica. Leggere, carattere dopo carattere, parola dopo parola un testo, presuppone un atteggiamento analitico, che crea una gerarchia tra gli elementi che osserva (“prima viene questo, poi viene quello”), ciò che il linguista Ferdinand de Saussure (1916) ha definito linearità.

Schermi

A dispetto dell’alta percentuale di alfabetizzazione nel mondo (anche se ancora non soddisfacente) e in particolare nei paesi occidentali, negli ultimi dieci anni si è registrata una progressiva disaffezione alla lettura. Per esempio, in Italia, dal 2010 al 2019 la percentuale di lettori è scesa dal 45% al 38% (dati ISTAT). Parallelamente si evidenzia come circa il 40% dei libri stampati nel 2019 sia stato reso disponibile anche in formato e-book. Sempre più persone leggono testi su schermo anziché su carta stampata, tuttavia sempre meno persone leggono. Cosa rende coerenti tra loro questi dati?

Ciò che viene spesso trascurato quando si pensa alla lettura su supporti digitali come smartphone, pc e tablet è l’aspetto multimediale di questi portali di accesso al testo. Pochi decenni orsono ci si interrogava con preoccupazione sugli effetti dell’avvento dello schermo per eccellenza: la televisione. Entrata nelle case di intere masse di popolazione dagli anni ’50, alla fine degli anni ’90 era già possibile leggere un ricco ed inquietante bilancio della sua influenza sulle menti degli spettatori (Homo videns, G. Sartori, 1997). Perchè è di spettatori che si parla: gli schermi nascono per essere guardati, non letti.

Oltre all’intelligenza alfabetica-lineare ne esiste un’altra che corrisponderebbe ad uno stadio più primitivo della mente umana, ovvero l’intelligenza simultanea. Anche questa facies ha come senso principe quello della vista, tuttavia ne mette in luce proprio l’assenza di ordine, di gerarchia, insomma uno sguardo che coglie tutto in una volta sola. Esattamente quello che accade quando si guarda un quadro o una serie tv. Va da sé che una cosa è l’atto del guardare, ben altro è quello del leggere, due volti della stessa medaglia, due diverse disposizioni cognitive per accedere alla conoscenza del mondo. 

Il nostro atteggiamento di fronte ad uno schermo risulta più rilassato e meno controllato di quello assunto davanti a un volume cartaceo. L’intelligenza simultanea è attiva, i canali di vista e udito sono aperti e liberi di vagare contemporaneamente nei pressi dello schermo, l’attenzione selettiva schizza secondo percorsi imprevedibili da una finestra di testo a un link a un contenuto audio-video. In questa cornice si posiziona il lettore della terza fase. 

Questo libro (non) è mio

Nel 2015 l’indagine condotta dal Program for International Student Assessment (PISA) registrò un calo notevole nel rendimento scolastico dellə studentə finlandesi. I risultati furono accolti con sgomento, poiché il modello scolastico della Finlandia era ritenuto uno dei migliori in assoluto in Europa. A questo declino seguì il progressivo abbandono, dopo un primo momento di entusiasmo, dei materiali digitali che molti istituti del paese avevano adottato per la didattica, in particolare i libri di testo in formato ebook. 

L’attitudine dei nativi digitali verso questo tipo di supporti consiste senz’altro in una maggiore disinvoltura nel maneggiarli, in una maggiore rapidità nell’utilizzo e nella consultazione e, plausibilmente, in una maggiore percezione del potenziale dello strumento tecnologico. Utilizzando un smartphone per leggere un ebook, un articolo, un PDF, non possiamo fare a meno di avere sempre presente la multifunzionalità del device e il suo essere connesso ad una rete. Non possiamo impedire che, improvvisamente, sulla pagina che stiamo leggendo, lampeggi una notifica, una telefonata, una news o l’avviso della batteria residua.

 Il libro digitale ci appartiene di meno, è meno ‘nostro’, appartiene anche alla rete di cui è propaggine. Non si tratta esclusivamente di una questione sensoriale o di dematerializzazione (lo spessore, il peso, l’odore, il rumore della carta stampata sono infatti assenti): il libro digitale non è più l’oggetto che ci traghetta dentro una bolla isolata dal resto del mondo, bensì l’anello di una catena che ci collega a internet e ai suoi stimoli martellanti con la tentazione di uno screenshot, di una scrollata veloce al feed di un social o con il pretesto di cambiare traccia su Spotify in background.

Le informazioni digitali sono organizzate attraverso ipertesti | Flickr

Diventare stupidi

Il terrore di moltə studiosə che hanno affrontato la questione dell’attenzione relativamente alla lettura su schermo è che si tratti di un processo che, alla lunga, ci instupidisce (N. G. Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, 2010). Il cervello perde progressivamente la capacità di inibire stimoli non utili alla lettura, lascia passare tutto simultaneamente, come un colino con le maglie troppo larghe, in una coazione a ripetere sempre più ossessiva. 

Dunque, sarebbe questo il superpotere che caratterizza la cosiddetta “terza fase”? Dismettere la nostra intelligenza alfabetica-lineare per sostituirla con la sola intelligenza simultanea-visiva (senza neppure accorgercene, tra l’altro) potrebbe riservarci brutte sorprese, probabilmente non possiamo neppure permettercelo. 

Istupidire è una mancanza di strategia. 

L’esperienza della lettura su carta stampata è un momento immersivo: leggendo mettiamo in stand by tutti i sensi che non siano la vista. Ecco perchè andremo sicuramente a sbattere contro qualcuno o qualcosa se leggessimo mentre camminiamo o mentre attraversiamo la strada. Onde evitare questo rischio, adottiamo una strategia che consiste nel sedersi su una poltrona, chiudere la porta della stanza e aprire il libro in una situazione di comfort e safeness (immagine cara a I. Calvino nell’incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore, 1979).

“Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla […] Dillo subito, agli altri…Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!”

Italo Calvino

La strategia che adottiamo invece al cospetto dei testi digitali è ancora decisamente confusa e concitata: gli altri sensi sono attivi, motivo per cui possiamo leggere lo schermo di uno smartphone a bordo di un tram, in mezzo alla ressa di un concerto, mentre ascoltiamo il nostro interlocutore al tavolo del bar. Siamo come dei modernə Mandrake della simultaneità, non per nulla i cosiddetti ‘lettori forti’ (coloro che leggono almeno 12 libri all’anno) hanno mantenuto stabile nel tempo l’affetto per la lettura nell’ultimo decennio, a dispetto del supporto digitale utilizzato. Questo significa che con la pratica si può addestrare la propria intelligenza allo sforzo inibitorio, alla multimedialità dei testi e alle integrazioni digitali senza che la comprensione venga compromessa: una sorta di superpotere. Dovremmo però tornare a riflettere sul fatto che “da grandi poteri derivino grandi responsabilità”.

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Lettoscrittura bicefala

La lettura su carta stampata è un’attività che richiede un alto grado di controllo, tuttavia l’esercizio, l’abitudine e la diffusione dei testi oggi hanno decisamente normalizzato questo sforzo. Cosa dire della lettura su schermo? Preso atto del fatto che si tratti di un’attività cognitiva che viaggia su un circuito neurale differente, non disponiamo di una reale educazione in merito. 

Negli ultimi mesi, per far fronte all’emergenza Covid-19, è stato messo in pratica un tipo di didattica a distanza (DAD) che più recentemente è diventata didattica digitale integrata (DDI). La prima denominazione ne evidenzia il carattere totalizzante, lo shock del passaggio dalle lezioni frontali alle video riunioni su Meet. Il secondo acronimo fa qualche passo indietro sul piano concettuale, edulcora la dimensione pervasiva della tecnologia digitale, relegandola allo status di materiale o supporto ‘integrativo’.

Si è impiegato poco per rendersi conto della parzialità dell’insegnamento da casa e il linguaggio scelto rispecchia anche questa presa di coscienza. È bene però interrogarsi sull’efficacia delle tecnologie digitali intese come integrazione ai metodi tradizionali. Integrare significa attuare uno slittamento di pratiche, estendere l’attività dell’intelligenza lineare a ciò che di lineare ha ben poco. Ci si ritrova mutilati e disorientati di fronte ad una proposta di testo scolastico multimediale che associa al testo scritto dei link esterni, finestre pop-up, contenuti audio e video, schede di esercizi, chat e forum. 

Sarebbe necessaria una maggiore cura della dimensione metacognitiva in sede scolastica, ovvero bisognerebbe rendere più trasparenti, per gli studenti, i processi cognitivi che si attivano da un lato nella lettoscrittura lineare (su carta, a mano) e dall’altra in quella simultanea (su schermo, digitale).

Esistono due strade per imparare a leggere (e a scrivere) e sarebbe bene distinguere nettamente i due tipi di supporto sui cui questo avviene, di conseguenza, sarebbe addirittura opportuno procedere con due distinte modalità di verifica dell’apprendimento. Chiunque sia andato a scuola, ricorda bene la marcata differenza tra l’interrogazione orale e la verifica scritta. Conoscere la natura della prova di verifica, scritta o orale (parallelamente al discrimine tra apprendimento di “prima” e “seconda fase”), influenza la nostra postura nello studio, nella lettura, tocca le notazioni, gli schemi, la rielaborazione dei concetti finalizzata a due diverse tipologie di esposizione.

Se davvero si desidera “integrare” i frutti della “terza fase” in sede di istruzione, perché non proporre una terza tipologia di verifica degli apprendimenti di tipo digitale? Si tratterebbe di un’integrazione reale, non di una gretta sostituzione del supporto cartaceo con un device; d’altronde, l’avvento della scrittura non ha di certo condannato per sempre l’oralità, anzi, la nostra fame di conoscenza sa destreggiarsi abilmente tra questi due canali cognitivi.

lettura digitale
80 years later | Luca de Lillo

Tornare a casa

In fin dei conti, non è scritto da nessuna parte che si debba abbandonare la pratica della lettura su carta stampata (o che si corra concretamente questo rischio). In quanto esseri umani, facciamo giornalmente i conti con il nostro rapporto con il tempo. Il tempo dell’umanità è millenario, ma lento. Leggere una pagina di carta è un’azione auto-trainata, siamo noi stessi a decidere il ritmo con cui procedere: correre, rallentare, rileggere due volte, controllare di aver capito bene. Per quanto stancante, la lettura alfabetica ha finito con l’appartenerci profondamente, con la creazione di uno spazio personale, meditativo e dialogico unico.

Nel suo saggio Lettore vieni a casa (Vita e Pensiero, 2018), la neuroscienziata Maryanne Wolf cita le parole del giornalista David Ulin (The Lost Art of Reading, Sasquatch Books, 2010), secondo il quale la lettura sarebbe “un atto di resistenza in uno scenario di distrazione”, un atto che “ci riporta a fare i conti con il tempo”. 

In questo bel lavoro, la studiosa sottolinea l’estrema plasticità del cervello umano anche verso attività cui non sarebbe geneticamente predisposto, facoltà che non si possono apprendere virtualmente, attraverso la sola esposizione, come nel caso del linguaggio, ma solo grazie ad un insegnamento strutturato. Nel caso della lettura di testi digitali, l’atto di resistenza alla distrazione dovrà essere decisamente implementato. D’altronde, in quanto tale, non può essere facile e rilassante. 

Immaginiamo di dover attraversare una fase in cui il nostro cervello si riassesta, lasciamogli i secoli necessari perché questo avvenga. Esercizio ed educazione potranno disciplinare il cervello alla lettura su schermo così come già in passato esso si è piegato all’innaturale pratica della lettura tout court. L’avvento della scrittura ci è costato la perdita di capacità mnemoniche che oggi non utilizziamo più (non serve impararlo a memoria se posso appuntarlo), una perdita assai spiacevole e, ad osservare lo scenario attuale, di certo non destinata ad essere l’unica. Sarà utile fare tutto ciò che è possibile per limitare tali perdite e, sicuramente, il focus dovrà essere sull’attenzione.

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In copertina: 80 years later | Luca de Lillo