Il sogno visionario dell’inclusive fashion

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Anche nella moda c’è chi combatte contro gli stereotipi di genere, come nel caso della nuova collezione dello stilista Marco Rambaldi. 

Michela Sgobbo

Con l’invasione in passerella di Extinction Rebellion (movimento internazionale  impegnato contro la crisi climatica) in cui un’attivista ha sfilato tra le modelle tenendo in mano il manifesto OVERCONSUMPTION = EXTINCTION, il sei ottobre si è chiuso definitivamente il consueto viaggio stagionale dell’alta moda, partito dalla Grande Mela, transitato ai piedi della Madunina (Milano) e terminato con le sfilate parigine.  

In una società che cerca di lanciare ormai quasi quotidianamente messaggi di body positivity,  che prova a rammentare costantemente l’importanza dell’accettazione, dell’abbattimento dei  modelli dannosi che inibiscono i corpi considerati ‘non conformi’, in un momento sociale in cui i DCA (disturbi del comportamento alimentare, ndr) sono da considerarsi tra le patologie maggiormente diffuse, pericolose e spesso poco comprese, l’alta moda non ha mancato il suo consueto appuntamento con l’esposizione dei  corpi giovani, sottili, perfetti.  

marco rambaldi
Un’attivista di Extinction Rebellion durante una sfilata di Luis Vuitton al Louvre

A New York, Milano, Parigi, figure fluttuanti, filiformi, dal peso corporeo al di sotto di qualsiasi  range che potesse decretarli ‘in salute’, hanno calcato le passerelle a passo sicuro: casse di risonanza pericolose che hanno fatto indignare chi da sempre lotta per l’inclusione e cerca di  educare contro la magrezza estrema che arriva spesso a classificarsi come malattia.  

Sebbene nelle diverse kermesse ci siano stati dei tentativi di rappresentazione oltre il peso corporeo, l’età e il genere, questi ultimi sono apparsi come timidi e poco consapevoli nel loro intento, perché un approccio più inclusivo è tale se crede realmente in quello che esprime e perde invece il suo valore quando ha tutte le caratteristiche di un mero gesto simbolico.  

In un contesto ancora troppo ancorato a visioni definite convenzionali, una nota di merito va ad una passerella tutta italiana: la collezione del designer bolognese Marco Rambaldi, classe 1990, da sempre portatore, attraverso il suo lavoro, di un messaggio inclusivo e di accettazione.  

Dal 2017, anno di nascita del brand, ha fatto suoi i temi legati al femminismo, alla lotta contro ogni forma di discriminazione, con l’obiettivo di includere ed empatizzare piuttosto che respingere e isolare. Rambaldi ha fatto vivere al suo pubblico una passerella dove genere, età, etnia e taglia sono considerati confini ormai sorpassati dal punto di vista stilistico, culturale e sociale: ha scelto di esaltare le individualità che caratterizzano i suoi modelli, sottolineandone il valore e l’unicità.  

marco rambaldi
L’idea di moda di Marco Rambaldi è esplorare le soggettività queer.

Ricami e filati hanno così accarezzato corpi diversi tra loro, unici, a sottolineare che la moda è di tuttə, che è necessaria un’inversione di rotta per far sì che si possa assistere ad una riappropriazione del sé e della libertà di essere chi si desidera. Perfino trucco e acconciature sono stati cuciti rispettando le peculiarità di ciascun mannequin al fine di esaltarne l’essenza. In un mondo dove gli standard sono difficili da infrangere ha dato voce e visibilità a minoranze di norma ignorate.  

RambaldiManzia, la collezione presentata durante la spring/summer 2022 ha avuto come protagonista una figura libera, indipendente, padrona del suo io. Una nuova tappa del viaggio iniziato con Manifesto Paradisiaco, collezione presentata nel corso della precedente  fall/winter 2021, che quest’anno ha scelto di partire da Atlantide, intesa sia come non-luogo dal profumo mitologico ma, soprattutto, come memoria dell’Atlantide Occupata, spazio storico di Bologna, città dell’artista, occupato dal 1990 fino allo sgombero del 2015 e divenuto luogo simbolo dell’autodeterminazione delle donne e della comunità Lgbtqai+.

Un progetto che ha dimostrato ancora una volta la volontà di far riflettere; affinché un abito non sia solo una dimostrazione estetica, ma un modo per esprimere la propria identità, perché corpi diversi siano considerati tutti allo stesso livello perfino nell’universo del lusso, luogo esclusivo per antonomasia. Possiamo definirlo un messaggio culturale, che va realmente oltre l’estetico, il desiderio di abbattimento di qualsiasi barriera ideologica prima ancora che fisica. È made in italy genuino, basato su scelte consapevoli, sull’io che diventa noi per abbracciare tutte le sfaccettature del genere umano.  

In una fase tanto delicata di risveglio post pandemico che ci sta facendo desiderare maggiore empatia nei confronti dell’altrə, la visione di Rambaldi ci racconta che la moda può rappresentare un nuovo modo di credere nell’umanità senza distinzioni né preconcetti, che può traghettare verso una storia diversa.  

Un messaggio di inclusività che oggi dovremmo imparare a declinare in tutti gli aspetti del nostro vivere, un messaggio che dobbiamo impegnarci a diffondere e rendere mainstream affinché l’inclusive fashion non rappresenti più solo un sogno ma uno dei cardini dell’ancor più agognato ‘inclusive world’.

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