Non si può non comunicare

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La comunicazione non è solo una colonna portante della nostra epoca, ma un atto necessario e inevitabile nelle relazioni interpersonali, anche quando si sta in silenzio.  

Sara Mangani

Nella Pragmatica della comunicazione umana (1967), Paul Watzlawick scrive: “L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda affollata, o il passeggero d’aereo che siede con gli occhi chiusi, stanno entrambi comunicando che non vogliono parlare con nessuno né vogliono che si rivolga loro parola, e i vicini di solito ‘afferrano il messaggio’ e rispondono in modo adeguato lasciandoli in pace. Questo, ovviamente, è proprio uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è una discussione animata”. 

Breve ma necessaria premessa: la pragmatica, nota anche come la “teoria dell’uso dell’atto linguistico”, costituisce una dimensione comunicativa, che ha il compito di studiare, oltre al  rapporto esistente tra comunicazione, interlocutori e contesto, gli effetti comportamentali che la comunicazione ha sul ricevente e, viceversa , gli effetti comportamentali che la comunicazione del ricevente ha sull’emittente. Senza un contesto, per esempio, lo scambio di informazioni non acquisterebbe significato, dal momento che il contesto è esso stesso, citando Bateson, “matrice di significati”.

Più in generale, la pragmatica si occupa di delineare i percorsi della comunicazione, impiegando un approccio di tipo sistemico, cioè un metodo attraverso il quale noi esseri umani, situandoci al livello della totalità, piuttosto che dei singoli individui, siamo in grado di cogliere la “dinamica di gruppo”, come anche gli atteggiamenti di ciascun membro all’interno di un sistema o un insieme di elementi in continua interazione reciproca.

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Lo psicologo e filosofo Paul Watzlawick

Dall’attento confronto di alcune analisi, i ricercatori (Bateson, Don Jackson, Watzlawick e Janet Bavelas) del Mental Research Institute di Palo Alto, in California, individuarono cinque proprietà, gli assiomi indispensabili ad illustrare certe caratteristiche del funzionamento della comunicazione umana. “Non si può non comunicare” esprime l’enunciato del primo, che qui di seguito tratteremo.

Non esiste qualcosa che non sia un comportamento. Quando decidiamo di non presentarci ad un appuntamento, stiamo comunque dicendo qualcosa di noi a chi ci ha invitato. Analogo discorso vale se scegliamo di rimanere in silenzio in una conversazione. D’altronde, anche il silenzio è una forma di comunicazione. Infatti, a seconda, della situazione, del contesto appunto, può veicolare rispetto e partecipazione (dolore e lutto), o assumere accezioni differenti: facilitante, permissivo, seducente o  imbarazzato. In caso di imbarazzo occorre porre immediatamente dei ripari e modificare la propria trasmissione. 

Esaminiamo per un istante una scena del film Pulp fiction (1994), quella celeberrima in cui Mia Wallace (Uma Thurman) e Vincent Vega (John Travolta) escono per una cena insieme: intorno al tavolo, fra i due si percepisce un profondo senso di disagio (il marito di Uma è capo di Vince e boss mafioso di Los Angeles); cala il silenzio e:

“Non odi tutto questo?” dice Mia, tentando di arginare l’imbarazzo, “odio cosa?” risponde John, “i silenzi che mettono a disagio. Perché sentiamo la necessità di parlare di puttanate per sentirci più a nostro agio?”, “non lo so, è un’ottima domanda”; “è solo allora che sai di aver trovato qualcuno di speciale, quando puoi chiudere quella bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace” prosegue Mia, “beh, non credo che siamo già arrivati a questo, ma non te la prendere, ci conosciamo appena” incalza Vincent, “facciamo una cosa, io adesso vado in bagno ad incipriarmi il naso, tu resti seduto e pensi a qualcosa da dire”, “sarà fatto”.

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Vincent Vega (John Travolta) e Mia Wallace (Uma Thurman) cenano al Jack Rabbit Slim’s | Pulp Fiction, 1994

La gestualità, la corporeità, valori ai quali ha riportato la pandemia Sars-Cov-19- con cui peraltro ci stiamo ancora interfacciando – nonché  la voce sono la base delle relazioni e della comunicazione per il raggiungimento dei nostri obiettivi. Waslawick in persona, nella sua opera, ce lo ha dimostrato riproducendo un episodio di vita comune: due tipi sono seduti fianco a fianco in aereo. Uno dei due sembra avere tutte le intenzioni di chiacchierare con il vicino di poltrona, l’altro ha esattamente l’idea opposta. Il signore che non ha alcuna voglia di parlare può adottare vari comportamenti per arginare la smania del chiacchierone: accettare la comunicazione assecondando il desiderio del vicino di posto; rifiutare la comunicazione ammettendo di non avere voglia di parlare; squalificare la comunicazione accettando il confronto, ma limitando ed invalidando la qualità della discussione; cambiare argomento o mostrare disinteresse, o ancora usare un sintomo per evitare la comunicazione, fingendo di dormire. Egli “siede”, di fatto, “con gli occhi chiusi”.

Il concetto è riassumibile nella formula  comportamento > messaggio: qualsiasi comportamento ha un valore ed influenza il parlante, incapace di non rispondere. Bukowski ha detto: “noi siamo pensiero e siamo linguaggio. Noi siamo linguaggio, e dunque siamo pensiero”. Impossibile e assurdo, perciò, pensare di non potere comunicare.


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