Chi ha paura del grasso?

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Nell’intersezione tra attivismo e studi di genere c’è un piccolo libro che decostruisce la grassofobia e ne denuncia la violenza.

Giulia Sopegno

La giornalista e fat queer activist Elisa Manici quest’anno ci ha fatto un regalo, grazie ai tipi di Eris Edizioni: un contributo in italiano, rigoroso e fruibile, sul fenomeno della grassofobia. Grass*. Strategie e pensieri per corpi liberi dalla grassofobia è un libro che, per molti versi, dà un nome alle cose, squarcia il velo a cui il nostro sguardo è ben addomesticato. La stigmatizzazione della grassezza è una delle istanze più trasversali nelle nostre dinamiche sociali e nei nostri discorsi, talmente profonda e radicata da non essere più rilevata.

Questo breve saggio mette l’accento sin da subito su cosa significhi vivere oggi in un corpo grasso e lo fa senza vergogna, senza vittimismo, senza tossicità. Le persone non grasse leggeranno questa trattazione facendo un passo di lato, ascoltando finalmente una voce a cui è sempre stato tolto spazio vitale e che è stata sempre violentemente silenziata.

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Grass* di Elisa Manici fa parte della collana Book Block – Strumenti di autodifesa culturale | Eris Edizioni

Decostruire la grassofobia è un processo molto complicato. Siamo immersə fino al collo in rappresentazioni della grassezza che sviliscono, discriminano e violano i corpi grassi; sin dall’infanzia apprendiamo retoriche moraliste e violente rispetto alla grassezza che – come evidenzia Manici – è automaticamente valutata come sintomo di stupidità, pigrizia, mancanza di forza di volontà e di controllo. Quando abbiamo a che fare con una persona grassa, senza neppure averne piena coscienza, ci domandiamo la causa della sua condizione e, immediatamente ci diamo una risposta. Non essere grassə in questo sistema ci fa sentire migliori. Non essere grassə ci fa compatire chi lo è, ci fa sentire fortunatə e liberə. Perché?

Lo stigma del corpo grasso, che consiste nel riferire determinati stereotipi negativi ad una data caratteristica fisica, emerge da un impasto culturale di stampo normativo e patriarcale che agisce in modo simile, per esempio, nei confronti della disabilità. All’interno del nostro sistema produttivo e iper performativo, un corpo disabile o, per certi aspetti, un corpo grasso, sono difficili da disciplinare e sfruttare.  

Il corpo come strumento

Nella società occidentale il corpo detiene lo status utilitaristico di strumento, un qualcosa che va modellato in virtù della sua pura funzione produttiva (e riproduttiva). Manici fa proprie le teorie foucaultiane che individuano il potere disciplinare nei processi di autosorveglianza e autoregolamentazione applicandole alla grassofobia. Ne deriva che una persona grassa, che non sacrifica i propri desideri di fronte allo sguardo inquisitore del potere, sfugga a quest’ultimo in maniera pericolosa e vada perciò rimessa subito in riga. Esemplare è il caso delle donne grasse, sottoposte allo sguardo stigmatizzante della società non solo in quanto “fuori taglia”, ma anche in virtù dello sguardo maschile patriarcale (il cosiddetto male gaze), che stabilisce il valore di una donna solo relativamente al proprio desiderio di potere e il proprio desiderio sessuale.

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Un set fotografico del fat queer activist Sugar McD | Instagram

Il corpo grasso – in particolare quello femminile – è respinto, quando non feticizzato, sul piano sessuale, non merita credibilità quando denuncia violenza sessuale, è respinto in ambiti lavorativi che prevedono contatto con il pubblico, è discriminato dal sistema sanitario che riconduce la maggior parte delle diagnosi al peso, concedendo le cure solo dopo aver imposto le diete dimagranti (fallimentari nel 90-95% dei casi). Insomma, la grassezza nel nostro mondo è disfunzionale e dunque si guadagna violenze, insulti, microaggresioni di ogni tipo. Ma il punto risiede nel fatto che noi abitiamo il nostro corpo, non si tratta semplicemente di una massa inerte che ci portiamo appresso e che sfruttiamo al bisogno, noi siamo il nostro corpo e modificarlo equivale a modificare noi stessə.

Queerness

Una delle parti più interessanti del saggio di Elisa Manici è il tentativo di ricostruzione della storia del fat activism, ovvero di tutte quelle esperienze militanti e di movimento che hanno avuto un ruolo fondamentale nel creare lo spazio per parlare di grassezza in senso politico. Un lavoro complicato che in pochə hanno provato a fare in maniera sistematica, data la difficoltà nel reperimento dei materiali (zine, articoli, volantini, etc..). Attraverso le intuizioni e le teorie di studiose come Kathleen LeBesco, Charlotte Cooper ed Allyson Mitchell, viene illustrata l’affinità tra attivismo grasso e attivismo LGBT+ dagli anni ‘90 ad oggi.

I discorsi sul corpo grasso sono diventati così anche discorsi sulla sua sessualità: è infatti soprattutto nella sfera del desiderio e del piacere che il grasso ha connotazioni che sfidano la normatività. Gli standard di magrezza promossi dalla nostra società definiscono cosa è desiderabile e cosa no, cosa è decoroso e cosa invece è volgare, cosa si può mostrare e cosa è necessario nascondere. Determinate correnti dell’attivismo grasso hanno dunque definito il sesso fat come inevitabilmente queer, giacché sfida e oltraggia le norme eteropatriarcali che non lo rappresentano come sessualmente appetibile.

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Fare coming out come persona grassa significa accettare il proprio corpo e pretendere che anche gli altri facciano lo stesso | Unsplash

Tra sovrapposizioni ed intersezioni, tuttavia, fat activism e fat queer activism andranno distinguendosi su un punto di fondamentale importanza: il primo utilizza un discorso assimilazionista, ovvero rivendica l’inclusione della categoria di grassezza entro un paradigma che rimane sovradeterminato. Il secondo invece, per via della presenza di moltə attivistə gay, lesbiche, trans e non bianche, apporta perlopiù istanze di disobbedienza, disturbo e resistenza al sistema. Abbiamo sentito sempre più parlare, forse in maniera troppo acritica, di body positivity o modelle curvy, dimenticandoci la lezione della filosofa femminista Audry Lorde per cui “gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”. Probabilmente il fat queer activism porta alla luce una delle grandi aporie del nostro tempo: abbiamo davvero bisogno di un diritto alla rappresentazione entro un sistema che non potrà mai rappresentarci senza prima averci appiattito e omologato?

Questione di quantità

Le note a margine di questo libro sarebbero infinite, risulta infatti un eccellente strumento per scavare nelle profondità delle nostre idee e dei nostri atteggiamenti preconcetti. In particolar modo, il testo è un disarmante smascheramento – l’ennesimo – delle ingiustizie patriarcali. Non è un caso che la maggioranza delle attiviste fat siano donne (o socializzate come tali), non è un caso, ancora una volta, che siano le donne a sviscerare il discorso sul corpo.

La lotta alla grassofobia (che investe anche gli altri generi) è figlia della lotta femminista, motivo per cui questo contributo è così prezioso: la sua natura intersezionale individua il filo rosso che accomuna le forme di oppressione delle donne. Non vi è dubbio sul fatto che molte delle discriminazioni e delle violenze misogine a cui quotidianamente assistiamo affondino le loro radici nella paura. Poche cose fanno paura quanto una donna che occupa uno spazio eccessivo, che si alimenta e gode in maniera eccessiva, che prolifera oltre i rigidi paletti che una determinata cultura ha imposto, o che è sovversiva – anche solo rispetto ai canoni estetici – senza che se ne vergogni o che ne renda conto a chicchessia.

La venere di Willendorf è conservata al Naturhistorisches Museum di Vienna

Sappiamo poi come, in epoca preistorica, idoletti di veneri steatopigie (letteralmente “dai fianchi larghi”) fossero oggetto di varie forme di venerazione e rispetto. Il potere dell’abbondanza di un corpo connotato come femminile è oggi un segreto da dominare. Come Manici riporta, citando un saggio tratto da Il peso del corpo (1993) di Susan Bordo, gli appetiti delle donne richiedono contenimento e controllo, mentre l’abbandono maschile ad essi è legittimato e incoraggiato. Osserviamo le conseguenze nefaste di questo dualismo, dettato dal doppio standard, nelle vite infelici e marginalizzate di molte persone grasse. Persino la patologizzazione riservata a molte condizioni di alimentazione disfunzionale è problematica, perché ne offusca completamente l’aspetto politico; ovvero, se a soffrire di DCA sono al 96% donne, allora il problema è sistemico e sociale. 

Insomma, rinnovato l’invito alla lettura, ci auguriamo che queste 60 pagine spalanchino le porte a quelli che saranno gli studi futuri anche in ambito accademico nostrano (dal momento che la maggior parte, per ora, ha origini statunitensi), affinchè si spingano ad occupare tutto lo spazio che richiedono e che finora è stato negato.

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