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Rosa di nuova generazione: blu per le bambine e millennial pink

Nell’ultimo secolo il rosa è stato strumentalizzato per rinforzare la differenza tra il genere maschile e femminile. Poi, è arrivato il Millennial Pink. Ma qual è la percezione attuale di questo colore? E qual è la storia che ha portato a vedere il rosa come un colore da donna?

Millennial Pink

Il rosa negli ultimi vent’anni è stato molto presente nelle nostre vite, o almeno rispetto a quelle delle generazioni passate. Nel 2016 il colore Pantone dell’anno fu il Rose Quartz. Questa tinta derivava da quello che su Tumblr nel 2012 era chiamato Millennial Pink. Il colore prendeva il nome dalla stessa generazione dei millennial che fece aumentare drasticamente le vendite di vino rosé. Questo colore nel 2014 fece parte della palette di The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson e nelle collezioni primavera/estate 2017 venne usata da Gucci, Balenciaga, Valentino e Calvin Klein. Il Millennial Pink stava incrementando la vendita di prodotti in diversi settori, ed aumentava per chiunque la propria visibilità su Instagram.

Questo rosa, più tenue del Barbie Pink di Paris Hilton, secondo la stampa americana ha funzionato così bene per la generazione Y perché è androgino, è camp, è genderfluid, è tenue: è un non-colore, eppure è rivoluzionario. Sicuramente siamo stata la prima generazione, almeno in Occidente, ad interiorizzare le tematiche di genere anche al di fuori dell’ambiente Lgbtq+. Se questo è successo è anche grazie al rosa, citato e utilizzato impunemente anche nella trap italiana, da Toni Effe a Rosa Chemical.

Il genere del rosa

Per tornare alla domanda iniziale, e cioè a cosa si pensa quando si parla di rosa, è proprio il suo genere. Sebbene negli ultimi vent’anni molti genitori si rifiutino ormai di caratterizzare il genere delle proprie figlie e figli con dei colori, la supposta tradizione del blu per i maschi e il rosa per le femmine resta ancora in vigore per l’industria dei giocattoli e dell’abbigliamento. Il rosa millennial, negli ultimi anni, ha riunificato questa scissione che non ha nulla di ancestrale, ma ha una storia ben precisa e tutta novecentesca.

Il blu per le bambine

Nel 1914, il «The Sunday Sentinel» consigliava di utilizzare il blu per le bambine e il rosa per i maschi, esattamente il contrario di quello che potrebbe capitare oggi. Per secoli, in Occidente, il colore rosa era semplicemente una versione pallida del rosso, e non era definito con lo stesso nome del fiore, ma si chiamava “incarnato”, in riferimento al colore della pelle dei bianchi europei. L’azienda americana Crayola, nel 1962 comprese l’eurocentrismo di questa definizione e modificò il nome del suo pastello rosa carne in rosa pesca. Per quanto riguarda la simbologia di genere, solo con l’influenza del Romanticismo il rosa si accosta alla donna, facendo un parallelo tra la delicatezza di questo colore con alcuni stereotipi sulla femminilità come presunte dolcezza e tenerezza.

Eppure, prima dell’ondata romantica, per quanto riguarda l’abbigliamento, la situazione si capovolge. Il rosso, colore forte, dal processo di tintura costoso, fu per secoli il colore del potere: imperiale, ecclesiastico e patriarcale, ed era perciò adatto all’abbigliamento dei ragazzi. Intanto, per secoli le bambine europee e le donne medievali e di epoca moderna avevano vestito di blu, in onore al manto di Maria di Nazareth. Questa differenza durò fino almeno al 1918, anno in cui uscì un altro articolo, pubblicato dal Earnshaw’s Infants Department, dove si consigliava il rosa per i ragazzi perché simboleggiava forza e audacia, e il blu per le bambine perché carino.


Il consumo del rosa

Proprio a partire dagli inizi del Novecento, lentamente, la tendenza iniziò a cambiare per questioni di marketing. Differenziare i colori sulla base del genere del piccolo consumatore rafforzava sia la visione binaria del genere che la probabilità di far acquistare prodotti in più alle famiglie. L’industria del design ha approfittato anche di una questione biologica, che prima degli esperimenti sul daltonismo non era presa in considerazione dalla simbologia occidentale dei colori. Gli esseri umani affetti da daltonismo sono infatti circa l’8% della popolazione maschile, un dato molto alto che ha spinto i produttori di oggetti culturalmente considerati maschili ad utilizzare le tinte del blu per assicurarsi che il 100% dei propri consumatori vedessero i colori dei propri packaging.

A partire dal 2005 l’artista sudcoreana JeongMee Yoon ha lavorato al The Pink and Blue Project, fotografando le camerette total look di bambine e bambini di tutto il mondo, dimostrando come la sovrapproduzione di oggetti dal colore genderizzato abbia indubbiamente influito sui desideri delle famiglie. Il binarismo di genere è ancora applicato ai colori, ma non come un tempo. L’ondata di rosa millennial ha sicuramente aiutato a superare l’idea che il rosa non fosse per tutti i tipi di genere, che questo fosse cisgender, transgender, non binario o altro ancora.


Pinkwashing

Eppure, le polemiche sulla simbologia del rosa non sono ancora terminate, e sono ancora legate al conflittuale mondo del consumismo: nel 2016 l’associazione di San Francisco per la prevenzione e la cura del cancro al seno Breast Cancer Action ha coniato il termine pinkwashing, protestando contro quelle aziende che promuovevano raccolte fondi per la ricerca sul cancro pur utilizzando prodotti cancerogeni. Il termine è nato prendendo spunto dal greenwashing, processo per cui dei prodotti “verdi” sono venduti auspicando una produzione che non è davvero sostenibile.

Il termine pinkwashing è entrato anche nel lessico femminista, per criticare le piattaforme che propongono al target giovane e transfemminista degli oggetti e dei contenuti culturali dal povero valore politico per mero scopo di lucro. Le aziende e il mondo della comunicazione hanno approfittato dell’appropriazione del colore rosa da parte delle nuove generazioni queer, spesso sbagliando rotta, vedendo il rosa come un prodotto industriale e non come l’incredibile prodotto culturale che è.

Il rosa è amato da tante persone, soprattutto nel nuovo millennio, ma ancora ci si stupisce a scoprire quanto sia stato strumentalizzato nell’ultimo secolo. Non troppo lentamente un nuovo concetto sta entrando a far parte della nostra cultura: il rosa è di chiunque.


FONTI

Why Millennial Pink Refuses to Go Away (The Cut)

EXTRA

“Mai. Raramente. A volte. Sempre” è un film necessario

Fantascienza e sessualità weird in High Life