Il riflesso delle paure

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Pubblichiamo un racconto estratto da “Queerfobia – Storie di odio quotidiano”. Ringraziamo D Editore per la gentile concessione. 

Porpora Marcasciano


La storia di vita che segue è tratta da “Queerfobia – Storie di Odio quotidiano” un progetto realizzato da Giorgio Ghibaudo e Gianluca Polastri. Il libro racconta episodi e riflessioni di persone che hanno subito discriminazioni in quanto omosessuali, bisessuali, transessuali o soggetti non binari, semplicemente per il fatto di esistere.

Raccogliere testimonianze, trasformare l’odio in poesia, arte e creatività è uno dei modi per disinnescarlo. “Queerfobia” vuole essere uno strumento per prendere consapevolezza e avvicinarci a realtà che possono sembrarci molto lontane. Accettare le differenze significa combattere in prima linea per un cambiamento dal basso.

Invitiamo a sostenere l’operato dell’editore. Parte del ricavato della vendita andrà devoluta al progetto Accogliamoci, promosso da Arcigay Torino e volto ad aiutare le persone richiedenti asilo e migranti (ma non solo) che siano statə perseguitatə o vittime di queerfobia.

Redazione Cicles Magazine


Il riflesso delle paure
di Porpora Marcasciano

I miei ricordi, le mie fantasie tra favole e incubi, tra i miei castelli incantati e la dura realtà una corsa ad ostacoli legata fondamentalmente alla mia identità che non ha mai trovato rispondenza nella cultura patriarcale. Fin da bambino ho sempre avvertito una strisciante ostilità nei miei confronti che a volte si manifestava in vere e proprie aggressioni. Oggi verrebbero ricondotte sotto l’ombrello del “bullismo” ma all’epoca esse non avevano nome, erano semplicemente scontate e quasi sempre giustificate. Mi chiamavano femminuccia per rimarcare un mio chiaro segno caratteriale, forse anche fisico. Poi, man mano che crescevo questa percezione sempre più chiara e manifesta diventò una costante. 

A essa ci feci l’abitudine sviluppando gli anticorpi necessari per non soccombere. Ma prima che cominciassi a sviluppare i miei anticorpi, il ricordo nitido era la tendenza a nascondermi, rifuggivo dalle situazioni collettive in cui potevo essere additata come la femminuccia. Ne passò di tempo prima di riuscire a calibrare la giusta risposta perché non era e tutt’ora non è semplice rispondere a un mondo che ti circonda, a un sistema che ti avvolge a una cultura che ti annulla perché ne sei parte. La mia risposta a quella ostilità si chiama coscienza che mi fece capire che la migliore arma di difesa era l’attacco. Quando compresi profondamente che tutto il sistema che mi circondava era produttore e riproduttore di pregiudizio, quindi di esclusione, quindi di violenza e di conseguenza non potevo essere vittima altrimenti ne sarei stata complice. 

Dovevo spezzare quel circolo vizioso che mi collocava in una condizione di subalternità e debolezza, di vittima predestinata. Non ci stavo, non volevo e non potevo. Giurai a me stessa di non lasciar correre e quando tale giuramento, insieme alle mie amiche froce, divenne collettivo, il rapporto di forza si capovolse. Da quel momento cominciai a divertirmi perché, non abbassando più la testa di fronte all’ingiuria e all’aggressione, i miei aggressori reali e potenziali, restavano sorpresi e interdetti da quelle reazioni. Da secoli essi davano per scontato e giusto quel rapporto di forza, pensando che fosse naturale e perpetuo ma poi si son dovuti ricredere. 

“Fui talmente ferita che mi prese un senso profondo di angoscia e paura

Il problema più grosso resta però l’introiezione del vittimismo, è quando l’aggressione si percepisce come scontata che si diventa prede. Di atti aggressivi e violenti ne ricordo diversi, ma quelli che mi restano dentro che hanno lasciato le cicatrici sono relativi alla violenza psicologica più che quella fisica. In primo liceo ero in una classe affollatissima, composta da trentacinque studenti. Tra i vari insegnati c’era una professoressa di Lettere che affondò così violentemente il suo coltello nella piaga da lasciarmi il segno per anni. Durante la sua lezione, chiacchieravo divertita con la mia vicina di banco, cosa del tutto scontata a quella età. Improvvisamente fui ripresa con acredine e acidità che mi tolsero il respiro. «Marcasciano, sei sempre a chiacchierare come una donnicciola, dovresti vergognarti per questo tuo modo di fare fastidioso! Ora ti alzi e leggi il capitolo di oggi. Sai almeno a che pagina siamo?!» 

L’intera classe scoppiò in una fragorosa risata, da qualcuno arrivò anche il classico odioso gridolino ed io rimasi basita. Fui talmente ferita che mi prese un senso profondo di angoscia e paura. La voce mi si abbassò di colpo e le parole stentavano ad uscire, non riuscivo a leggere tantomeno a proferire parola, mentre la professoressa divertita rigirava il coltello nella ferita. «Cosa fai, non leggi? Visto che sei così pettegolo come le donnicciole perché ora non parli?». Era la prima volta che l’emozione mista ad angoscia mi ammutoliva, era il buongiorno all’entrata nell’adolescenza, la fase più delicata della nostra vita. Da quel giorno e per gli anni a seguire parlare in pubblico era diventato per me impossibile, un incubo, una vera e propria ossessione. Non dormivo la notte al pensiero di poter essere interrogata o interpellata anche solo per una cazzata. Volevo scappare dalla scuola, chiudermi in casa e capivo di non poterlo fare. 

Fu convocata mia madre a cui fu prospettata una situazione assurda, le fu detto che avevo delle fobie con relativi problemi di socializzazione, trasformando il problema in un vero e proprio dramma. A mia mamma veniva ripetuto, non solo da quella criminale, ma anche da altri professori che in me c’era un “certo non so che” era questa la dicitura che puntuale emergeva, che infastidiva. Rimanevo stupita e incredula non riuscendo a capire cosa intendessero per “un certo non so che”. Ci arrivai negli anni della coscienza e la risposta era chiara, scontata: ero frocia! 

Pensare che quella paura mi ha accompagnato nella vita penalizzandomi per anni nel parlare pubblicamente. Col tempo ho trasformato quella paura in coraggio, quella vittimizzazione in Orgoglio e chiacchierare come una donnicciola in pubblico mi diverte, mi appassiona, mi gratifica. Cosa successe anni dopo è da raccontare perché emblematicamente rappresenta la realtà di tutti i poveri umani che inconsapevolmente sono vittime di quel sistema. Successe che mia sorella che viveva nella stessa città della capò, entrò casualmente a far parte niente poco di meno che dello stesso giro di amicizie della professoressa. Mia sorella mi raccontava della nuova amicizia, del figlio unico della signora che faceva il notaio, una buona posizione e orgoglio di famiglia. Poi un bel giorno la professoressa si ammalò, pian piano si chiuse in casa e poi fu ricoverata in clinica a causa di un esaurimento nervoso! 

Queerfobia – Storie di odio quotidiano raccoglie testimonianze, racconti, poesie e illustrazioni | D Editore

Tutti si chiedevano la causa di tale esaurimento visto che la stessa, apparentemente non ne avrebbe avuto alcun motivo. Poi la confessione, assurda e paradossale, perché la causa del forte stress emotivo che stroncava la gioia della rampante genitrice era l’omosessualità, per giunta dichiarata, del suo figlio maschio. Potrei dire che chi la fa l’aspetti! Penso piuttosto che ad essere vittime di omo e transfobia, non era solo il figlio simbolo, ma la società allargata perché essa, la fobia o le fobie, colpiscono improvvisamente, quando meno te lo aspetti, chiunque su quanto abbiamo di più caro e intimo. La notizia avrebbe potuto divertirmi ma mi rattristò parecchio, facendomi pensare ai danni, al dolore, ai problemi che quel pregiudizio crea nel mondo.

La questione viene spesso riportata sul piano di natura/contronatura ma a pensarci bene, più che la natura, a creare storture, è molto più verosimilmente la cultura, quella chiusa ed escludente che miete più vittime di una guerra. Un alunno, una classe, una professoressa, un figlio, una collettività che produce dolore ma per fortuna anche favolosi rimedi. E tra le favolosità che rimediarono a quelle assurde mostruosità, penso alle vendette, alla nostra riscossa gaia che ho amorevolmente riportato in Antologaia: Albertina non accettava provocazioni, rispondendo per le rime a tutti coloro che si sentivano in diritto di prenderci in giro, in un periodo in cui l’opinione diffusa era che una frocia potesse e dovesse essere presa in giro, incassare la beffa e stare zitta. Diciamo che con Albertina questa situazione si ribaltava e l’effetto sorpresa che ne scaturiva veniva tutto a nostro favore.

“avevamo deciso che la miglior difesa è l’attacco

Una sera, mentre passeggiavo favolosamente con lei in una stradina del centro, incontrammo una classica coppia, di quelle in cui lei “bella figa ce l’ho solo io” e lui super maschio “sono er mejo de tutti” con un pastore tedesco a loro seguito. Il bullo, per dimostrare a lei e a noi tutta la sua virilità, cercò di spaventarci aizzandoci contro il suo cane che però non raccoglieva. Lui cer-cava di farlo giocare lanciandogli dei sassi verso di noi, che noncuranti continuavamo la nostra passerella, ma siccome l’intelligenza del cane non coglieva quella esagerata del suo padrone, er bullo per farlo eccitare cominciò a girarci intorno correndo. Il cane giocando gli morse le caviglie fecendolo rovinare paurosamente a terra con una gran craniata sul cofano della macchina. 

La brutta figura sembrava consumata, ma l’Albertina, ondulante più che mai, fece dietrofront: «’A Porporì, tornamo indietro!», e quando si ritrovò tra la bella figa e il povero scemo ancora a terra, dopo aver guardato lui con sufficienza, si rivolse a lei ridendo: «Ah Bella, sta attenta a tu’ marito che s’ammazza!» […] Di solito concludevamo la serata a Monte Caprino, storico luogo di incontro e battuage gay dove noi andavamo più che per rimorchiare per incontrare altre amiche. Gli incontri tra amiche avvenivano di solito a piazza Beatrice “Ciuuuenci”, con la “u” aggiunta e prolungata come noi l’avevamo ribattezzata. 

Era quello l’unico luogo di tutta la storica zona a essere un po’ più illuminato. Ogni luogo di Monte Caprino era stato ribattezzato in versione gaia, c’era quindi la stanza delle orge, il viale del tramonto, er Passetto der Vaticano – un passaggio stretto e sconnesso che portava nell’anfratto delle orge, sopra un dirupo denominato così perché da esso più di una volta sono cadute delle finocchie che portate al pronto soccorso si scopriva essere preti del Vaticano – la Rupe Tarpea, che sovrastava i giardini, dall’alto della quale, una sera, un gruppo di zelanti coatti romani decise, come succedeva spesso, di rompere le ovaie alle finocchie. Di solito l’arrivo di quelle bande, anche se composte da poche persone, provocava un fuggi fuggi generale delle finocchie. In un attimo Monte Caprino diventava deserto. Diciamo che noi cercammo di invertire la tendenza e quando arrivavano gli stronzi noi gli andavamo incontro perché avevamo deciso che la miglior difesa è l’attacco. E così fu quella sera!

Di solito la ritirata delle finocchie era annunciata da Godezia, una vecchia frocia romanaccia, venditrice di pesce al mercato di Campo de’ Fiori, abituale frequentatrice del posto, che gridava: «Nnamo belle, su su… tutte a casa che so’ arrivate ‘e donne (riferito a noi, nda) e cominciano i casini». I gradassi lanciavano sassi dalla rupe, divertiti ridevano a squarciagola soddisfatti di aver messo in fuga centinaia di frocie, ma non certo noi che li aspettammo invece all’uscita. Il camminare più sinuoso del solito di Albertina e il suo bastoncino battuto nervosamente dappertutto non lasciavano presagire nulla di buono. I balordi, soddisfatti della bravata, si avvicinavano all’uscita dove inaspettatamente trovarono cinque frocie che non erano scappate. 

Continuavano ad alzare la voce a sbraitare come minaccia e invito alla fuga ma io, Albertina, Lucy, Teresa e Cocca stavamo lì tranquille, senza peraltro aver programmato un’azione precisa. Quando giunsero a tiro, Albertina, come una gatta selvaggia, si avvinghiò addosso a quello che sembrava il capo, arrampicandosi dalle gambe, su per le spalle e il torace fino ad arrivare sul capo impartendogli un’infinità di colpi di bastone, mentre urlava e graffiava. Il balordo, colto all’improvviso, cominciò a urlare cercando di strapparsi Albertina di dosso. I suoi due complici, sorpresi e spaventati, se la diedero a gambe inseguiti da noi, mentre quello sotto le grinfie di Albertina urlava: «Aiuto! Lassame perde’ che c’ho i precedenti», e pensando di essere incorso in una banda di altri balordi cercava di spiegarsi: «Ma io so’ maschio, nun c’entro un cazzo!», e mentre lo massacrava di graffi, morsi e pugni, Albertina rispondeva: «…e io so’ donnaaa».

Quelle erano dolci e languide vendette: avere tra le mani uno stronzo che la pagava per tutti quelli che da sempre lo avevano fatto a noi. E quella non fu l’unica. Avevamo deciso che nulla, ma proprio nulla, sarebbe restato impunito. 

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In copertina: Dettaglio dell’illustrazione di Alessio Villotti