Contagio Horror

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I film horror sono cambiati e hanno la capacità di raccontare i problemi del contemporaneo reinventando le logiche del cinema.

Pauldavid Ligorio

Un rapido sguardo sugli ultimi dieci anni cinematografici ci mostra una cosa semplice quanto evidente: l’horror, da genere di nicchia per pochi appassionati, è entrato con prepotenza nei palinsesti mainstream e nelle classifiche della critica in superficie. Tutto è partito con James Wan, un regista che è stato capace di trasformare l’horror in un prodotto di consumo tra gli altri, con film come Insidious (2010) e The conjuring (2013). Il suo riuscito tentativo di cristallizzare gli stereotipi del genere ha generato un manierismo che ha saputo regalare pellicole devote alla causa, come Sinister (Scott Derrickson, 2012), ma anche pensate per strizzare l’occhio a un pubblico dalle pretese più viscerali, si vedano la serie sulle bambole assassine come Annabelle (John R. Leonetti, 2014) o Ouija (Stiles White, 2014).

Di cosa stiamo parlando

Per quanto un certo horror non sia mai riuscito a distaccarsi da questa tendenza dal sapore di popcorn del multisala, ad esempio il pessimo The Nun (Corin Hardy, 2018), qualcosa è fortunatamente cambiato. Horror non vuol dire più semplicemente soddisfare delle esigenze basse, ma sviluppare un senso critico rispetto a tematiche del contemporaneo e trovare piacere nello stimolare la riflessione razionale che segue alla paura e allo spavento. Insomma, il pubblico del cinema è maturato abbastanza per concepire pellicole horror che sappiano soddisfare anche il cervello; e spaventarsi non basta più. Quando uscirono film come Babadook (Jennifer Kent, 2014) e The VVitch (Robert Eggers, 2015) qualcuno gridò al miracolo, e ancora oggi, dopo anni dalla loro uscita, c’è chi riconosce che l’horror ebbe il suo rinascimento. Ma cosa li rese così diversi dall’immondizia che infestava i cinema in quegli anni?

Le differenze centrali, e funzionali per questo discorso, risiedono nel riconoscere un differente statuto stilistico e una diversa intenzione di questi film. La maggiore ricercatezza del racconto, l’orrore pervasivo e quasi metafisico che accompagna la visione e l’inserimento diabolico della dimensione del trauma, producono l’esigenza di una diversa esperienza di vecchie sensazioni. Film come Hereditary (Ari Aster, 2018) e It Follows (David Robert Mitchell, 2014) ci parlano di paure recondite, ma drasticamente reali, come il dramma di una perdita in famiglia e lo stalking. Dunque l’horror contemporaneo piuttosto che puntare al terrore grazie ai soliti fantasmi vestiti di bianco, i demoni killer o i bambolotti posseduti, punta a mostrare nuovi orrori in nuovi aspetti della realtà, che prima d’ora non avevano ancora trovato una collocazione precisa. Basti pensare al caso emblematico del cinema di Jordan Peele, autore di Get Out (2017) e Us (2019), che esplora dal punto di vista della comunità afroamericana la questione del razzismo endemico negli States. Un tema che fino ad ora non aveva trovato un simile spazio, e tanto meno nell’horror. A tal punto che questo stile è diventato oggetto di repliche e tentativi simili di mettere le preoccupazioni antirazziste al centro di racconti dell’orrore, è il caso del già trattato su queste pagine His House (Remi Weekes, 2020) e il controverso Antebellum (Gerard Bush e Christopher Renz, 2020).

Dal momento che quando si parla di questa nuova scena horror i film citati sono, a ragione, sempre gli stessi, e coincidono con quelli riportati qui sopra, si tenterà una ricognizione più ampia; con l’obiettivo di proporre pellicole alternative che potenzialmente riescano sia ad inserirsi nel nuovo horror sia ad abbatterne ulteriormente i confini, andando ad abbracciare generi, stili e tematiche diverse, nella maniera più innovativa possibile.

Virus

Ben prima che scoppiasse l’emergenza COVID-19 uscirono diverse pellicole a tema epidemia di massa. Il più famoso, tornato sfortunatamente alle cronache, è il profetico Contagion (Steven Soderbergh, 2011), ma sul tema c’è anche il meno visto Outbreak (Wolfgang Petersen, 1995). Entrambi i film si preoccupano del destino di un’umanità alle prese con una pandemia; e il punto di vista è quello di virologi o alti funzionari impegnati in un intenso lavoro di cooperazione internazionale per scongiurare la catastrofe. Ma che dire di coloro che osservano e vivono una simile tragedia ai margini, completamente isolati e inconsapevoli di ciò che sta potenzialmente succedendo nel mondo? È ciò che racconta It comes at night (Trey Edward Shults, 2017) seguendo la vicenda drammatica di una famiglia costretta a sopravvivere in un mondo post-pandemico. Ciò che stupisce di questo film è la completa estraneità dalle tipiche visioni che tutti quanti abbiamo visto durante l’ultimo anno: del virus non si sa nulla, il mondo esterno non è mai mostrato e tutta la vicenda si svolge all’interno di una casa sperduta nei boschi. Manca completamente l’apparato infodemico che traccia e racconta gli sviluppi dell’epidemia, facendo intuire che la situazione è ben più grave di quel che si possa pensare. Il tutto si risolve nell’attesa terrificante che qualcosa accada, eppure non succede quasi nulla, se non la cosa più spiacevole di tutte: un membro della famiglia rimane infettato dal virus, e non ci sono molte alternative per porvi rimedio…

Danielle Riley Keough (Kim) in It comes at night | A24

Mostrini e mostroni

Cosa potrebbe andare storto nel cercare casa in affitto attraverso un’agenzia immobiliare? Il senso di Vivarium (Lorcan Finnegan, 2019) sta tutto nel prologo ornitologico. Il Cuculo è un uccello che depone le uova nel nido di uccelli di altre specie per togliersi la fatica di allevare la propria prole. Per questo è definito un parassita dei nidi, particolarmente dannoso e in qualche modo crudele. Quando la coppia dei giovani Gemma (Imogen Poots) e Tom (Jesse Eisenberg) si ritrova intrappolata in un labirintico quartiere residenziale, fatto di villette a schiera verdi pastello e cielo da cartonato televisivo, con l’impegno imposto di dover badare al piccolo Martin, l’orrore prende la forma di una vita indesiderata. In questo caso l’horror intraprende un perfetto sposalizio con il surrealismo e gli esiti a cui approda sono una profonda critica ai rigidi modelli di una società che ci vorrebbe interpreti di madri e padri di famiglia modello. In un certo senso il meschino venditore di case, pronto a tutto pur di sistemarti è in realtà un essere alieno, perfettamente adattato e simbionte alla miseria delle dinamiche capitaliste.

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Yonder, quality family homes, forever! | Vivarium | Notorious Pictures

Ma non solo il thriller, anche il monster movie si è dovuto rinnovare per rientrare in questo nuovo ambiente cinematografico. Certo, alcuni film non possono che funzionare attraverso l’effetto rollercoaster, il caso della serie inaugurata dal nuovo Godzilla (Gareth Edwards, 2014) è emblematico. Ma provate a dare una chance a Underwater (William Eubank, 2020), pellicola che molti considererebbero di serie b. Come già fatto notare, da una parte ritorna il tema dell’aniconismo lovocraftiano, dall’altra ci si addentra in una scrittura che prova a scolpire un passato sentimentale della protagonista (Kristen Stewart), fortemente legato al tema del trauma, ricalcato da una cinepresa che difficilmente riesce a staccarsi dal suo volto. Ma c’è anche spazio per il tema ecologico. Il mostro non è tanto una punizione divina contro la hybris umana, quanto un problema reale, un ostacolo alla ricerca di soluzioni contro il riscaldamento globale. Potrebbe sembrare una forzatura far rientrare un film di questo tipo nella nuova concezione dell’horror, eppure è proprio ciò che si vuole sostenere: la nuova tendenza sta ridefinendo più generi e prospettive del cinema contemporaneo.

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Kristen Stewart interpreta la tecnica dei circuiti Norah Price in Underwater | 20th Century Fox

Reliquie

Il più decisamente pertinente in questa disamina e tra i migliori film visti di recente è l’australiano Relic (Natalie Erika James, 2020). Questo film, condito a crudo con tutti gli elementi mainstream dell’horror (sì, c’è anche il jump-scare), è la prova del nove perfetta per definire il nuovo horror. A fianco di una narrazione ridotta all’osso, le atmosfere lugubri e il costante giocare con l’ambiguità delle situazioni, riscontriamo la volontà di trattare il tema della malattia mentale, l’intimo rapporto tra genitrici e figlie e l’accettazione serena, seppur sempre perturbante, della morte.

Inizialmente tutto spinge a farci credere che la povera signora Edna (Robyn Nevin) sia vittima delle persecuzioni di un’entità soprannaturale, anche attraverso la rappresentazione esplicita di sagome nere e cadaveri ambulanti. Questa credenza viene rafforzata dal ricorrente sogno della figlia Kay (Emily Mortimer), in cui assistiamo alla decomposizione di un corpo brulicante di muffa, lo stesso che Edna si ritrova sotto il letto. I due livelli ontologici collimano. Il sogno e la realtà bruta s’intrecciano e confluiscono in alcune delle sequenze di climax più allucinanti degli ultimi dieci anni: il labirinto nel lato nascosto della casa. La nipote di Edna, la giovane Sam (Bella Heathcote), spostando qualche scatolone, scopre una soglia verso l’impensabile che porterà a un epilogo inaspettato. È in questo punto che comprendiamo l’identità sottesa fin dall’inizio. Non è la casa ad essere infestata o Edna perseguitata: è Edna stessa la casa, e il mostro che la perseguita la malattia mentale. Il decadimento del suo corpo va di pari passo con l’ammuffirsi delle pareti. Ecco dunque la potenza del sogno premonitore, dei misteriosi bigliettini iperstiziosi sparsi nella casa (“i muri si restringono”), così come anche della misteriosa reliquia responsabile degli accadimenti.

Quest’ultima rimanda in qualche modo al cristallo/cuore del pregiatissimo Madre! (Darren Aronofsky, 2017) con il quale Relic condivide sia la stessa forza eerie, sia una concezione labirintica dello spazio e del sentimento, e anche una certa circolarità del tempo, soprattutto nel finale che non sarà qui svelato.

Oltre la soglia in Relic | IFC Midnight

Il quadro teorico

In generale il pubblico di questi film sembra soddisfatto di poter assistere a produzioni di questo tipo. A prescindere dal gusto personale, è innegabile che si tratti di pellicole di alta qualità, che chiaramente devono adattarsi a un mercato sempre più esigente e stringente. C’è chi si ostina ancora a basare le proprie critiche sulla base delle dinamiche di mercato e sull’assunto che meno soldi e meno pubblico equivalga a una maggiore qualità del prodotto.

Non è infatti un caso se in merito alla questione del nuovo horror c’è chi ha sostenuto posizioni contrarie a un riconoscimento pacifico dell’elevato statuto artistico di queste opere, arrivando alla definizione di gentrified horror. Questa pozione sostiene che l’esigenza delle case di produzione di ampliare il pubblico dei film horror per generare profitto si è accompagnata a una sorta di tradimento dell’horror classico. Il metro di riferimento è ancora una volta La notte dei morti viventi (George Romero, 1968) e la questione ruota attorno a due punti: l’horror come genere sovversivo e indipendente e il carattere implicito dei temi politici presentati. Per farla breve: il riferimento antirazzista di Romero non fu consapevole e dunque maggiormente valevole, mentre Jordan Peele calca la mano, quasi in maniera forzata, per ottenere una sorta di consenso da parte del pubblico.

Il riferimento a certi temi in maniera esplicita sembra dunque turbare una certa critica, e forse è proprio il senso di questi film. Nel contesto di un dibattito sociale continuo e perenne come quello attuale, nel quale non si discute semplicemente di quanto sia bello un certo film, ma che acquista spesso toni forti e violenti, il cinema e il gusto non possono che rispecchiare questa esigenza di chiarezza e superficialità, di maggiore immediatezza sia nel rilevare determinati problemi e sia nel volervi porre rimedio con soluzioni adeguate e il più velocemente possibile. Non è questione di valori, si tratta semplicemente di accettare di buon grado il cambiamento e disfarsi di quel linguaggio che ancora definisce borghesi gli spettatori che hanno apprezzato Midsommar (Ari Aster, 2019).

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