essere senza casa

Home, weird home! Sulla condizione di essere senza casa

Ponendosi come analisi culturale del reale, Essere senza casa (Didino, 2020) offre un possibile orientamento, un’ulteriorità di senso in tempi strani, che mutano in modo spaventosamente rapido sotto i nostri occhi. E sceglie di farlo da un punto di vista particolarmente rappresentativo: oggi il concetto di casa, in senso fisico e come sentimento, assume tutt’altro significato rispetto al passato.

Assumendo a tratti la forma del personal essay e dello storytelling, il saggio dà più l’impressione di una chiacchierata informale e intima, che ci mette subito a nostro agio e, ironicamente, quasi ci fa sentire a casa (ma solo per poi portarci fuori). A partire dal racconto in prima persona, Gianluca Didino ci parla dei suoi anni di università nei primi duemila, sullo sfondo dell’underground torinese degli anni ‘00. Tra retromania e spettri digitali iniziamo a vedere le prime sovrapposizioni di mode e piani temporali che daranno vita al concetto di hauntology (to haunt, infestare): una disgiunzione di tempi e spazi.

La nostalgia di un futuro per sempre perduto, che ci contamina e ci infesta in un continuo riciclaggio estetico. Parliamo di moda: avete presente i jeans a vita alta anni Ottanta e i maglioni grunge che ci piacciono tanto? E i pantaloni a zampa di elefante? Quell’acconciatura vagamente anni Venti, portata con un vestito hippie e le Nike Air Force? Qual è esattamente lo stile peculiare dei nostri tempi?

Cartoline dall’antropocene

2016, Londra: ovvero Brexit, attentati terroristici, grandi migrazioni. Vediamo l’incredulità generale di fronte ai molti eventi che sconvolgono un’Europa sempre più populista e che cambieranno per sempre la nostra idea di confine come protezione, lasciando posto a una diffusa sensazione di vulnerabilità. Nel frattempo, in senso più letterale, la grande crisi abitativa londinese provoca un vertiginoso aumento degli affitti.

“L’effetto è che il confine tra abitazione permanente e temporanea si assottiglia, i prezzi tendono a uniformarsi […] e si indebolisce la distinzione tra turisti e abitanti di una città”

Il fenomeno ha dato inoltre origine a quartieri fantasma, come il Thamesmead, che con il suo fascino distopico è diventato l’ambientazione di Arancia meccanica (Stanley Kubrick, 1971) e Misfits (Howard Overman, 2009-2013).

Spingendoci alla ricerca di paesaggi postumani, viaggiamo verso la Lapponia svedese. Qui, una città, Kiruna, sarà nei prossimi anni letteralmente sradicata e spostata tre chilometri più in là, a causa del rischio di subsidenza. Un’intera città, abitanti, strade, panchine, che slittano lasciando il posto ad una tundra deserta, facilmente confondibile con un luogo selvaggio. Un paesaggio ibrido, indefinibile: dove non dovrebbe esserci nulla, c’è stato qualcosa.


Un’eredità importante per i cultural studies

Più che ricercare la causa di tale spaesamento avvertito, lo si mette a nudo nella cultura pop. La presa di coscienza della crisi ambientale ha messo fine al mito del pianeta-casa, parallelamente è cominciata la ricerca di altre case nello spazio, argomento che occupa la scena fantascientifica dagli anni Cinquanta a questa parte. 

Il crollo delle mura domestiche dunque rappresenta l’avanzare di ciò che si trova fuori. Ovvero ciò che ci è poco famigliare. Ma non si parla più del caro vecchio perturbante freudiano (l’Unheimlich, lo “stranamente famigliare”). Ciò che cambia, ora, è la nostra prospettiva, la direzione da cui stiamo guardando: non ci troviamo più dentro la casa, ma fuori, o meglio, sulla soglia. Il weird minaccia dall’esterno, potremmo dire in altre parole che è “famigliarmente strano”. Sta tutto nell’accorgersi della vicinanza del pericolo, del diverso, e specchiarsi in esso.

“Come in Hereditary, le forze eerie portano l’esterno nell’interno della casa, minacciando sempre di trasformarla in una non-casa”

Creature indicibili, innominabili ma reali, come in Lovecraft. Fantasmi che infestano e contaminano il luogo su cui prima avevamo il controllo. Il pop diventa così luogo culturale del weird: la soglia, l’ibrido, ciò che sta a metà tra il dentro e il fuori, diventa punto di osservazione privilegiato del reale.

Proseguendo sulla scia di Mark Fisher (nel saggio The weird and the eerie, del 2016, lo studioso analizza il concetto di strano e inquietante nel mondo contemporaneo), Didino collega la cultura pop allo sfondo storico a cui appartiene, ovvero gli avvenimenti degli ultimi anni. Così facendo, non solo costruisce lucidamente in un percorso tra i molti, moltissimi riferimenti culturali a cinema, musica, arte pop, realismo e filosofie ipermoderne, ma ci lascia anche delle categorie e degli strumenti analitici ed epistemologici per continuare da soli e, perché no, crearne di ulteriori.


Una considerazione personale

Ho letto Essere senza casa in un periodo molto strano della mia vita. A dire il vero, è stato proprio il sottotitolo ad attirarmi, Sulla condizione di vivere in tempi strani. Tempi di traslochi temporanei, frequenti couchsurfing e sentito apolidismo. Come molte e molti millennial, non ci aspettavamo certo un lavoro a tempo indeterminato e una casa con giardino. E il desiderio di sicurezza, fisica e metaforica, si è annullato negli anni per lasciare il posto al valore dell’esperienza e alla coltivazione dei rapporti umani e della conoscenza. E anche a una rivalutazione dell’instabilità come occasione di crescita, un esercizio mentale per non lasciarsi sedimentare in categorie fisse e mantenerci sempre in viaggio. Perché in fondo cosa c’è di avventuroso nel vivere una vita già scritta?

Dunque, mentre leggevo questo libro, sul divano di una casa non mia, col sottofondo di Sleep on the floor (2016) dei Lumineers, mi sono domandata quanto di questo rifiuto della stabilità fosse una scelta autonoma e consapevole. Abbiamo forse alternative? Che cosa ci sta dicendo il periodo storico in cui viviamo? Quale cultura stiamo consumando e producendo? Per chi si pone questo tipo di domande, è il libro giusto. A patto che non si cerchino delle risposte.


FONTI

La città del risentimento (Gianluca Didino)

Dougles McCarthy (Flickr)

Essere senza casa, Gianluca Didino, Minimum Fax, 2020

The Weird and the Eiree, Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, Mark Fisher, Minimum Fax, (2018)

EXTRA

Tenet – Il richiamo dell’impensabile (Cicles Magazine)

High Score – Il videogioco come opera ipertestuale (Cicles Magazine)