La Peste Scarlatta: a rendez-vous con la civiltà dell’apocalisse

5'

La Peste Scarlatta di Jack London fornisce degli strumenti archetipici per affrontare le sfide di una civiltà sull’orlo dell’apocalisse.

Daniele Mussa


“La civiltà crollava e ognuno doveva pensare a se stesso”

Jack London, La peste scarlatta

La Peste Scarlatta (The Scarlet Plague), opera di Jack London (1876-1916) è un romanzo atipico per l’epoca in cui è stato pubblicato, nel 1912, sulle pagine del giornale The London Magazine. Il pubblico italiano potè leggere questo peculiare scritto solamente nel 1927. Jack London, ben più noto per i suoi romanzi d’avventura come Il Richiamo della foresta (The call of the wild, 1904) e Zanna Bianca (White Fang, 1906), unisce in questo scritto le sue pulsioni avventurose e da pioniere a un’aspra critica politica e sociale della società del suo tempo e della strada da essa intrapresa.

Guardare nella sfera di cristallo

Vorrei cominciare con qualche premessa che ritengo fondamentale e con la storia del mio incontro con questo romanzo. Sono convinto che il mondo sia governato da pattern, ovvero segni e simboli che attraversano da sempre le gesta dell’umanità nella storia, inconsciamente. E sono altresì convinto che spesso ci si imbatta in cose, persone e letture che portano un messaggio, o una parola chiave, capace di risvegliare dal profondo della propria mente visioni archetipiche e idee senza tempo, un po’ come diceva il buon Carl Gustav Jung.

Dunque, mi imbattei in questo romanzo in modo abbastanza casuale, scorrendo il catalogo degli Adelphi e limitandomi a leggere la quarta di copertina e la lunghezza dello scritto poiché, paradossalmente, ero alla ricerca di una lettura facile, veloce e avventurosa. Scelsi nuovamente London, dato che avevo già apprezzato i pittoreschi scenari e il concetto di viaggio centrali in Il richiamo della foresta (1904), giusto così, per passare le ultime serate d’estate e dimenticare eventi personali ed emotivi, di quello che ormai era, nei primi di settembre del 2019, il mondo pre-Coronavirus; un termine che può essere considerato ormai canonico, coniato da Klaus Shawb, presidente del World Economic Forum nel suo libro The Great Reset (2020). Mai avrei immaginato che, nel giro di pochi mesi, le tematiche presentate da London nella sua Peste Scarlatta sarebbero state così vicine alla realtà.

Negli ultimi anni alcuni romanzi distopici, come 1984 (George Orwell, 1948) e Brave New World (Aldous Huxley, 1932), sembrano diventati un must have sul comodino dei decision makers della politica globale, e hanno assunto uno statuto decisamente diverso dal mero romanzo fanta-politico. Stesso discorso potrebbe valere per questo curioso scritto del giramondo americano Jack London, abbastanza colto e cosmopolita da aver compreso, ai suoi tempi, molte delle traiettorie intraprese dalle società industriali del periodo. Prima di immergerci definitivamente nel suggestivo mondo descritto da London, è doveroso fare alcune ultime precisazioni relative alle esperienze fondamentali vissute dall’autore, per comprendere a fondo una delle opere più sottovalutate del secolo scorso.

peste scarlatta civiltà apocalisse

Jack London viaggiò per il mondo globalizzato precedente allo scoppio della Grande Guerra ed ebbe così modo di osservare due fondamentali fenomeni. Da un alto le dinamiche intercorrenti tra classe operaia e capitalisti1 e dall’altro il potenziale distruttivo della tecnologia e la velocità dei mutamenti della politica internazionale; queste ultime furono vissute in prima persona dal giovane London attraverso il reportage della guerra Russo-Giapponese del 1905, conclusasi con l’epica battaglia dello Stretto di Tsushima, che proiettò per la prima volta un paese extra-europeo a rango di grande potenza mondiale. Non è un caso se il Giappone vinse la sopra citata guerra dopo aver sviluppato per più di trent’anni innovazioni tecnologiche, burocratiche e militari, arrivando a riformare completamente lo Stato nel quadro del Rinnovamento Meiji. Infatti, la degradazione fisica e morale del Popolo degli abissi, unito all’infinito potenziale di crescita industriale furono probabilmente i principali spunti di riflessione che spinsero London verso un sentiero assai curioso, gettando le basi per il romanzo distopico ante-litteram2.

Le sorde orecchie del futuro


Siamo nel 2054, a parlare è il Professor James Howard Smith, o meglio l’ombra di un giovane docente di una delle più importanti Università della California. Narratore e al contempo protagonista di una tragedia ben più grande di lui. Attraverso un espediente narrativo, London utilizza due piani temporali: quello del mondo post-apocalittico, dove i protagonisti sono l’ormai ottantenne professore con i nipotini regrediti a una condizione tribale perennemente in viaggio per le terre selvagge, e quello del mondo del 2013, sull’orlo di una crisi senza precedenti. I pittoreschi scenari di natura incontaminata dell’America orientale sono un chiaro riferimento allo spirito d’avventura ed esplorazione di Buck e Zanna Bianca, oltre che l’ennesima opportunità per London di esprimere il proprio amore per il viaggio e la wilderness. In totale antitesi alla società distopica dei Magnati dell’Industria del 2013, il professor Smith è un protagonista fortunato. Infatti, si trova in una posizione rispettabile della piramide sociale del mondo industriale, caratterizzato da un’aspra polarizzazione della ricchezza e della cultura, strette nelle mani di pochi eletti, a scapito di una massa infinita di soggetti abituati a vivere alla giornata. Una “durezza del vivere” alleviata da piaceri mondani e frivole distrazioni momentanee. A questo punto sarei estremamente tentato di svelare piccoli particolari e fornire spunti di riflessione, ma proprio per questo motivo li ometterò, per invitare i potenziali lettori a sviscerare il testo. Quello che mi interessa sottolineare è il fatto che, in questo mondo industriale dove la tecnica e le scienze sociali hanno trasformato i rapporti umani e inasprito le relazioni tra classi sociali, scoppia una terribile epidemia.

Non importa l’origine della piaga nota come Peste Scarlatta, quello che realmente conta sono le ripercussioni sulla società, considerata dal prof. Smith l’apice della civiltà e del progresso. Ma, di fronte a un incurabile male, la società si frantuma, la gerarchia sociale del Leviatano viene meno e si ritorna all’homo homini lupus di Hobbesiana memoria. Ed è in questa seconda parte del racconto che viene accantonata la critica sociale e politica, per far spazio all’avventura e all’azione. Il mondo dell’apocalisse di London non si allontana troppo da quegli scenari cinematografici che Mel Gibson ci ha fatto apprezzare in Mad Max 2 (George Miller, 1981) o in serie televisive come The Walking Dead (Frank Darabont, 2010) e videogiochi come Fallout 3 (Todd Howard, 2008) saturi di rifugi improvvisati, scorribande violente e appestati sempre pronti a mettere a dura prova il nostro protagonista. Stupisce, nuovamente, il genio letterario e artistico di London, capace di fornire così tanta linfa vitale ai suoi personaggi e al palcoscenico in cui si consumano le vicende del racconto, avvicinandole ai canoni della cultura popolare odierna sopra citati. È proprio in questi scenari adrenalinici che crollano le certezze di Smith e del lettore riguardo la struttura della società, la morale e i costumi. A uscire salvi dall’Armageddon saranno dei tipi umani, delle categorie che incorporano emozioni e modi di essere dell’umano. I viandanti del nuovo mondo selvaggio sono infatti persone che si ritrovano come pesci completamente fuor d’acqua, orfani di classe sociale. Il senso è che si può anche essere un rampollo dell’Industria, ma poco conta in un mondo tornato al selvaggio West, dominato dal rapporto uomo-natura. I pionieri sopravvissuti alla peste trascendono il tempo e la storia, e hanno il pesante compito di portare l’umanità del 2054 verso una nuova alba.

Mad Max Fury Road (George Miller, 2015)

“2012” fece con voce stridula prima di abbandonarsi a un chiacchiericcio astruso. “Quell’anno Morgan V veniva eletto Presidente degli Stati Uniti dal Consiglio dei Magnati. Dev’essere una delle ultime monete coniate, perché la Morte Scarlatta è sopraggiunta nel 2013. Ossignore! Ossignore!… ma ci pensi! Sono passati sessant’anni e io sono l’unico superstite vissuto a quei tempi.”


Dal momento che che stiamo attraversando un periodo di profonde trasformazioni della sfera sociale e politica, in cui a farla da padrona è la programmazione predittiva – per quale motivo una nota rete televisiva avrebbe dovuto trasmettere un film sulla Battaglia di Gettysburg (1-3 luglio 1863) nel pieno delle divisive elezioni americane, le più divisive dai tempi della Guerra Civile?3 – rispolverare questo piccolo capolavoro del 1912 in un’epoca di isolamento sociale e di rapporti interpersonali resi difficili dalla “peste” del nuovo millennio, potrebbe essere estremamente utile per riscoprire le origini del male e le più profonde radici dell’essere umano, il suo rapporto con la morte, la solitudine, la natura e, perché no, l’amore.

Note

  1. In merito a questo tema, si consiglia vivamente la lettura de Il Popolo degli abissi, uno scritto del 1902 sulla vita degli operai nel East End Londinese.
  2. Jack London, in una delle sue lettere, definì la Peste Scarlatta come un romanzo pseudoscientifico, data l’inesistenza della formula science-fiction. È comunque curioso notare come questo romanzo rappresenti uno dei primi tentativi novecenteschi – il primo fu La nube purpurea di Matthew P. Shiel del 1901- di presentare ai lettori una narrativa post-apocalittica. Nel corso dell’Ottocento, non a caso, fu una delle madri del genere horror, Mary Shelley, a presentare per prima l’idea dell’unico sopravvissuto sulla terra nel suo L’ultimo uomo (1826).
  3. Gettysburg (Ron Maxwell, 1993)

Hai letto: La Peste Scarlatta: a rendez-vous con la civiltà dell’apocalisse