Il sentiero della fede verso Le Strade del Male

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Una delle uscite più interessanti sul catalogo Netflix del 2020, Le Strade del Male è un film che racconta la violenza endemica della società americana tra anni ’40-’60, intimamente legata a un distorto concetto di Dio.

Livio Pareschi

Che Le strade del male (The devil all the time, Antonio Campos, 2020) sia risultato particolarmente indigesto alla critica non stupisce. Si tratta infatti di un’opera complessa: come in una ragnatela, la storia raccontata assume la forma di un reticolo, nel quale ogni filo si interseca con molti altri in una concatenazione di cause ed effetti imprevedibili. I protagonisti della storia si muovono in un lasso di tempo compreso tra il 1945 e il 1965, tra l’Ohio e il West Virginia. In questo contesto storico la religione è tra le fondamenta della società, e getta numerosi predicatori nella disperata ricerca di colui che saprà illuminare il cammino dei fedeli, alla ricerca della vera fede. Elemento chiave per una storia di amarezza e disperazione, che riesce a cogliere le acide e spietate sfumature emotive dell’oscura società americana post-bellica. Per descrivere i personaggi che popolano Le strade del male si potrebbero utilizzare alcuni versi tratti da Lake of Fire, una canzone scritta dai Meat Puppets nel 1984, e successivamente reinterpretata dai Nirvana:

People cry and people moan
Look for a dry place to call their home
Try to find some place to rest their bones
While the angels and the devils try to make them their own

Anime perdute dunque, che agiscono nella speranza di trovare pace su questa terra. Le loro storie si intrecciano in rapporti di forza reciproci, inconsapevoli, destinati a portare ogni nodo al pettine. Una velata ironia della sorte aleggia in alcuni momenti della storia. Non è un caso se una tavola calda è il luogo in cui nello stesso giorno si formano due coppie, mosse dalla stessa mano del fato: la prima seminerà morte per le strade d’America, la seconda metterà al mondo colui che porrà fine alla carneficina.

Se la risposta è Cristo, la domanda è sbagliata

Willard Russell (Bill Skarsgård), prestando servizio militare durante la seconda guerra mondiale, rimane segnato dalla visione di un commilitone crocifisso dai giapponesi, a cui deve dare il colpo di grazia. Quando la moglie si ammala, il trauma lo porta a pregare ossessivamente, invocandone la guarigione, fino al gesto estremo di sacrificare il cane del figlio Arvin, appendendolo a una croce in giardino. I peccati dei padri ricadono sui figli, quando Arvin (Tom Holland) e Lenora (Eliza Scanlen) si trovano a dover fronteggiare insieme una rinnovata spirale di violenza. Arvin, educato alla brutalità dal padre, difende la sorellastra Lenora dalle violenze con altra violenza. Lenora invece eredita la stessa fede della madre, una donna timorata di Dio, ma anche del padre, un predicatore invasato, profondamente convinto di essere in contatto diretto con l’Onnipotente. Entrambi sono perciò vittime della cieca fede che ha spinto i loro genitori ad agire in nome di Dio, compiendo gesti orribili, che gettano lo spettatore in un assordante silenzio, al quale segue un leggero sussurro all’orecchio: “Dio non è qui”.

La sensazione che ogni preghiera sia vana ritorna costantemente, anche in altre linee narrative. I coniugi Henderson (Riley Keough e Jason Clarke) agiscono indisturbati nel perpetuare il loro perverso progetto fotografico, per le strade del sud degli States, convinti di essere complici nel disegno di Dio. E anche il reverendo Preston (Robert Pattinson) gode nel tenere in pugno le anime candide delle ragazze che adesca, nascondendosi al sicuro dietro la fama di uomo di fede. Un atteggiamento ben evidente nella scena del discorso alla comunità, nel quale sostiene che “sono le nostre illusioni a condurci al peccato”, per scongiurare possibili accuse di molestie sessuali, tentando quasi di autoconvincersi dell’innocenza dei suoi gesti.

Se da un lato abbiamo uomini che invocano Dio non ricevendo risposta, dall’altra abbiamo il personaggio di Arvin che, alla fine della narrazione, è l’unico a sottrarsi alla violenza sistemica che lo tormenta fin dall’infanzia. Arvin sembra esser messo continuamente alla prova dalla vita, al tempo stesso però la Provvidenza pare esser sempre dalla sua parte. Dall’essere l’unico sopravvissuto della propria famiglia, ad una pistola caricata a salve, il personaggio di Tom Holland riesce sempre a cavarsela, seppur mai senza rischi, fino a raggiungere l’agognata seconda possibilità.

le strade del male

La ciclicità e la strada della fede

Il film lascia in sospeso la domanda su un possibile intervento di Dio negli avvenimenti, se in qualche modo abbia un ruolo in questa violenza incondizionata, che costantemente si rinnova. Eppure, all’interno di una trama priva di speranza si notano degli indizi che mantengono viva la fiamma del dubbio su un possibile disegno superiore. In particolare si nota l’elemento di ciclicità degli eventi al termine del film, nel momento in cui Arvin sogna ad occhi aperti un possibile futuro come recluta in Vietnam. Ma ecco anche il bivio, mentre sogna di venire scagionato dalla legge e di farsi una famiglia;  eppure, in entrambi i casi, ripercorrerà inevitabilmente le orme del padre, aprendosi alla possibilità di creare una nuova spirale di violenza. 

Risulta interessante notare come diversi personaggi, primo tra tutti Willard Russel, nel momento in cui compiono gesti orribili in nome di Dio, tendano a deresponsabilizzare le loro azioni. Per quanto ai nostri occhi risulti semplice ricondurre tali gesti a instabilità mentale e alla loro colpevolezza, nessuno degli omicidi sarà mai disposto ad accettare la responsabilità del proprio fardello. Dal momento che, secondo la legge, le persone instabili di mente non possono essere ritenute colpevoli delle loro azioni, e gli stessi colpevoli attribuiscono a Dio la responsabilità dei loro stessi delitti, chi deve pagare per la violenza commessa? 

Il filosofo Søren Kierkegaard, nel suo celebre paradosso della fede afferma che nel momento in cui si entra in rapporto con Dio, l’adesione alle regole etiche e sociali, deve essere cancellata. Accettare la fede significa abbandonarsi completamente a Dio. Proprio come nel caso emblematico di Abramo nel libro della Genesi, disposto a sacrificare il figlio Isacco, poiché se Dio comanda, allora il comando è giusto. Dal momento che qualsiasi riflessione intaccherebbe il confine della fede, la ragione deve eclissarsi e abbandonare il sentiero della razionalità. Ma se le convinzioni sono distorte, non ci si deve stupire se alcuni soggetti sono disposti ad uccidere credendo di rimanere impuniti.

Il grande burattinaio

Per quanto in Le Strade del Male l’esistenza di Dio rimanga aporetica, è chiaro come il ruolo del narratore possa fornire un ulteriore elemento, esterno alla trama, per convincerci dell’esistenza di un burattinaio che guida le sorti dei personaggi. Il suo compito nel film è quello di collante tra una storia e l’altra, per tenerci a mente con costanza che le storie che vediamo sullo schermo sono collegate tra loro, e che prima o poi troveranno un punto di convergenza. Nella versione in lingua originale il ruolo del narratore onnisciente è interpretato dall’autore del libro (The Devil All the Time, 2011) che ha ispirato la pellicola, cioè Donald Ray Pollock. Risulta quindi molto semplice sovrapporre questo ruolo a quello di un Dio, che dall’alto della sua onnipotenza, già conosce gli eventi e si limita a narrarceli senza intervenire. Si ripresenta quella velata ironia della sorte, che assume quasi un tono di voce sarcastico nel modo di raccontare tutte queste disgrazie. Sembra modulare le sue parole e i suoi discorsi in relazione alle sensazioni che prova lo spettatore davanti a certe situazioni, guidandolo nella risoluzione di un’intricato e sorprendente puzzle.

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