Proto di Holly Herndon – Recensione

Holly Herndon scrive il suo disco PROTO con l’aiuto di una intelligenza artificiale originale chiamata Spawn.

Pauldavid Ligorio

L’ultimo lavoro di Holly Herndon PROTO (4AD, 2019, 44’) entra immediatamente tra gli album più significativi degli ultimi anni. Dopo essere stata considerata la paladina della musica hi-tech con l’uscita di Platform (4AD, RVNG Intl., 2015) Holly Herndon dimostra che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale Spawn nel processo di creazione della sua musica non è un mero accessorio. Ma anzi, il punto nevralgico dei temi e dei sentimenti che l’autrice mette in campo. PROTO è la storia di un simbionte che vive esclusivamente in relazione alla sua creatrice. 

Come può una macchina comporre musica? Per ridurre la questione a qualcosa di comprensibile basta sapere che un’intelligenza artificiale è formata da due principali blocchi di elementi. Da una parte ci sono gli algoritmi scritti dal programmatore che determinano cosa l’IA possa fare o meno; cioè regole di composizione e regole di learning (le fondamentali in una IA). L’altro blocco è costituito dai dati che la macchina può utilizzare per produrre e apprendere: in questo caso i suoni che essa ha a disposizione. Le tracce Canaan e Evening Shades (entrambe formate da cori polifonici) contenute in PROTO denominate Live Training sono un esempio di materiale dato in pasto al computer, il quale potrà eventualmente riutilizzare nella fase di produzione.   

[…] “[?] I have no feeling inside [?]” […]

Il punto fondamentale è che il computer non è altro che uno strumento. In un certo senso è il computer a fare musica, ma solo ed esclusivamente secondo la visione del suo programmatore. Il fatto che Fear, Uncertainty, Doubt e Last Gasp siano tracce espressive e commoventi deriva dalla sensibilità artistica della Herndon e dalla sua capacità di raccontare i propri sentimenti, la cosa interessante è che lo sappia fare con una IA, e lo sappia fare bene. PROTO di Holly Herndon non è un’analisi scientifica di una macchina, un’osservazione spasmodica del suo processo evolutivo, ma il racconto intimo di un’artista che vive in relazione ad essa, una relazione perturbante come raccontata in Godmother, un’impressionante composizione a tre voci con la partecipazione di Jlin.   

Chiaramente il gioco della Herndon è di andare a complicare il quadro inserendo all’interno del suo lavoro elementi che tratteggiano paesaggi fantascientifici e impenetrabili idee sulla coscienza e la realtà. Così Extreme Love è l’esposizione di una teoria di simbiosi universale in cui il cosmo è descritto come un unico immenso organismo. Birth e Bridges sono puro linguaggio robotico. Non mancano tracce ritmate e incentrate sul beat come Alienation o Eternal (che rimandano all’energia di Movement (RVNG Intl, 2012), album ancora legato all’ambiente club berlinese in cui si muoveva la Herndon) che suggeriscono in maniera liminare l’idea d’acquisizione di un corpo per poter ballare, ciò che probabilmente le IA, se veramente sono vive, sognano più di tutto. Tutte queste suggestioni fanno di PROTO uno tra i migliori dischi ascoltati durante l’anno. 

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