Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC) indica chi sono le prime a soccombere; poi lascia che ciascuna trovi la propria strada nell’apocalisse: “adattatevi.”
Dovrebbe esserci chiara una questione: il riscaldamento globale è in atto, e si vive sulla propria pelle. Mentre il ministero dell’Ambiente continua a proporre un generico “adattatevi” e politici e giornalisti si chiedono se il condizionatore sia di destra o di sinistra, in Italia si contano almeno tre morti segnalate per malore da caldo: a Siracusa, a Cremona, nel Mantovano. In Europa si stimano almeno 35.000 morti in eccesso durante le ondate di calore dell’estate – non è un numero certo, è una stima modellistica, e la differenza conta. Ma di fatto un conteggio preciso non esiste, perché nella maggior parte dei casi il caldo è un fattore accelerante e nei referti o non compare o i dati arrivano in ritardo. È già una selezione, e avviene sulla carta.
L’idea di fondo di un approccio burocratico alla questione climatica è un chiaro esempio di abbandono; un atteggiamento che non risparmia nessuna. Non solo, designa chi non ce la farà: ciò che non viene registrato non richiede politiche.
Il piano, l’incuria, il rinvio
Perché il caldo non uccide a caso. Uccide chi lavora all’aperto, chi abita in case che non trattengono il fresco, chi non può concedersi il lusso dell’aria condizionata. L’assenza di un piano operativo serio e il malcelato appello al “si salvi chi può” hanno un solo esito: chi può permetterselo sopravvive, chi non può muore. E intanto eccoci all’ennesima ondata di calore.
Andando a scandagliare il PNACC (Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici), rimbalzato come una patata bollente da quattro governi di colore diverso negli ultimi sei anni, ci si aspetterebbe una risposta al problema. Ma solo di una cosa siamo certe: il Piano è stato approvato nel dicembre 2023; si dava tre mesi di tempo per istituire l’organo che deve stabilire obiettivi e priorità. Il decreto istitutivo è arrivato due anni dopo, nel dicembre 2025; il Comitato si è insediato nel febbraio 2026 e si riunisce una volta l’anno. Troppo poco per far fronte a molte emergenze. Di target concreti non se ne vedono.
Il documento spiega in che modo si deve formare l’Osservatorio che vigili sul Piano stesso, ipotizza dove trovare finanziamenti, si propone di sviluppare un programma di ricerca. Stando al documento, “la prima azione individuata nel presente Piano, che potrà realizzarsi con il presupposto di una adeguata copertura economica, è rappresentata dalla istituzione di una struttura permanente di governance” (p. 100). Il Forum, unico organo in cui siedono sindacati e società civile e che il Piano stesso definisce consultivo, quando il Comitato si è insediato non esisteva ancora.
Nessuno prende le decisioni. Poi si chiede al singolo di autoregolarsi, e si cita il caso delle gite in montagna: attenetevi a quel che dice la Società delle Guide alpine, possibilmente senza far caso alla nota a piè di pagina sul disastro della Marmolada, quando persero la vita undici persone per il crollo di un seracco, il giorno dopo che in vetta, a 3343 metri, si erano registrati dieci gradi. A pagina 42 il Piano affida la montagna alla “consapevolezza del rischio e dell’auto-responsabilità” e dice che l’azione delle autorità va rivolta esclusivamente alle zone antropizzate. Nessuna indicazione per la cittadinanza tutta: si cita chi può ancora permettersi le uscite della domenica.

Chi pagherà il prezzo più alto
Di chi resta a casa attaccato al ventilatore non si parla. E non è che il Piano non sappia chi rischia di più: elenca le donne, per le disparità occupazionali e salariali, le persone con disabilità, le anziane e le nuove generazioni. Lo riconosce a pagina 85, e non ne ricava una misura.
Ma c’è un ultimo passaggio, ed è quello che mostra l’incuria e l’inefficacia del provvedimento. Il PNACC riconosce che nelle comunità più fragili, con alta disoccupazione e bassi redditi, “non è possibile immaginare […] un’autonoma riqualificazione professionale o possibilità migratorie” (p. 84). Una pagina dopo indica proprio nella riqualificazione professionale il “ruolo centrale e strategico nelle politiche da adottare” (p. 85), con corsi di laurea, master e incentivi fiscali — utili, precisa il documento, a permettere alle aziende di essere in regola con i requisiti normativi.
Eppure sappiamo che in questo momento non sarà lo Stato a mettere in campo la “riqualificazione”: si chiede a quelle stesse persone di farlo comprando un servizio da privati, mentre gli incentivi fiscali che il Piano nomina sono rivolti alle aziende. Da una parte lo Stato riconosce il problema, dall’altra propone alle persone di farcela da sé, magari lavorando sotto il sole cocente. Non è un inganno. È tutto scritto. Chi morirà è elencato per categorie, e la decisione è stata rinviata.
Il 26 agosto, al confine tra Nepal e Tibet, una valanga di ghiaccio e roccia staccatasi da un ghiacciaio himalayano ha fatto esondare il fiume Bhote Koshi. Al 14 settembre si contano 1.490 morti e 4.089 dispersi, secondo l’aggiornamento dell’autorità nazionale nepalese per la gestione dei disastri. È lo stesso meccanismo della Marmolada, con un bilancio oltre cento volte superiore, e nei giornali italiani è entrato quasi soltanto attraverso la domanda su quanti italiani ci fossero. Le morti da clima non contano tutte allo stesso modo, e nei nostri giornali la gerarchia è geografica prima ancora che di classe.
Dove lo Stato rinvia, il vuoto diventa occasione di business: si riempie di merce. Kit da settantadue ore, zaini di emergenza, scorte alimentari, potabilizzatori, generatori; e in cima alla scala biglietto in mano e jet privato per bunkers hi-tech in Nuova Zelanda; per chi il collasso lo ha costruito. L’idea del prepper individualista armato fino ai denti o forse un po’ ridicolo alla Take Shelter (2011) non è più così lontana dalla realtà. Ma tralasciando gli aspetti più caricaturali: chi compra un kit ha capito una cosa esatta, che nessuno verrà a salvarlo. Ridicola è l’idea che gli viene venduta, cioè che esista un fuori in cui vige la regola del tutti contro tutti, un dopo, un luogo da cui guardare la catastrofe mentre passa — o attraversarla mettendo in pratica le skill di sopravvivenza apprese dai manuali. Ma la crisi non passa, e un fuori rischia di non esserci più.

La rete dal basso e le proposte
L’altra risposta la fanno le reti. Viva gli Anziani, i custodi sociali in Liguria, i rifugi climatici a Firenze e a Bologna. A luglio i rider hanno scioperato con lo slogan “Too hot to deliver”: è servita un’azione sindacale per stabilire che quaranta gradi sono una condizione di lavoro e non un fatto atmosferico. Il prepping e l’organizzazione collettiva nascono dalla stessa assenza, ma vanno in direzioni opposte: una si compra e presuppone di essere sole, l’altra si costruisce insieme e presuppone che l’esterno, il nostro rovente presente, esista ancora. Nessuna delle due risolve davvero la situazione, e la seconda funziona soltanto dove è rimasto abbastanza tessuto sociale, capace di mettere in atto un vero mutualismo. Dove non c’è, non arriva niente. Eppure le cose da fare esistono, e sono note. Ne bastano tre per capire cosa manca.
Il bonus che non c’è. Nel 2026 lo Stato ha riconosciuto per legge un bonus dedicato al riscaldamento per chi ha già il bonus elettrico, e ha esteso le agevolazioni anche al teleriscaldamento. Il bonus gas cresce d’inverno e si azzera d’estate, calibrato per zone climatiche: più fa freddo, più si è coperte. Per il raffrescamento non esiste niente di equivalente. Il freddo è una categoria riconosciuta, il caldo no – in un paese che è un hotspot climatico. Mettere il caldo nell’agenda di governo diventa una priorità.
Nei luoghi di lavoro il rischio da calore va già valutato: lo impone il testo unico sulla sicurezza sul lavoro, e con la nota 5484 del 6 luglio 2026 l’Ispettorato del lavoro ha chiesto ai propri uffici di verificarlo nei cantieri, nei campi, nella logistica e fra i rider. La stessa nota prevede che il datore di lavoro valuti tutte le misure necessarie, compresa la sospensione delle attività.
Esiste perfino la soglia: INAIL e CNR hanno costruito Worklimate, un sistema che prevede a settantadue ore quando il caldo supera di oltre un quinto il limite di sicurezza per chi lavora al sole, comune per comune. Diciotto regioni lo usano per vietare il lavoro all’aperto tra le 12:30 e le 16:00. Ma sono ordinanze: stagionali, rifirmate ogni giugno, con perimetri diversi e deroghe, e senza garanzia di salario per le ore non lavorate. La conoscenza c’è, la norma nazionale no. Fermarsi quando fa troppo caldo resta una concessione che scade il 31 agosto.
I rifugi climatici, dove esistono, sono elenchi di luoghi già aperti e gratuiti, riclassificati. Vanno bene per chi può arrivarci. Ma il caldo uccide soprattutto chi in strada non esce: le persone anziane sole, chi ha una disabilità, chi non ha nessuno che suoni il campanello. Una rete pubblica è un’altra cosa, e da qualche parte esiste già: Viva gli Anziani telefona e passa a trovare, una per una. Ogni comune sa chi sono i suoi residenti anziani che vivono soli — sono dati anagrafici. Servirebbe che nei giorni di allerta qualcuno li chiamasse, e che chi non risponde ricevesse una visita.

Prima della Fine
Il Piano che abbiamo scelto di analizzare in questo pezzo sembra uscito da un qualche esperimento della Vault-Tec piombato nella realtà. È tutto vero: in caso di una grossa emergenza non tutte potranno salvarsi. Ignorare tutto questo allontanandosi con la fantasia, in cerca di una facile catarsi attraverso un altro episodio di Fallout, rimanda la soluzione a tempo indeterminato e rafforza la Zona di Comfort dell’inazione. Perché nessuna delle misure comunitarie sta bene in copertina: non c’è il sole rosso, non ci sono le fiamme, non c’è il deserto suggestivo della Zona Contaminata. L’isolamento termico nelle case popolari, ombreggiare le piazze, fermare il lavoro quando fa troppo caldo: è un elenco antiestetico, poco appetibile per chi deve capitalizzare sulla crisi.
Perché l’apocalisse, la spettacolare fine del mondo, serve esattamente a questo. È raccontata come lontana e totale, sfruttata come brand quando serve; eppure colpisce già nel presente ed è selettiva. Se riguarda tutte, non riguarda nessuna in particolare. È il modo più efficace per non vedere che quella vera è già cominciata e c’è per giunta chi ha già scelto chi vincerà il gioco della sopravvivenza.
Non è l’apocalisse a essere usa e getta. Lo siamo noi. Non tutte allo stesso modo — ed è precisamente questo che la retorica disfattista e l’incuria servono a coprire.
Hai letto: PNACC: apocalisse usa e getta
Foto di Peter Hammer su Unsplash, elaborata dalla redazione.
