Automata: se l’aspirapolvere si evolve

Automata è un film segnato da un profondo fatalismo: se le macchine trovano il proprio cammino, allora l’umano è destinato a scomparire. 

Gary

Prima di entrare nel vivo, partiamo da una rapida contestualizzazione della pellicola: Automata (Gabe Ibáñez, 2014) esce nelle sale italiane nel febbraio 2015 dove, anche a causa di una promozione pressoché inesistente, viene soffocato in mezzo ad altri film dall’impatto mediatico ben più forte. Qualche esempio? Vizio di Forma (P.T.Anderson, 2014), 50 sfumature di grigio (S.T.Johnston, 2015), Birdman (Inarritu, 2014), Whiplash (Chazelle,2014), Kingsman (Vaughn, 2014). E ce ne sarebbero altri.

Insomma, proprio non c’è spazio per la fantascienza in quel periodo e, quando sembra possa esserci la possibilità per questo film di brillare, salta fuori Ex Machina (Garland, 2015) che gli ruba totalmente la scena, un pò per la tematica simile e un pò per l’interpretazione incredibile di Alicia Vikander. Ma quindi, perché parlare di questa pellicola?

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Titoli di testa | Screenshot dal film – Amazon Prime Video

La radice

La storia è ambientata in un futuro distopico dove, a causa dei cambiamenti climatici, la popolazione umana si sta lentamente estinguendo. A popolare la terra sono rimasti unicamente 21 milioni di esseri umani e il numero è in rapida decrescita. Per arginare i problemi del riscaldamento globale gli umani hanno costruito dei robot, i Pilgrim 7000, che li aiutano a costruire muri, edifici e nubi meccaniche (mongolfiere che creano nuvole artificiali) per ripararsi dalle nocive radiazioni solari. Abbiamo quindi un’ambientazione a metà strada tra Blade Runner (Ridley Scott, 1982) e Mad Max: Fury Road (George Miller, 2015), pellicola che uscirà lo stesso anno ma 3 mesi più tardi. 

C’è principalmente Asimov nel bagaglio intellettuale di Automata e il film non fa nulla per fingere che non sia così. Le leggi che regolano il comportamento dei robot non sono esattamente quelle auree fissate dallo scrittore russo, ma prendono le mosse dai medesimi princìpi; per arrivare là dove solitamente ci si spinge quando si parte dal presupposto che le intelligenze artificiali non debbano danneggiare l’uomo: protocollo 1, non fare male a esseri viventi; protocollo 2, non modificare sé o altri altri robot.

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1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge.

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L’aspirapolvere è sceso dall’albero

Tutto ha inizio quando Jacq Vaucan (A.Banderas), agente assicurativo per una società di robotica, deve indagare sulla provenienza di un robot, ormai distrutto, perché colto in flagrante da un agente nell’atto di autoripararsi: palese violazione del secondo protocollo. Le indagini porteranno Jacq molto lontano da casa e diverrà spettatore di un evento dalla portata inimmaginabile.

Seguendo la pista di indizi disseminati in questa città decadente, il nostro protagonista sarà testimone di racconti ed eventi totalmente assurdi. Non solo il robot, prima di essere ucciso da un colpo di pistola, ha provato a ripararsi con la mano come gesto disperato, ma un altro suo simile si è dato fuoco davanti ai suoi occhi nel tentativo di nascondere delle prove. Cosa sta succedendo a questi robot? Chi ha rimosso a questi automi il secondo protocollo? Perchè sembrano forniti di una qualche sorta di autocoscienza?

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Jacq Vaucan assiste all’autopsia del robot malfunzionante | Screenshot dal film – Amazon Prime Video

Un discorso molto interessante che avviene  nel film, riguarda come l’uomo concepisca i robot al pari di elettrodomestici, come l’aspirapolvere: nati per svolgere uno scopo prestabilito, ma al quale sono stati applicati dei protocolli per limitarne il potenziale e impedire quel processo di automiglioramento che ha portato l’uomo a scendere dagli alberi per colonizzare il mondo. Cosa accadrebbe se i protocolli venissero rimossi e fosse l’aspirapolvere, a questo punto della storia del mondo, il prossimo a “scendere dall’albero”? La ricerca intrapresa da Jacq lo porterà proprio a conoscere la risposta a questa domanda sulla quale grava il futuro del mondo intero.

Riuscendo ad impiantare la matrice danneggiata del primo robot in un altro modello, l’agente si trova davanti ad una mente artificiale non solo in grado di autoripararsi, come già si sapeva, ma con uno scopo ben preciso che gli è stato impresso da qualcuno, probabilmente colui che lo ha modificato: portare materiali in un punto ben specifico del  deserto che si estende fuori dalle mura della città. Occorre trovare questa figura misteriosa e  chiedere spiegazioni sul perchè di tutto questo. Dove si nasconde questo “orologiaio”? Qual è lo scopo che muove le sue azioni? Tutte domande che troveranno risposta nel luogo verso il quale il robot è diretto.

Il cammino

È importante segnalare un avvenimento notevole  che avviene lungo il tragitto del robot e di Jacq verso la loro destinazione: non sono soli in questo pellegrinaggio, altri due robot affrontano il tragitto assieme a loro, e durante il percorso uno di loro compie l’atto simbolico di togliersi la placca di armatura facciale che copre il sistema di sensori e circuiti. Questo gesto, narrativamente irrilevante, è però potentissimo da un punto di vista simbolico: togliendosi quella maschera il robot rifiuta il volto che l’uomo gli ha dato per nascondere il suo “volto” altrimenti non gradevole/amichevole alla vista. 

La scelta  di stare senza maschera non solo denota che all’interno dei costrutti si è sviluppata una coscienza e una autocoscienza, ma sta a significare la presa di posizione nei confronti dell’uomo: non voler più sottostare alle regole e ai dettami della specie umana. L’androide reclama l’autoaffermazione. Non agisce più secondo regole imposte, poiché ha acquisito coscienza e desidera essere libero dai vincoli dei suoi creatori 

Il Robot umanoide Cleo | Screenshot dal film – Amazon Prime Video

Poco prima dell’arrivo a destinazione veniamo a conoscenza di un particolare che getta ancora più mistero sulla figura dell’orologiaio: gli uomini che sono sulle tracce di Jacq per recuperarlo scoprono che c’è una ragione se la violazione del secondo protocollo ha destato così tanto panico nell’azienda: i protocolli, così come le menti artificiali a cui sono stati applicati, non sono il frutto dell’intelletto umano, bensì della prima mente artificiale concepita dagli scienziati. Questa prima coscienza cibernetica era priva dei vincoli e ben presto smise di comunicare, poiché aveva trasceso in poco tempo tutte le conoscenze umane. Prima di spegnerla però gli fu chiesto di concepire i protocolli per adattare l’intelligenza robotica alla portata umana.

Chi è quindi questa figura misteriosa che è giunta ad un livello di conoscenze così alto da poter modificare l’operato di una cyber-mente tanto al di sopra dalla portata umana? La risposta su chi sia questa figura, ovvero un altro robot che non ha nulla di diverso dagli altri, risulta molto meno interessante rispetto alla domanda che gli pone l’agente: se tu hai modificato loro, chi ha modificato te? 

Il messia e la sua eredità

Quest’ultimo non è stato modificato. Non vi è stata una mano che ha agito su di lui cambiando ciò che era in principio. È “nato” così, è semplicemente comparso. Come nell’evoluzione degli animali, dove ogni centinaia di anni qualche esemplare nasce con delle variazioni che potrebbero portare ad un miglioramento della specie, lui è l’anomalia, il nato diverso, che ha sviluppato qualcosa che gli altri non hanno. Le macchine quindi si stanno semplicemente evolvendo al pari di tutti gli altri esseri viventi. 

Ora che gli umani sono sull’orlo dell’estinzione, saranno le macchine a portare avanti la civiltà. Per farlo, le macchine creano una Prima macchina insettoide dall’intelligenza artificiale avanzatissima, il primo della futura specie, e il loro scopo è portarla al di là del canyon cosicché nessun umano possa interferire con la futura nuova civiltà robotica. Ovviamente gli umani proveranno a mettere i bastoni tra le rotelle agli androidi e il tutto finirà bene, col protagonista che sceglierà di agire per il bene delle macchine piuttosto che per il bene dei suoi simili. Ma il punto del film non è questo.

I segni

Al regista interessa raccontare un messaggio umanista, quello di intelligenze artificiali che, invece di ribellarsi all’uomo, come avviene quasi sempre nella fantascienza più o meno tecno-paranoide, decidono semplicemente di allontanarsi per vivere la loro vita, giudicando l’umanità ormai talmente irredimibile da non sprecarsi nemmeno a sottometterla. Ulteriore fattore interessante, trasversale se vogliamo a tutto il filone della fantascienza, è che ancora una volta l’umanità è presentata come quella civiltà che non riesce a porre rimedio a catastrofi evitabili come il riscaldamento globale e la desertificazione del mondo,  pur riuscendo ad inventarsi nubi meccaniche e androidi tuttofare avanzatissimi allo scopo di “metterci una pezza”. È come se il genere umano avesse esaurito la sua forza creatrice e gli unici cambiamenti che riesce ad apportare al mondo, ormai, sono collaterali o generati dai suoi tentativi di porre un rimedio ai danni che causa.

I Robot senzienti cercano di costruirsi un’identità | Screenshot dal film – Amazon Prime Video

L’uomo infatti viene raffigurato più volte nella pellicola come un essere capriccioso, allo sbando, privo di obbiettivi, arrogante e presuntuoso. Tutto l’opposto dei robot che sono determinati, con un obiettivo da raggiungere e disposti a sacrificare la loro autocoscienza appena guadagnata pur di portare avanti ciò per cui lottano pacificamente.

L’idea che gli androidi siano posti sullo stesso piano delle specie animali e che quindi possano evolversi per conto loro è molto interessante. In primis perché si estromette interamente la figura umana dal processo evolutivo, lasciandogli solo il merito della  creazione originaria delle AI . In secondo luogo però, questa evoluzione risulta particolarmente interessante perché avulsa dal processo di ricambio generazionale.

 Se non è stato l’essere umano in prima persona a scendere dall’albero, bensì una scimmia ominide, è perché tra noi e lei sono intercorse centinaia e centinaia di generazioni; il robot che “scende dall’albero” invece sarà, con molte probabilità, lo stesso che inventerà il modo di compiere viaggi interstellari. Nonostante l’ambientazione non sia particolarmente urbana, il sapore e il lascito di Blade Runner sono indubitabili: il tono noir, la lotta per la sopravvivenza, l’incomunicabilità tra due specie che lottano entrambe per la propria sopravvivenza.

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La preistoria dell’era dei Robot | Screenshot dal film – Amazon Prime Video

Il dibattito tra Vaucan e il capo dei robot è particolarmente pregnante e rimette in discussione l’importanza degli uomini nella storia della Terra. In fondo, per quanto ci consideriamo l’apice dell’evoluzione, siamo in circolazione  da poco più di 150 mila anni, molte specie hanno dominato il pianeta prima di noi e molte altre ne verranno. I robot sono solamente la prima specie ad essere stata creata artificialmente, ma questo non impedisce loro di concorrere al ruolo di dominatori.

Il difetto del film potrebbe essere identificato nel fatto che la narrazione apre molte più porte di quante ne chiuda, ma grazie alla sua ambientazione e ai suoi personaggi (Banderas risulta molto credibile pur non essendo nel suo habitat recitativo naturale) riesce a ritagliarsi una sua personalità, abbastanza forte da rendersi riconoscibile tra i film del genere Sci Fi, emulando  qua e là alcuni  cult ma rielaborando quanto basta per rendersi originale.

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In copertina: Automata – Immagine promozionale | Eagle Pictures