Com’era alla fine A.I. Rising

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Destreggiandosi tra fantascienza ed erotismo A.I. Rising è stato un film tanto atteso quanto ambivalente, capace di riaccendere la voglia di dibattere sui film.

Livio Pareschi

Tre anni fa, nel novembre del 2018, ho avuto la possibilità di andare a Trieste per assistere al festival del cinema locale, dedicato nello specifico al genere di fantascienza. Ad oggi la ricordo ancora come una bellissima esperienza: il programma era ricco di pellicole interessanti, da Prospect a Genesis 2.0 passando per Overlord (reperibili solo dall’anno scorso tramite piattaforme on demand) fino a The Dark e Man Divided, quest’ultimo tra film più belli che abbia visto negli ultimi 5 anni, ancora impossibili da reperire. 

Purtroppo, salvo l’essere investiti del dono dell’ubiquità (che purtroppo tutt’ora mi manca), ad un festival del cinema la cosa più dolorosa è dover scegliere cosa guardare tra due film che vengono proiettati allo stesso orario.

Intervista cringe

A.I. Rising (Lazar Bodroža, 2018) purtroppo cadde vittima di questa selezione. Provai però a metterci una pezza andando ad assistere all’intervista che venne fatta a Stoya, attrice protagonista del film.

Pessima idea. L’intervistatore poneva domande in una maniera inutilmente complessa e ciò complicava la comprensione non solo al pubblico, ma anche alla traduttrice stessa, che provava a veicolare invano una domanda di senso compiuto. Ad ogni domanda seguiva quindi una Stoya che chiedeva si ripetesse la domanda, e il turbinio di parole ripartiva.

Si è continuato così fino al momento magico nel quale si è iniziato a parlare del mestiere che Stoya faceva in precedenza, ovvero la porno attrice. Sorvolerò sul fintissimo stupore che ha colto la sala a questa “rivelazione” poiché da lì l’intervista è riuscita in ciò che non mi aspettavo: a peggiorare ulteriormente. 

Ebbene si, da quel momento in poi si è totalmente smesso di parlare del film e tutto è stato convogliato al porle domande sul mestiere tipiche di chi si porta dietro un bias grosso come una casa sulla professione, sprecando così per la seconda volta l’occasione di parlare di qualcosa di interessante. Quello che ne risultò fu un forte sentimento di scontentezza che mi accompagnò per il resto della giornata.

Passano gli anni e finalmente riesco a recuperare la visione di questo A.I.Rising su Prime Video. Mi sono trovato davanti ad una pellicola interessante senza dubbio, ma che mi ha lasciato con le stesse emozioni che avevo provato al termine di quella intervista. 

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Jessica Stoyadinovich ha vinto numerosi premi come attrice porno tra i quali il rinomato XRCO nel 2008

Fantascienza sexy?

La storia si ambienta nel 2148. Milutin (Sebastian Cavazza), tra i più esperti astronauti, viene selezionato per un nuovo viaggio verso il sistema solare di Alfa Centauri.

L’unica condizione posta all’uomo è quella di accettare come compagna, per il lungo tragitto, l’androide Ninami (Stoya). Quest’ultima è stata appositamente modellata, sia dal punto di vista estetico che psicologico, sulle preferenze di Milutin ed è in grado di sviluppare molteplici caratteri al fine di compiacerlo al meglio.

Giorno dopo giorno il protagonista “sfrutta” sessualmente la donna artificiale, ma più il tempo passa più egli inizia a provare qualcosa per lei, spingendolo ad una scelta che potrebbe complicare drasticamente l’esito della missione: attraverso un escamotage narrativo che ho trovato particolarmente interessante, Milutin riesce ad avere il massimo grado in comando necessario per poter rimuovere dall’androide i limiti posti dalle regole della robotica. 

Non a caso, quando verrà interrogato su questa sua azione, lui risponderà affermando di non ritenersi colpevole di nulla ma anzi di aver “liberato” Nimani. 

Questo passaggio risulta particolarmente ricco di spunti di riflessione. Poiché viene sottolineato comela macchina non sarà mai in grado di simulare al 100% una reale esperienza di rapporto umano finchè sarà imbrigliata nelle regole che l’umano stesso leimpone, per limitidi ovvia sicurezza.

Eppure Milutin cerca il rifiuto. Se in un primo momento l’uomo è  soddisfatto dal rapporto con l’androide (lo stesso che si può avere con del filo interdentale) successivamente desideraun atteggiamento di resistenza. Arriva così a riprogrammare l’androide per renderlaostile alle sue avances sessuali e metterlo nella posizione di negarela sua volontà e violentarla. Ma è ancora insoddisfatto: non era una violenza abbastanza autentica, poiché le regole della robotica le impedivano di ribellarsi. 

Il film sembra raccontare l’oggettificazione della donna con uno stile ben lontano da quello maschilista a cui siamo sfortunatamente abituati. Infatti, la cultura machista stereotipata viene smontata passo passo dalla figura di un androide che, rimossi i limitanti vincoli, dimostra una personalità molto decisa e di avere ben chiaro in testa cosa vuole e cosa siameglio per lei. 

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Ninami e Milutin, un fotogramma di A.I. Rising | Film Center Serbia and Mir Media Group

Il punto dolente

Ma se è tutto così bello e interessante, dov’è che trova cittadinanza la mia scontentezza a fine visione? In tutto il resto, purtroppo. 

Seppur si mettano in scena, come detto in precedenza, temi interessanti trattati da un punto di vista non canonico, la regia risulta essere eccessivamente lenta e voyeurista. Una regia tipica di chi, a mio parere, guarda il dito quando si sta puntando la luna. Solo perchè hai a disposizione una ex pornostar questo non ti giustifica a metterla ossessivamente in scena nuda ogni dieci minuti, non ti giustifica a protrarre così a lungo le scene di sesso. A maggior ragione se suddette scene non sviluppano e/o portano a nulla se non alla mera osservazione di corpi nudi che non fanno nulla di diverso da quello che facciamo tutti nella nostra intimità. 

La cosa peggiore è che questi difetti risultano funzionali ad una durata complessiva dell’opera di 90 minuti.Questo significa che sottraendo, e non sto scherzando, quasi mezz’ora di corpi nudi (tanto che ad un certo punto persino le scene più sensuali risultano infine noiose e ripetitive) del film non resta che un’ora striminzita, all’interno della quale l’incipit della storia viene totalmente accantonato in favore di un rapporto umano-androide che regala spunti interessanti, ma che non ha il coraggio di andare fino in fondo nei temi che decide di trattare. 

Ciò che allontana questo film da una mia valutazione positiva è la sceneggiatura: instabile e poco utile. Non si sviluppa in nessun modo, il finale è avulso da qualsiasi rilevanza e l’interessante tematica (un’intelligenza artificiale è capace di amare nel momento stesso in cui sviluppa una coscienza) che viene messa in scena è, alla fine dei conti, qualcosa che è già stato sviluppato e discusso all’interno di opere più compatte e meglio riuscite, Ex Machina (Alex Garland, 2015) e Blade runner (Ridley Scott, 1982) giusto per citarne due.

La visione è comunque consigliata a chiunque nutra un profondo amore per la fantascienza, ma non aspettatevi una risoluzione appagante: non possono essere gli spunti interessanti che un film lancia allo spettatore a redimerlo da una debolezza strutturale che si palesa fin dai primi venti minuti. 

Cosa appuntarsi

Innanzitutto che il dibattito all’interno della fantascienza, riguardo alla macchina come nuova forma di vita in grado di sperimentare sentimenti, è ancora molto vivo. La macchina inoltre si manifesta a noi come “entità a specchio”. Nel tentativo di riflettere sull’essere artificiale e sul suo ruolo futuro, questi interrogativi vengono riflessi verso l’essere umano, che non può quindi non riflettere anche su quello che sarà il suo di ruolo in tutto questo. 

A Milutin viene comunicato che l’androide è stato creato a sua misura così da poterlo soddisfare sotto ogni punto di vista, ed è proprio questo che porta l’astronauta a voler uscire da quei canoni preimpostati per la sua esperienza. 

Da questo film però possiamo anche imparare che le buone idee non bastano a fare di un film un’opera che vale la pena ricordare. Se così fosse i film durerebbero tutti 20 minuti al massimo e consisterebbero in una persona che legge ad alta voce in sala un foglio dove sono appuntate le riflessioni del regista su un tema e le sue conclusioni in proposito. Un’opera audiovisiva necessita non soltanto di un tema attorno al quale ruotare ma anche di una messa in scena atta a valorizzarne i contenuti, le situazioni e i personaggi che portano avanti la narrazione, a maggior ragione se il fulcro della narrazione è qualcosa del quale si parla da più di vent’anni e non si ha la minima intenzione di fare il passo successivo in questa riflessione.

Oltre la visione

Ovviamente non è necessario specificare quanto tutto questo sia frutto di mie opinioni personali e che altri occhi possano avere un’opinione contraria a quella esposta in questo articolo, ma forse è proprio in questo discorso di soggettività che possiamo ritrovare il valore di questo film e di tutti quelli che risultano essere, per alcuni, opere imperfette. Nel dialogo col prossimo, nel confronto con chi come te ha visto il film, nell’interfacciarsi con opinioni diverse dalla propria e magari trovare interpretazioni che possono coesistere con la tua. Perché se c’è una categoria di film che preferisco e che è trasversale ad ogni genere è proprio questa. Quella delle opere che, a fine visione, sei soltanto a metà di quella magnifica esperienza che chiamiamo Cinema, dove la seconda parte di essa comincia con la più sincera e coraggiosa delle domande: “A te è piaciuto?”. 

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