How to Break free – Le immagini e la politica dei Queen e David Bowie

Prima di David Bowie e dei Queen le band usavano solo chitarre e batterie, ma poi hanno cominciato a suonare le immagini e cantare la politica. Alla fine, hanno percosso anche le nostre coscienze. Ed è cambiato tutto.

Ha cominciato dalle chitarre con le corna, dai coni degli amplificatori tagliuzzati e dalle voci non impostate. Poi ha parlato di pace e comunione tra individui. Infine è entrato negli schermi, beffando la buona creanza e parlando di libertà in termini fino ad allora inediti.
Tracciamo la rotta del rock fino alla musica di oggi, dalle piste da ballo a MTV, dai ciuffi all’attivismo sociale e infine, dagli schermi alla lotta contro ogni oppressione.

La rivoluzione visiva

Per chi non se ne fosse accorto, negli ultimi settant’anni è cambiato praticamente tutto. Non parlo solo della crescita tecnologica, della costruzione e della caduta del Muro, dello sviluppo vertiginoso della Cina e dell’Euro. A dirla tutta, non parlo neanche specificamente della presa di coscienza che a passi lenti ci sta liberando dalle catene del machismo.

Il cambio di passo è letteralmente sotto i nostri occhi: ogni notizia passa attraverso uno schermo, annunciata da eleganti giornalisti in studi blu e grigi. Ogni prodotto è pubblicizzato con la miglior regia e scenografia possibile. Nelle nostre cerchie parliamo attraverso foto e video su piattaforme fatte apposta, con telefoni full-display. E da diversi decenni, ogni canzone di successo si accompagna a un video realizzato per avere lo stesso impatto della musica.

Tutto questo però è il risultato di percorso partito più di un secolo fa, il cui sviluppo è impennato tra gli anni Sessanta e Ottanta. Ed è merito principalmente di due giganti, che tra le altre cose hanno colto la potenzialità dell’immagine e messo a frutto il proprio background. Uno di questi si chiama David Bowie, l’altro Freddie Mercury. Forse ne avrete sentito parlare.

Influencer virati seppia

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Capiamoci, la storia di tutti i Paesi è costellata di artisti e letterati che, ben prima della conquista lunare, intuirono la forza diffusiva della fotografia. Verso fine Otto/inizio Novecento ritratti di personaggi famosi, ripresi in ogni posa immaginabile, facevano loro pubblicità circolando in tutto il mondo.

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Tuttavia, una pratica oggi standard all’epoca assumeva significati diversi, anche a causa di naturali limiti tecnici e culturali.
Innanzitutto, la fotografia imponeva ai soggetti di congelarsi nelle loro pose, senza potersi interpretare veramente come personaggi. In più, secoli di pittura avevano standardizzato le pose stesse, nel rispetto di canoni di decenza e pomposità difficilmente frangibili, salvo rare eccezioni.

In sostanza, l’artista non era ancora pienamente diventato attore di sé stesso. E perché ciò avvenisse dovevano ancora passare 70 anni di avanguardie artistiche, guerre, di affermazione della democrazia liberale, nascita del rock e il Sessantotto.


Bowie, l’artista personaggio

” …I think my spaceship knows which way to go…”

David Bowie, ‘Space Oddity’, 1969

Perché ciò avvenisse, in realtà dovevamo aspettare il 1972, anno di pubblicazione di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Un dramma rock rivoluzionario e il primo pesante passo del glam.

Ma prima, un recap del soggetto: londinese, classe 1947, alle spalle gli studi d’arte, design, tipografia. Poi tanta, tantissima gavetta sui palchi e infine, nel ’69 l’apporodo solista con tracce che gli forniranno una prima base da cui immaginare gli sviluppi successivi.

Base che ad esempio in ‘Space Oddity‘ appare bella densa di per sé: il sogno di perdersi nello spazio a bordo di una navicella fuori controllo, abbandonando il ‘ground control‘ delle certezze di sempre, delle proprie radici e degli affetti. Insieme, uno strumming folk molto terrestre sprofonda e riemerge in un sound estremamente orchestrale, che alla fine lo inghiotte come l’inifinità dello spazio inghiotte proprio la navicella.

Ma come anticipato, con l’ideazione del personaggio/alter-ego Ziggy e della sua vicenda, Bowie si appropria con prepotenza di una nuova leva con cui sollevare il mondo.

Il concept racconta un futuro distopico in cui il mondo si trova sull’orlo del baratro. E naturalmente l’ultimo eroe rimasto è un ragazzo che grazie a una forza aliena diventerà rockstar, facendosi profeta e portavoce degli esseri stellari. Ma la parabola è in discesa: Ziggy resta vittima della sua stessa vanità e alla fine si toglie la vita, fallendo nella sua missione.

Le tracce dell’album sono una rivelazione dietro l’altra. Il linguaggio spazia incredibilmente, recuperando tinte beat in Starman‘, andando su toni proto-punk di ‘Ziggy Stardust‘, riassuntiva di tutta la vicenda del personaggio e atterrando infine sulla power ballad ‘Rock ‘n Roll Suicide‘, epilogo tragico dell’album.

Ma il vero compimento del progetto fu lo Ziggy Stardust Tour tra Regno Unito e States, che impegnò l’artista per diversi mesi dal ’72 al ’73.
Qui la sperimentazione fu totale, sia sui leggendari trucchi e costumi androgini, sia sulle coreografie fortemente fisiche e sexy, scandalose per tanta dell’opinione pubblica dell’epoca.
Per la prima volta, l’autore impersonava direttamente il protagonista dei suoi racconti, confondendosi volentieri con esso, come affermato da lui stesso in diverse occasioni.


Freddie, l’immagine e la presa di posizione

Ma se non si fa molta attenzione, si rischia sempre che qualcuno ci resti sotto. Così mentre Bowie giocava con la natura sovraumana del profeta Ziggy Stardust, facendogli assumere tratti ibridi tra maschile e femminile e svestendolo dei tabù che affliggono i poveri terrestri, tra il pubblico della primissima del tour c’erano due spettatori d’eccezione. Il primo si chiamava Roger Taylor, l’altro Farrokh Bulsara. E ci restarono parecchio sotto.

Farrokh ‘Freddie Mercury‘ Bulsara, 1946, Londinese di origini parsi, diplomato in arte e poi in design – suona familiare? -, milita come cantante in diversi gruppi. Poi nel ’70 la formazione dei Queen, insieme proprio a Taylor e May, completata un anno dopo con l’ingresso di Deacon.

Già il nome ‘Queen’, promosso da Freddie, è un programma: breve, incisivo e sontuoso, che per un gruppo tutto al maschile si diverte con la propria ambiguità.
E così fu: fin dal primo disco, ‘Queen’ (1973) le tematiche personali, religiose e mitiche, sia in tracce nuove che in altre ereditate da esperienze pregresse, si muovono tra i sound più disparati. L’hard rock di ‘Liar‘, facendo ironia sul senso del peccato, si alterna a tracce dalla pasta più prog e sinfonica come ‘My Fairy King‘, attraversata da immagini mitologiche e calata in un arrangiamento articolato ed estremamente vario.

E di nuovo, tutto questo in live assumeva forme sconvolgenti. Durante il loro primo tour la band si presentava agghindata di paillettes e un abbigliamento ispirato alla moda settecentesca. Rivistata a zampa di elefante. Freddie portava capelli lunghi, barba rasatissima e un leggero trucco, muovendosi sul palco con forte erotismo.
Ancora una volta, il Glam rock ricercava un’identità fuori dal protocollo maschile-femminile. Ma mentre Bowie affidava questa ricerca ad alter-ego e personaggi fittizi, ora quei personaggi erano i Queen stessi – Freddie su tutti -, che si assumevano personalmente le proprie responsabilità.
Senza che nessuno se ne accorgesse, la recitazione era diventata attivismo.


L’artista, figura politica

“…It’s the terror of knowing what the world is about…”

Queen e David Bowie, ‘Under pressure‘, 1981

L’esperienza dei tour Queen I e Queen II, per lo più in Gran Bretagna e Stati Uniti, non fece che amplificare la cosa, attirando a sé l’attenzione dei media e consacrando definitivamente il successo della band.

Intanto, nell’80 Freddie aveva cambiato look, optando per un americanissimo Castro clone, seguendo la moda delle comunità Gay di San Francisco. Negli anni le sperimentazioni si erano approfondite. Prima la conversione ai synth nel disco The Game (1980), poi il lancio in collaborazioni eccezionali, proprio con Bowie, dalle quali nacque ‘Under pressure‘ (1981), inserita nell’album Hot space.

Ma è nel 1984, mentre là fuori la bufera Thatcher infuriava da cinque anni, che con discrezione questi signori avrebbero cambiato per non solo le carte, ma il tavolo stesso.
Il 2 aprile di quell’anno, i telespettatori di mezzo mondo rimanevano sconvolti di fronte ai quattro vestiti da donna nel video di ‘I want to break free‘. Una traccia più pop del solito, studiata perché potesse arrivare più facilmente a chiunque. Un inno alla libertà sia nei confronti del mondo che dell’amore stesso, in un sound dalle forme sinfoniche condito con la ciccia inconfondibile del Roland Jupiter 8.

Prima la rimozione dall’americana MTV per lo scandalo, poi l’adozione come canto di protesta dell’ANC in Sudafrica: il pezzo fece eco in tutto il mondo. Scritto da Deacon a sostegno dei gruppi di liberazione femminile, un semplice videoclip l’aveva sconvolto rispetto ai suoi significati originali. Diciamola meglio, l’aveva esteso a un concetto molto più ampio: davanti a milioni di persone, un potente desiderio di libertà veniva pronunciato da personaggi il cui genere non contava più nulla. Una richiesta di superamento di ogni pressione, in cui finalmente potevano identificarsi tutti, senza distinzione. Tutto grazie a un video.

Ironico che gli stessi Queen, insieme a Break free, abbiano fatto uscire un’altra hit epocale come ‘Radio Ga Ga’, omaggio nostalgico ai tempi in cui la musica aveva la forza di parlare da sé, senza bisogno di immagini a suo sostegno. Ma pur in quest’ultimo richiamo all’uso consapevole dei nuovi mezzi espressivi, rimaneva indelebile la lezione dei geni che han saputo leggere il proprio tempo e anticipare il futuro, trasformando la musica in una forma d’arte totale, sia nei suoi contenuti che nelle sue destinazioni.

…E comunque, alla fine proprio il video di Radio Ga Ga venne candidato alla prima edizione degli MTV Video Awards.


EXTRA

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