Pianeta di plastica

Pubblichiamo un estratto del chiacchierato “Next Nature. Perché la tecnologia è la nostra natura del futuro” edito da D editore e Future Fiction, che ringraziamo per la disponibilità!

Koert Van Mensvoort

Mobili da giardino, giocattoli, coltelli e forchette usa e getta. Quando pensiamo alla plastica, tendiamo a pensare a merce poco costosa, di qualità inferiore. Solo come esperimento, però, provate a immaginare che la plastica sia un materiale ultra-raro, come l’oro o il platino, e che tutte le cose fatte di plastica siano incredibilmente costose. In tutta la vostra vita vedreste o tocchereste solo pochi di questi oggetti. Per quanto sia difficile, ai fini dell’esperimento cercate di immaginare in modo più realistico possibile che la plastica sia un materiale raro che solo i super-ricchi si possono permettere e che le masse vivano in un mondo fatto da legno, ceramica e metallo.

Pronti? Bene. Adesso guardatevi attorno e prendete la prima cosa di plastica che vedete. Guardatela, percepitela, esaminatela. Potrebbe essere una tazza, un accendino, una penna, un sacchetto, qualsiasi cosa. Questo è un momento speciale. Avete tra le mani uno dei pochi esemplari di questi raffinati oggetti che avrete la possibilità di toccare. Sentite quanto sia durevole. Notate quanto sia leggero rispetto al suo volume. E anche quanto sia resistente: solido ma comunque flessibile. Notate la precisione con cui l’oggetto è stato plasmato e con quanta facilità il materiale avrebbe potuto assumere un’altra forma. Se la plastica non fosse così diffusa ed economica da produrre, forse saremmo più consapevoli di che materiale fantastico sia e di come gettarne via così tanta sia una vergogna.

Il termine “plastica” deriva dal greco plastikos, o “modellabile”, riferito al fatto che il materiale può essere plasmato pressoché in qualsiasi forma si desideri. La plastica è il camaleonte dei materiali. Prima che avesse inizio la produzione della moderna plastica sintetica, venivano usati come proto-plastica il corno animale e il lattice naturale degli alberi. La bachelite, il primo polimero del tutto sintetico, è stata inventata nel 1907 ed è stata usata per gli involucri delle radio, i telefoni, gli orologi e le palle da biliardo. Dopo la seconda guerra mondiale, il miglioramento dei processi chimici di produzione ha dato il via al boom di nuovi tipi di plastica, tra cui polipropilene e polietilene, che vennero usati commercialmente in un’ampia gamma di prodotti, da tazze da caffè e bottiglie per lo shampoo a borse, montature di occhiali e così via.

Un oceano di plastica

Dunque, la produzione delle plastiche sintetiche è iniziata da poco più di un secolo. Non è molto se si considera l’enorme impatto che questi materiali hanno oggi sulle nostre vite quotidiane e sugli ecosistemi della Terra. Nel 1997, tornando in California dalle Hawaii dopo una regata, il velista Charles Moore decise di prendere una scorciatoia lungo il bordo del vortice subtropicale del Nord Pacifico, una zona che spesso i navigatori evitano. Entrando nell’area, incontrò un’ampia chiazza di rifiuti galleggianti. Nella settimana che gli ci volle per attraversare il vortice, si ritrovò sempre in mezzo alla plastica: tappi di bottiglia, spazzolini da denti, sacchetti, bicchieri e molti oggetti non identificabili. Moore si rese conto che c’era qualcosa che davvero non andava. Due anni più tardi tornò nella zona con una rete fitta e scoprì una colorata miriade di particelle di plastica che galleggiavano come pesci appena sotto la superficie. Moore aveva scoperto quella che adesso è conosciuta come la Grande chiazza di immondizia del Pacifico, una zona dell’Oceano Pacifico del nord più grande della Francia o del Texas che contiene una concentrazione eccezionalmente alta di spazzatura marina.

Anche se sappiamo che ci vogliono secoli affinché la plastica si decomponga, non ci comportiamo di conseguenza. È economica da produrre e la gettiamo come se potesse svanire nel nulla. Essendo la plastica un nuovo elemento relativamente recente nell’ecosistema terrestre, non si sono ancora evoluti microbi che siano in grado di scomporla. Col tempo si fotodegrada, e cioè la luce solare ne spezza le catene polimeriche in parti più piccole. Questo processo viene catalizzato dall’attrito, per esempio quando un oggetto viene spinto dal vento lungo la spiaggia o agitato tra la risacca. Lo stesso processo contribuisce all’arrotondamento delle pietre da parte delle onde dell’oceano. Questo tipo di erosione è ciò che ha causato gran parte dei frammenti non identificabili che compongono la vasta chiazza di zuppa di plastica nel cuore del Pacifico.

La ricerca di Moore ha scoperto nella zona sei volte più plastica che plankton. Uno studio delle Nazioni Unite ha stimato che l’ottanta per cento dei rifiuti siano in origine stati gettati sulla terraferma. Il vento soffia la plastica fuori dalle discariche e lungo le strade. La plastica arriva nei fiumi e nei tombini, poi nei mari e infine nelle correnti oceaniche. La chiazza di immondizia scoperta da Moore non è l’unica. Il pianeta ha cinque vortici oceanici principali: due nel Pacifico, due nell’Altlantico e uno nell’Oceano Indiano – tutti pieni di rifiuti.

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Le lacrime di sirena

Quasi tutti gli oggetti di plastica nelle nostre vite nascono come granuli di resina plastica grezza fatti a macchina, conociuti nel settore come nurdle. I nurdle sono fatti dal petrolio. Di solito non più grandi di mezzo centimetro, sono il modo più economico di trasportare grandi quantità di plastica grezza. Ogni anno, vengono spediti quasi 150 miliardi di chili di nurdle per essere usati dall’industria, che li riscalda, allunga e plasma per trasformarli in prodotti comuni e imballaggi. Sono abbastanza piccoli e leggeri da essere portati dal vento e possiedono una perfetta galleggiabilità. Gran parte dei nurdle che finiscono nell’oceano sono stati persi da camion e navi portacontainer. La loro minuscola dimensione fa sì che possano cadere facilmente e finire nei fiumi o direttamente nell’oceano. È possibile trovare nurdle su quasi ogni spiaggia della Terra, per questo sono chiamati anche lacrime di sirena.

Non esistono più spiagge sabbiose incontaminate. Qualsiasi spiaggia sembri intatta è quasi certamente stata curata – paradossalmente, ormai, è necessario l’intervento umano per creare l’illusione di natura vergine – e, se guardate con attenzione, troverete sempre pezzettini di plastica che sono stati portati a riva dalla marea. Tutta questa plastica è apparsa in meno di un secolo. È come se un giorno fosse semplicemente caduta sul pianeta, partendo da una piccola goccia, e da allora le sue increspature hanno continuato a espandersi. È difficile predire quale sarà l’impatto a lungo termine delle lacrime di sirena sugli oceani e sugli ecosistemi. Sappiamo che la plastica dura secoli, ma rimarrà abbastanza a lungo da iniziare a fare parte dei reperti fossili? I geologi, tra milioni di anni, riporteranno alla luce le impronte fossili dei nostri mobili da giardino? È probabile che accada, sempre se ci saranno ancora geologi.

La plastica è entrata a far parte della catena alimentare del pianeta, eppure sfortunatamente nessuna creatura nella catena è in grado di digerirla. Tuttavia, finisce nello stomaco degli animali, dalle tartarughe, ai pesci, agli albatros. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, la plastica uccide un milione di uccelli marini e 100.000 mammiferi marini e tartarughe all’anno. Queste cifre non prendono in considerazione gli animali uccisi dalle reti da pesca abbandonate. Anch’esse restano incastrate nella gola e nel tratto digestivo degli animali, causando la morte per costipazione.

Ci si chiede cosa avrebbe pensato Darwin vedendo le fotografie dei pulcini di albatros morti con lo stomaco pieno di rifiuti di plastica raccolti dall’oceano dai loro genitori, che pensavano fossero cibo. Ormai, sappiamo che l’evoluzione non si ferma mai e che i nuovi ecosistemi penetrano quelli già esistenti e alla fine li sostituiscono. Ma siamo pronti per un pianeta di plastica?

Anche se i pezzi di plastica più grossi possono essere raccolti e rimossi, sarebbe impossibile togliere tutte le microparticelle dagli oceani. La maggior parte dei progetti di pulitura si concentrano sul ripescare i pezzi più grandi, ripulire le spiagge e ridurre la quantità di rifiuti di plastica che finiscono nell’oceano. È ovvio che dobbiamo cambiare il nostro comportamento aumentando la consapevolezza degli effetti della plastica, ponendo fine alla cultura dell’usa e getta e producendo più plastica biodegradabile. Possiamo, e dobbiamo, farlo. Ma ciò non riparerà il danno già fatto. Anche se oggi interrompessimo del tutto la produzione di plastica, le lacrime di sirena continuerebbero ad affliggere la vita marina per anni, forse secoli. La plastica è un nuovo materiale nell’ecosistema della Terra e siamo stati noi a introdurvela.

L’Antropocene

Sempre più geologi concordano che la fase attuale della storia della Terra verrà ricordata come l’epoca dell’Antropocene: un periodo geologico caratterizzato dall’impatto globale delle attività umane sull’ecosistema terrestre. La plastica è il nostro velenoso regalo al pianeta. Abbiamo estratto il petrolio dal terreno, lo abbiamo trasformato in plastica e lo abbiamo ributtato negli oceani. Ironicamente, in passato anche il petrolio, come la plastica, era spazzatura. È il prodotto dei resti compressi di vegetazione morta milioni di anni fa. Per gran parte di tutto questo tempo, i residui vegetali sono rimasti nei loro antichi strati di roccia in profondità, inutili, finché gli esseri umani non hanno scoperto che potevano usarli come carburante e hanno iniziato a estrarli. Chissà, forse un giorno nel lontano futuro qualche altro organismo o intelligenza riterrà la plastica una risorsa preziosa e inizierà a estrarla nelle miniere oppure a nutrirsene, come in un certo senso abbiamo fatto col petrolio. Ma quante creature marine dovranno morire, prima?

Non appena cominciamo a considerare la plastica come un nuovo materiale nell’ecosistema della Terra, diventa subito chiaro che il problema è che non ci sono organismi o processi che la distruggono. È un nuovo materiale per il quale non si sono ancora evolute controparti che mantengano l’equilibrio. Forse qualche microbo futuro, con un metabolismo che gli permette di digerire la plastica, potrebbe nutrirsi della grande quantità disponibile negli oceani. C’è in giro moltissimo cibo per quel microbo, perciò l’opportunità evolutiva esiste. Però l’evoluzione è lenta. Un microbo che digerisce la plastica ci potrebbe mettere alcuni milioni di anni per evolversi. Ma perché aspettare l’evoluzione?

Microbi che mangiano la plastica

Nel 2008, Daniel Burd, sedicenne studente delle scuole superiori, sviluppò un metodo per usare i microorganismi per decomporre la plastica. A quanto pare, nemmeno i più grandi scienziati ci avevano pensato. Sebbene la plastica sia tra le sostanze meno biodegradabili, prima o poi finisce comunque per decomporsi. Daniel decise di coltivare microbi presi in una discarica e vedere se fosse possibile ottimizzarli in modo che lavorassero in modo più efficiente e rapido. Mise alla prova la sua idea immergendo della plastica grezza in una soluzione a base di lievito che favorisse la crescita microbica. Selezionò poi i microbi più produttivi ed efficaci provocando una specie di evoluzione accelerata. I risultati iniziali furono incoraggianti, così continuò a selezionare i ceppi più validi e permise loro di incrociarsi. Dopo sei settimane di perfezionamento del sistema e ottimizzazione della temperatura, riuscì a degradare il 43 per cento della plastica. Daniel presentò i suoi risultati alla Canada-Wide Science Fair e vinse il primo premio. L’anno seguente, una sedicenne di Taiwan scoprì un microbo in grado di decomporre il polistirene espanso. Tutto bene ciò che finisce bene? Purtroppo no.

Coltivare microbi che mangino la plastica negli oceani può sembrare a prima vista un’ottima soluzione, ma dobbiamo pensarci bene prima di introdurli nell’ambiente. Uno dei vantaggi principali della plastica – e uno dei motivi per cui la usiamo così tanto – è la sua resistenza alla biodegradazione. Viene usata come materiale durevole negli ospedali, nei trasporti, in cucina e in ambienti industriali. Microbi vaganti che mangiano la plastica non mangerebbero solo i rifiuti nell’oceano, ma anche l’altra plastica in altri luoghi. Il rischio che dei microorganismi attacchino i vostri mobili da giardino potrebbe sembrare accettabile, ma se entrassero in un ospedale la situazione sarebbe più problematica. L’attacco di microbi che si nutrono di plastica in un ambiente ospedaliero accuratamente sterilizzato potrebbe liberare farmaci, virus e altre sostanze pericolose. Immaginatevi poi i danni che una colonia di microbi del genere potrebbe causare al rivestimento dei cavi elettrici: distruggerebbe le nostre reti di comunicazione.

Siamo di fronte a un dilemma. Abbiamo introdotto nell’ecosistema della Terra un nuovo materiale che ne ha distrutto l’equilibrio in modo paragonabile all’impatto di un meteorite. Se non facciamo nulla, gli animali marini continueranno a soffrire per moltissimi anni. Ma usare dei microbi che mangiano la plastica per ripulire i nostri disastri non sarà come premere il pulsante “annulla” per rimettere le cose come erano. In un modo o nell’altro, la situazione che ne risulterà sarà nuova. Ci saranno effetti collaterali. La natura sta cambiando assieme a noi e l’Antropocene generato dagli esseri umani potrebbe rivelarsi selvaggio e imprevedibile al pari dell’ambiente naturale originario nel quale ci siamo evoluti. Ciononostante, è nostro dovere trovare un modo per avanzare che sia soddisfacente non solo per il genere umano ma per tutte le altre specie e per l’intero pianeta. Dobbiamo esplorare tutte le opzioni, microbi che mangiano la plastica inclusi.

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Koert Van Mensvoort è designer, artista e filosofo. È conosciuto in tutto il mondo per l’elaborazione della sua nozione di “natura prossima”, l’idea secondo cui la tecnosfera sarebbe diventata talmente complessa e onnipresente da rappresentare una forma di natura a sé stante. È noto soprattutto per i suoi provocatori progetti artistici e ha pubblicato diversi libri tra cui Save the Humans, Pyramid of Technology, What You See Is What You Feel, In Vitro Meat Cookbook. Next Nature è il suo primo libro tradotto in italiano.