LIBERATO e il dialetto napoletano. Note di poetica

Racchiudendo in una ingombrante parentesi la quaestio circa l’identità dell’artista noto come LIBERATO, ciò che di lui/lei invece ci arriva nelle orecchie e nel petto in maniera irresistibile sono sonorità e testi, i cui tratti inediti sono talmente ben limati da passare quasi inosservati. Per le sue basi tra il neomelodico e la trap, LIBERATO sceglie il dialetto napoletano, un codice stratificato: espressività di grande impatto, versi melodici orecchiabilissimi ma anche tanta storia della lingua e del canto.

Mashup linguistici

Ci torna in mente Renato Carosone con la sua “Tu vuò fà l’americano” (1958), archeologia della cantata anglopartenopea, dove i vocaboli in inglese inseriti nel testo in dialetto denotano quasi con gogliardico disprezzo l’utilizzo di una lingua forestiera come “l’americano” (come te vene ‘capa e di “I love you”?).

Invece noi parlamm’ chianu chian’, it’s me and you (“Tu t’è scurdat e me”), e il mix delle due lingue non scalfisce minimamente l’orgoglio culturale con cui il napoletano veicola, in maniera unica, contenuti ed emozioni. Questo tratto è un sintomatico manifesto dell’inclusività così disinvolta e propria della generazione Z, di cui LIBERATO è portavoce (quantomeno per forme, suoni ed estetica), nata in un villaggio globale già formato dove l’inglese è la lingua ufficiale, ma per cui una forte identità locale è sempre la chiave per accogliere l’Altro.

Nei suoi testi il cantante ci trascina però con forza verso i moduli più tradizionali della fenomenologia d’amore, facendo propri temi che appartengono sicuramente alla Canzone Italiana ma che sprofondano le loro radici ben più indietro, negli esordi assoluti della poesia italiana.

Amori alla radice

Ameni corteggiamenti sui litorali campani, amori folgoranti, strazianti tradimenti sono un paradigma che chiunque partecipi del dna culturale italiano non può non percepire come visceralmente interiorizzati. Fanno storicamente parte della nostra grammatica romantica, al punto da apparire quasi stranianti se calati nello stile di un artista musicalmente innovativo come LIBERATO. Sicuramente, nel panorama indie, era molto più allineato e rassicurante il mi ero addormentato di te di Calcutta (“Pesto”), la farfugliata dichiarazione d’amore di una generazione confusa e fatta a pezzi dalla precarietà esistenziale.

Invece LIBERATO, con le sue barre melodiche ma energiche, proclama je te vojo bene assaje, e lo correda di quel magnifico baby tell me why iterato ed rieccheggiante che suona tanto come quel quare id faciam (Carme 85: ti amo […] perché lo faccio??) che scrisse un Catullo tradito in balia di Amore.

In “Nove Maggio” (2017), primo singolo in assoluto dell’artista, la scelta di alcuni termini più ricercati di quanto possa sembrare, come ‘sfunnat, ‘sciarmàt’, ‘mpressiunat’, riferiti allo sconvolgimento quasi fisico causato dall’abbandono da parte dell’amata, rimandano a forme e temi della poesia amorosa siciliana e toscana del 1200. Il topos dell’amore che si insinua violento da un incontro e prende possesso di tutto, del tempo, dei pensieri, dell’anima, ci traghetta quasi al filone dello stilnovo: arap l’uocchie e vir’ ca’ po’ trasi’ nell’anìm ci vuo’ nu’ suspìr.

La donna in LIBERATO è in realtà la grande assente, la psicologia dell’io narrante (cantante) è assolutamente al centro, occupa tutto lo spazio con tutto il suo slancio, la sua sofferenza e malinconia. Poco intravediamo dietro quella sorta di senhal che è Marì (“Oi Marì”); l’amata dei brani di LIBERATO non è una cassa che suona, una casa che brucia (“Oroscopo”, Calcutta) non è una piazza in fiamme (“Ossa”, Voina), non è bella pure se grida (“Il cielo nella stanza”, Salmo), la sua immaginabile complessità non è schematizzata in qualche nuovissimo stereotipo anti-angelicato, è più un’idea grande, ineffabile, profonda e dolorosa, che, come a eclissarsi dietro l’ego poetico chiude ll’uocchie par’ ‘cchiu bell’.

Laddove la gelosia è un’emozione accolta, problematizzata e accettata, LIBERATO è un cantore all’avanguardia: mascherandosi da poeta della corte di Svevia, da neomelodico che riesce a svecchiare gli elementi folcklorici della serenata sotto il balcone, questo artista canta (e dunque metabolizza) il dramma della gelosia da uomo moderno, ovvero come un SUO intimo problema: ca’ ppe caccià na lacrìm ci vuo’ nu’ respìr.